Timothy Garton Ash, la Repubblica 27/10/2007, 27 ottobre 2007
Ogni tanto, proprio quando cominci a esserne stufo, qualcosa ti ricorda quanto sia meravigliosa la democrazia
Ogni tanto, proprio quando cominci a esserne stufo, qualcosa ti ricorda quanto sia meravigliosa la democrazia. Domenica scorsa i giovani polacchi si sono messi in coda pazientemente, non solo a Varsavia e Wroclaw, ma a Dublino e a Londra, per votare per una Polonia in grado di dar loro un futuro. Il più elementare piacere della democrazia, votare per eleggere il proprio governo, i loro genitori non lo avevano mai assaporato prima della fine del comunismo, nel 1989. I diciottenni e i diciannovenni in fila lo sperimentavano anche loro per la prima volta. L´affluenza alle urne, benché sempre ridotta, è stata la più elevata mai registrata dalle elezioni storiche del 1989. Sono stati i giovani polacchi, soprattutto, recandosi alle urne in numero inaspettatamente cospicuo, a produrre un risultato che ha sorpreso tutti. Ne avevano abbastanza. Era tempo di cambiare. E così hanno buttato fuori i mascalzoni. Il più mite dei "gemelli terribili" resta presidente, ma Jaroslaw Kaczynski, il più prepotente e intrallazzatore, non sarà più premier. Il suo partito, benché abbia raccolto ancora quasi un terzo dei voti, ha subito una sconfitta decisiva. Altrettanto appagante è stato il fatto che i due partitini populisti e caparbi Autodifesa e Lega delle Famiglie Polacche, sono rimasti ben sotto la soglia del 5% e non saranno così rappresentati in parlamento. La sera del voto personalmente ho particolarmente apprezzato il momento in cui la televisione polacca ha ripreso il quartier generale di Autodifesa, un partito orrendo, mostrando una sala tutta illuminata ma totalmente deserta. Sembrava non ci fosse nessuno, a parte il giornalista e un malinconico portavoce baffuto. Il partito è finito. L´ultimo spenga la luce. L´esito del voto è un bene per la democrazia, un bene per la Polonia e un bene per l´Europa. Sotto certi aspetti la sequenza storica non potrebbe essere migliore. Una volta che la Polonia è entrata saldamente a far parte dell´Ue e della Nato la corrente xenofoba, provinciale, nostalgica, germanofoba da sempre presente nella società polacca, ha l´opportunità di governare. In due anni fa un gran pasticcio. Una netta maggioranza di elettori decide quindi, nell´ambito di elezioni libere e regolari, che questa non è la Polonia in cui vogliono vivere, né il volto che intendono mostrare al mondo. Vogliono un paese più moderno, più progressista, più europeo e occidentale. Cosa c´è di più chiaro e puro di questa libera scelta? La democrazia, diceva Karl Popper, è il sistema in cui le persone possono cambiare governo con mezzi pacifici. Sfortunatamente il pasticcio politico combinato dai gemelli Kaczynski non riguarda solo loro. Hanno disastrato un paese già debole, afflitto da faziosità e corruzione. Hanno promesso uno stato più forte e più onesto e ne hanno consegnato uno più debole e più losco. Il nuovo governo polacco avrà il suo da fare per ristabilire, anzi, per creare ex novo, un buon governo nel rispetto dello stato di diritto. Non sono certo che ci riesca. Ma in politica estera il cambiamento dovrebbe risultare più facile. In seno alla Ue questo governo continuerà a collocarsi all´estremità euroscettica dell´arco, ma dovrebbe essere moderato e ragionevole nel portare avanti i propri interessi nazionali. Non sarà guidato dall´anacronistico timore ottocentesco nei confronti della Germania. Il ruolo del predone maledetto nella Ue tornerà al suo tradizionale titolare, la Gran Bretagna. Esiste un altro aspetto della vicenda che assume significato più ampio. Una caratteristica tipica della politica polacca dalla fine del comunismo in poi è il mancato consolidarsi di partiti politici ampi, stabili, di centrosinistra o di centrodestra. Negli anni i partiti si sono avvicendati come speranzosi single ad un appuntamento rapido per trovare l´anima gemella. Le sigle sono state rimescolate come in un caleidoscopio. Per un certo periodo sembrava che i post comunisti andassero verso un moderno partito socialdemocratico, in seguito però fallito in una palude di scandali e corruzione. E questo paese a grande maggioranza cattolica non è ancora riuscito a creare un partito cristiano democratico moderno, come quello tedesco. Si ripresentano sempre gli stessi vecchi politici, ma i partiti continuano a cambiare. Il raggruppamento che ha vinto stavolta, Piattaforma Civica è presente in parlamento solo dal 2001. Solo un partito è stato rappresentato senza interruzioni in parlamento dal 1989: il Partito dei Contadini (che, detto per inciso, è il probabile partner di coalizione di Piattaforma Civica nel nuovo governo). Secondo me non è una coincidenza che sia anche l´unico partito a rappresentare un gruppo sociale unico, ben definito: i contadini. Che Dio li benedica. Il caleidoscopio delle sigle non è un fenomeno esclusivamente polacco. Guardando all´andamento delle elezioni in altri paesi post-comunisti spesso si registra un´analoga instabilità: minore in alcuni (Repubblica Ceca, Ungheria), quasi pari in altri. Ma non si tratta di una cacofonia esclusivamente post comunista. Prendiamo l´Italia, che dopo la fine della guerra fredda ha subito un terremoto nel sistema politico. Stando ai dati a mia disposizione nessun partito presente alla Camera dei deputati nel 1987 vi è oggi rappresentato. Gli unici partiti rappresentati continuativamente alla Camera dal 1992 sono stati Rifondazione Comunista e la Lega Nord. Questo mese gli italiani hanno visto nascere un altro partito ancora. In una straordinaria votazione, simile in qualche modo alle primarie Usa, più di 3 milioni di elettori hanno deciso che il sindaco di Roma, Walter Veltroni, guiderà una nuovo grande partito-ombrello, chiamato, all´americana, Partito Democratico, che unisce gli ex Ds e l´ex Margherita, includendo ex comunisti, ex democristiani, ex repubblicani, ex liberali ed ex socialisti (che forse nel cuore tali restano). «Non ci chiedono di essere il prossimo passo» ha detto Veltroni, «ma di creare un partito completamente nuovo». Agli occhi di paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, che procedono imperturbabili con gli stessi due o tre grandi partiti, questi possono sembrare frivoli balli latini e slavi. Perdere un partito politico è comprensibile, perderli tutti sembra segno di negligenza. I politologi, da parte loro, avanzano tesi sofisticate sul legame tra sistema elettorale e sistema partitico. (Si dice che il maggioritario a turno unico, alla maniera britannica, sia più favorevole ad un sistema bipartito). Ma riflettete: se i nostri partiti storici non esistessero, li inventeremmo? Con quasi assoluta certezza no. Esistono per inerzia. Non rappresentano più gruppi sociali distinti (ad esempio il Labour i lavoratori) o precisi, coerenti, insiemi di principi. In Gran Bretagna laburisti e conservatori ormai si travestono continuamente nella lotta per conquistare i favori di una (piccola) classe media progressista in senso lato. Al congresso del partito laburista il premier Gordon Brown nel suo intervento parla con enfasi di identità nazionale, duro lavoro, ordine pubblico, su un fondale blu, tradizionalmente il colore dei conservatori britannici. Il leader conservatore David Cameron sceglie un look progressista di sinistra, senza cravatta, per poi tornare azzimato. Si rubano le iniziative politiche, esempio più recente la riduzione delle tasse di successione, come travestiti che si contendono un abito da cocktail. Sono semplici aggreganti di interessi e pregiudizi, macchine elettorali, tenute insieme solo dalla storia e dal comune desiderio di potere. Ma nonostante tutto avere un sistema partitico stabile resta un grande vantaggio. Il problema è: come crearlo se non c´è mai stato, come in Polonia, o ricrearlo, se è crollato, come in Italia? www.timothygartonash.com Traduzione di Emilia Benghi