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 2007  ottobre 27 Sabato calendario

dal nostro inviato Li guardo volteggiare sul palcoscenico del vecchio e cupo teatro di Broadway con la grazia consumata di una coppia di ragazzi irresistibili, ormai fusi tra loro nel tango ferreo della ambizione politica

dal nostro inviato Li guardo volteggiare sul palcoscenico del vecchio e cupo teatro di Broadway con la grazia consumata di una coppia di ragazzi irresistibili, ormai fusi tra loro nel tango ferreo della ambizione politica. Ma sono questi gli stessi Hillary e Bill che l´intera galassia dei media mise alla gogna meno di dieci anni or sono? E´ proprio Bill Clinton il marito adorante e devoto questa sera in teatro, la spalla ubbidiente, l´umile scaldapubblico al servizio di lei, quello stesso uomo che espose la moglie a un supplizio globale di lenzuola sporche e biancheria al vento come nessun´altra moglie aveva mai subito e nessun´altra moglie avrebbe sopportato? Sono proprio loro, ladies and gentlemen, Bill e Hillary, Hillary e Bill, lui e lei, lei e lui, non più soltanto «partner», soci, ma «parti» l´uno dell´altra, componenti indispensabili di un organismo mai visto, una chimera con due teste, quattro braccia e quattro gambe con un´unica ragione di esistere, l´ambizione politica. Ecco a voi Billary, mezzo uomo e mezza donna, la chimera lanciata alla riconquista della Presidenza degli Stati Uniti a nome di tutti e due. Sulla scena del vecchio «Beacon Theater» nella West Side di Manhattan, sotto lo sguardo stanco di altissime minerve e giunioni corazzate, di legno e porporina, che dal 1928 vedono esibirsi vaudevilliers, comici, orchestre, imitatori, guitti, sciantose, gruppi rock leggendari come i Grateful Dead, la creatura chiamata Billary recita la festa del sessantesimo compleanno di un (possibile) futuro presidente organizzata da un ex presidente suo marito. Sullo sfondo, tre gigantografie illustrano l´evoluzione della parte femminile della creatura, dalla bella bambina di due anni a Chicago ripresa dal padre con un sonaglino in mano, alla fanciulla in fiore studentessa di legge a Yale fino alla matura, ma ancora piacente signora transitata ben oltre la metà della vita. Una sequenza in crescendo dei suoi primi 60 anni che ricorda quelle tavole che nelle classi delle scuole medie tracciano il progresso trionfale dell´Uomo dal Pitecantropo di Giava all´Homo Sapiens, forse un´allusione involontaria a quel George Bush che, secondo la signora evoluta, «ha dichiarato guerra alla scienza». Può darsi, ma non c´è nulla di darwinianamente dimostrabile nella fusione mirabile e un po´ inquietante di questi due esseri umani e nella voglia che li unisce in una passione ben più squassante e duratura degli amori: il desiderio di vendicarsi di colui che loro, e con essi milioni di americani Democratici che non hanno dimenticato la tragicommedia della Florida 2000, chiaramente considerano l´usurpatore del loro trono, appunto Bush. Non ci sono più corna, segretarie sedotte, umiliazioni coniugali, stagiste civette, processi sugli schermi globali che possano dividere Billary, allacciati nell´afrodisiaco del potere. Ricordarli nelle ore torve del 1998, lei pallida di collera contenuta e di silenziosi calcoli politico-familiari, lui giuggiolone finalmente pentito, ma soltanto perchè scoperto, richiede uno sforzo di memoria e di fantasia, quando li vedi oggi lavorare insieme alla perfezione, come un unico organismo, come Fred e Ginger. Apre lo show lui, quello di maggior talento ma ormai passato, quello che nei concerti deve scaldare il pubblico per la nuova star. Tra i 2800 spettatori che hanno pagato, noi soliti giornalisti a scrocco esclusi, 10mila dollari a testa per lo show, si sente correre un brivido fisico, prima ancora che politico, quando il presentatore, Billy Crystal, lo invita sul palcoscenico. La sua testa ormai più bianca che grigia vola come una colomba incorporea nella penombra sopra le teste degli spettatori seduti, perchè viene fatto salire dalla platea, non uscire dalle quinte, per prolungare l´eccitazione. «Mi hanno fatto camminare su una plancia blu di legno» dirà poi con quella sua aria perenne di ragazzone birichino ma pentito, eterno Pinocchio contrito, «e per questo sembravo tanto alto». Risate. Ondate di calore dalla platea. Non dice niente che non si sia già sentito mille volte. Quanto lui sia, un po´ paternalisticamente. «orgoglioso di lei», quanto tenace e soprattutto «leale e fedele» sia Hillary, cosa che detta da uno che la mise a prova così severa, suona assolutamente persuasiva, e quale meraviglioso presidente sarebbe, anzi, «sarà». Ma non è quello che dice, è sempre come lo dice, che fa di lui il seduttore, il padrone della audience, il profeta davanti al quale i leoni si ammansiscono. I capelli sono un poco più radi e candidi di quando lo vidi per la prima volta ravviarseli con le dita stanche sul sedile di un aereo in volo tra comizi di campagna elettorale nel 1992 nel mezzo del grande nulla americano. La giacca del solito completo d´ordinanza color uniforme da tranviere dell´Atac torna a tirare sul bottone di mezzo, segno che il dimagramento da fifa postoperatoria al cuore è già dimenticato e il vizietto dei cheeseburger, almeno quello, deve essere tornato. Ma la voce, modulata fra la sonorità dei proclami e l´appannamento roco e studiato dei momenti di commozione («la incontrai che aveva 23 anni e non sapeva che cosa l´attendeva, povera bambina») è sempre la stessa. Persino i tic, le «caccole» di scena come le chiamano gli attori nel loro rude gergo, sono tornati per l´occasione, la pausa prima della battuta, il labbro inferiore mordicchiato, lo sguardo che si abbassa prima di fare una confidenza. Fa tenerezza, accanto a lui, e poi in mezzo fra lui e la madre, la figlia Chelsea, la ragazzina che dovette vivere le ore allucinanti della vergogna paterna, dei vestitini delle stagiste macchiati dal papà, delle luci chirurgiche delle televisioni che le frugavano la faccia, mentre marciava verso la Casa Bianca nella notte del 1998, al fianco padre sotto processo, sotto impeachment, per molestie sessuali a ragazze non molto più grandi di lei. Vestita con un abitino al ginocchio, nè troppo corto nè troppo lungo, in stile festina fra liceali di buona famiglia primi anni ”60, Chelsea, la bambina divenuta donna fra un padre estroverso e chiacchierone e una madre dotata della tenerezza di un trattore, sembra eternamente l´attrice che ha sbagliato spettacolo, la carta dispari nella pariglia perfetta dei due genitori. Infatti non dirà nulla, non farà un gesto, immobile sul palcoscenico, le mani giunte davanti, le gambe sull´attenti, a pensare forse che vita possa attendere una ragazza figlia non di uno, che già è pesante, ma di due presidenti americani. Soltanto quando anche la candidata, la «lei» ufficiale della chimera a due teste sale finalmente sul palcoscenico per accettare gli auguri, il coretto di «Happy Birthday Mrs President» guidato da Elvis Costello, il grande del rock, si intuisce qual è il segreto di questa coppia che torna a dominare i sogni e gli incubi dell´America. La femmina è lui, il maschio è lei. Billy «Bubba», come lo chiamavano nel suo Arkansas, è colui che porta gli elementi più riconoscibili, e più orgogliosamente ostentati, della mistica della femminilità: la capacità e il desiderio di esternare e comunicare, l´istinto della seduzione, l´ansia di piacere a tutti, la civetteria degli sguardi, la creatività, l´abilità di mettere il broncio a comando, di fingere orgasmi ed entusiasmi, di proiettare empatia sull´interlocutore, di cercare sempre relazioni e non scontri frontali. Bill fa all´amore con il pubblico. Hillary lo vuole controllare, dominare, possedere. Già nel suo solito tailleur pantalone, questa volta nero profondo, da direttore pompe funebri che involontariamente esalta mentre sale la scaletta del proscenio, le robuste forme da «rezdora» emiliana, c´è una dichiarazione di intenti, un «manifesto» politico che nelle sue parole suonerà così: «Non voglio essere eletta perchè sono una donna, ma perchè sono la persona più qualificata per l´incarico di Presidente». In questi Ginger e Fred del grande show politico americano, è Ginger, non Fred il «fattore maschio», quello che controlla le proprie emozioni, che ha il terrore di mostrarsi debole, bisognosa di supporti, garrula, istintiva, estrosa, comunicativa, attraente. Mai la «donnetta che protegge il suo uomo e serve il tè coi pasticcini» come disse in una famosa battuta che le costò l´antipatia tenace di tante americane offese e infatti ancora mantiene attorno a un altissimo 45% la quota di elettori (e soprattutto elettrici) che non la voterebbero mai. Fa il suo breve discorso senza concedere nulla al marito, altro che «lui sa di politica più di quello che tutti noi abbiamo dimenticato», dunque parlandone come di un magnifico idraulico, di un abile capo cantiere, non dell´uomo al quale lei è rimasta sposata per 32 anni e senza il quale su questo palcoscenico come senatrice dello stato di New York e come schiacciante favorita per la nomination democratica, con oltre 92 milioni di dollari in finanziamenti elettorali finora, non sarebbe forse mai salita. E il pubblico da 10mila dollari a biglietto, pur venuto per osannare e per esaltarsi a caro prezzo, si raffredda palpabilmente sotto lo sguardo freddo delle minerve di legno e dell´oratrice di ferro. Applaude convinto soltanto quando lei promette di «riportare a casa i nostri soldati», soffocando nell´ovazione tumultuosa l´avverbio che lei subito aggiunge, ma che quasi non si sente: «responsabilmente». Dunque, con calma e gesso, mica subito. E´ così lei, è così maschile, questo suo modo di negare affermando, di usare condizionali per non compromettersi, secondo quel classico tormentone che tante donne rimproverano agli uomini, di voler fuggire mentre mordono, di non volersi mai «commit», impegnare. Ma Hillary, il polo opposto e dunque complementare di Bill, non si concede mai, si studia, si centellina, non vuole essere troppo «donna», secondo la galleria degli stereotipi, e ci riesce benissimo. Ha imparato a sciogliere le proprie debolezze, se le ha, nella fornace della vita privata, dove soltanto una come lei avrebbe potuto reggere a quello scandalo intollerabile per altre donne meno forti o meno ciniche. O sopportare le maldicenze e le insolenze del «vasto complotto della destra», come lo chiamava lei e si scoprì esserci veramente, quando il suo migliore amico e collega, l´avvocato della Casa Bianca Vince Foster, si uccise con un colpo in testa e Washington. E´ la circolazione a sangue freddo, accanto alla circolazione a sangue caldo del marito, nell´organismo chiamato Billary, e se questa mancanza di passione apparente, di calore la aiuterà o la condannerà, soltanto il voto potrà dire. Anche il linguaggio inconscio del corpo, il messaggio dei segni, racconta questa inversione delle polarità maschili e femminili nella coppia irresistibile. Al momento di lasciare la scena, e di salutare la band di Elvis Costello, i Wallflowers dove alla chitarra basso suona il figlio Bob Dylan, un altro rampollo schiacciato, come Chelsea, dall´ombra inarrivabile dei genitori, Bill abbracciava e sbaciucchiava tutti, stringeva, picchiava sulle spalle dei musicanti, mostrava quella mancanza di inibizioni al contatto fisico con altri uomini dai quali invece i maschi americani, perennemente terrorizzati dai sospetti di omosessualità, rifuggono. Era lei, all´opposto, a stringere burocraticamente mani, a mantenere le distanze, a triangolare tra i corpi accaldati, a dare segni di disagio nella festosa ammucchiata del dopo concerto e dopo comizio, perchè anche questi, nel linguaggio dei segni, sono gesti femminili, indizi di fisicità disdicevole in un maschio. E in presidente. Hillary sembra prigioniera del proprio personaggio. O è il personaggio della candidata a essere prigioniero di Hillary. Per questo Bill non è soltanto necessario, ma indispensabile in questa campagna alla quale, lui precisa con deliziosa falsa umiltà «mia moglie mi ha chiesto di contribuire come posso». Senza di lui, Hillary sarebbe una caricatura. Con lui, con la sua «femminilità», lei è una donna forte, fredda, ma umana. La difficoltà con la quale la senatrice comunica, quel suo sguardo che pare perennemente rivolto all´interno, per studiarsi, quanto quello del marito sembra proiettato ad avvolgere chi lo incontra, è quasi dolorosa da vedere, ma l´inversione dei ruoli tra Fred e Ginger sulla scena contribuisce a formare un organismo perfetto e completo. Vedere Bill il simpatico mascalzone, la canaglia irresistibile, calarsi nella parte della futura First Lady, due passi distante da Hillary mentre lei parlava, come un tempo le mogli giapponesi dai mariti, contratto in quella espressione di stolida adorazione che per decenni le mogli dei presidenti sono state condannate a indossare, è il messaggio più potentemente subliminale di questa campagna elettorale che si deciderà sul voto di donne. A fine show, i Billary sono andati a cena dopoteatro per caviale e bliny alla «Russian Tea Room», la più celebre sala da tè di Manhattan. Senza, naturalmente, pasticcini.