Dagospia 26/10/2007 (Luca Piana, L’espresso 26/10/2007, 26 ottobre 2007
Quando a fine maggio venne annunciata la conquista di Capitalia, all’epoca la maggior banca italiana del Centro-Sud, il gruppo Unicredit poteva vantarsi di aver scalato una vetta fuori dalla portata di qualsiasi altro istituto nazionale
Quando a fine maggio venne annunciata la conquista di Capitalia, all’epoca la maggior banca italiana del Centro-Sud, il gruppo Unicredit poteva vantarsi di aver scalato una vetta fuori dalla portata di qualsiasi altro istituto nazionale. Grazie alla nuova preda, la banca guidata da Alessandro Profumo aveva infatti superato in termini di valore di Borsa quota 100 miliardi di euro, diventando la più grande dell’area dell’euro. I colossi spagnoli, francesi, tedeschi e olandesi, da sempre impegnati in un’aggressiva espansione, erano rimasti indietro. A volte conquistare un primato può però sembrare più facile che mantenerlo. E oggi, passati cinque mesi, Profumo ha perso la testa della classifica, al cui vertice si ritrova invece Emilio Botín, numero uno dello spagnolo Banco Santander, forte di una capitalizzazione di 87,4 miliardi, contro i 77,2 di Unicredit e i 69,8 della francese Bnp Paribas. (Alessandro Profumo - Foto U.Pizzi) Se si guarda il grafico riportato qui sotto, il motivo del sorpasso trova una prima spiegazione. Dall’annuncio della fusione con Capitalia, il titolo Unicredit ha perso il 23 per cento circa, facendo sensibilmente peggio della media delle banche dell’area euro. Se a livello internazionale soffre l’intero settore, colpito dalle ripercussioni della crisi dei mutui americani, Unicredit soffre di più. Come se Profumo, il banchiere dell’espansione all’estero e delle enunciazioni pubbliche sul disinteresse per i circoli chiusi del potere, avesse perso il tocco fortunato. Gli esperti spiegano il momento no con diversi argomenti. Alcuni sono legati all’immagine del gruppo. Il primo è lo strapotere sulla cruciale partecipazione in Mediobanca accordato all’ex presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, un banchiere che si è ritrovato al centro di numerosi scandali e che ha spesso agito secondo logiche distanti da quelle dei grandi investitori. Il secondo sono i danni, pari attualmente a circa un miliardo, subiti dai clienti che hanno sottoscritto i derivati (vedi riquadro in alto a destra). Altre spiegazioni, tuttavia, hanno a che fare con motivi più tangibili. E mirano maggiormente al cuore del gruppo, dando spazio alle vendite sul titolo avviate dagli investitori più speculativi: la difficile digestione di Capitalia; la forte presenza di Unicredit sul mercato tedesco, dove più pesanti sono state le ripercussioni della crisi partita dagli Stati Uniti; le difficoltà che Profumo incontrerà nel riorganizzare un gruppo tanto grande da sfuggire ormai al controllo di una cerchia ristretta di fedelissimi; il patrimonio insufficiente che l’istituto si ritrova oggi, e che potrebbe rendere necessario ricorrere a un aumento di capitale, chiedendo nuove risorse agli azionisti. "A questi prezzi non la comprerei mai". questa la frase che, assicurano diversi operatori, Profumo avrebbe detto in passato a chi gli chiedeva se voleva Capitalia. La scorsa primavera, l’affare è stato invece chiuso in fretta e furia quando Capitalia viaggiava a valori record, senza che il prezzo (in azioni Unicredit) fosse legato a una verifica della bontà dei conti. (Cesare Geronzi - Foto U.Pizzi) Quando la fusione era cosa fatta, Capitalia ha annunciato i conti del primo semestre, e le sorprese non sono mancate. La prima riguarda l’effettiva capacità di tutti i suoi clienti di restituire i denari avuti in prestito e la tenuta del valore delle attività finanziarie: il valore delle rettifiche su queste due voci del bilancio è balzato tra gennaio e giugno a 404 milioni di euro (dai 241 dello stesso periodo del 2006), schiacciando i guadagni. Altre cattive notizie sono giunte da una delle voci più delicate del bilancio di Capitalia che, negli anni passati, per fare pulizia nei conti, aveva effettuato le cosiddette cartolarizzazioni. La materia è complessa: i crediti difficili da recuperare vengono ceduti a società create appositamente, chiamate veicolo, che pagano un corrispettivo finanziandosi con l’emissione di obbligazioni vendute, tra gli altri, alla banca stessa. Toccherà al veicolo rimborsare le obbligazioni con i denari recuperati. La principale delle società veicolo battezzate da Capitalia si chiama Trevi e nel primo semestre di quest’anno è riuscita a recuperare crediti per soli 134 milioni, contro i 232 a giugno 2006. Se l’attività continuasse a rilento, Capitalia rischierebbe, essendo esposta su Trevi - tra obbligazioni e anticipi di cassa - per oltre un miliardo di euro. opinione diffusa che a Profumo non spiaccia troppo far subito pulizia nei conti di Capitalia, per non tirarsi dietro le magagne. Allo stesso tempo, però, nel breve questi effetti aumentano l’incertezza, e in questa fase gli investitori vogliono vederci più chiaro possibile. Un altro aspetto riguarda il cuscinetto di risorse disponibili che ogni banca, per garantire la propria solvibilità nei confronti dei clienti, deve obbligatoriamente conservare. La banca d’affari Fox-Pitt Kelton ha calcolato che quest’anno Profumo tirerà fuori complessivamente circa 4,6 miliardi. Gli esborsi riguardano tra l’altro l’ingresso nello spagnolo Banco Sabadell, l’acquisto dell’ucraina Ukrsotsbank e della kazaka Atf, nonché il rimborso dei soci Capitalia che non hanno aderito alla fusione. Gli incassi, invece, si fermeranno a 1,7 miliardi, già considerata la riduzione della quota in Mediobanca (dal 18,1 all’8,7) in corso in questi giorni. Fatti i conti, Fox-Pitt calcola che il patrimonio di vigilanza di Unicredit sia ora inferiore alla situazione ottimale e che un aumento di capitale da 6 miliardi permetterebbe di riportarsi in linea con gli obiettivi 2008. (Geronzi, Profumo e Rampl, l’unione fa la forza! - Foto U.Pizzi) Un altra sfida, infine, è quella di riuscire a trarre il meglio dalla nuova stazza continentale del gruppo, frutto dell’acquisizione di Hvb in Germania e dell’espansione a Est. L’articolazione è sempre più complessa: in teoria Unicredit è un’entità unica in tutta Europa, con tre divisioni uniche per area di attività. Di fatto, dicono alcuni dirigenti sballottati in questi giorni tra Milano e Monaco, i due principali fulcri operativi, "il tuo capo di tutti i giorni magari sta in un’altra società straniera che funziona secondo il codice civile di quel Paese, ma tu di fatto dipendi da una struttura giuridica che, in qualche modo, deve rispondere a un suo consiglio di amministrazione". Per eliminare le sacche di inefficienza, Profumo si è fatto affiancare ora da ben tre vice che dovranno sostenerlo nella diffusione del suo verbo (la struttura divisionale) senza limiti di confini. In attesa dei risultati, numerosi investitori hanno però preferito riparare sui titoli di banche che, paradossalmente, in Europa, non sono mai riuscite ad andarci. Dagospia 26 Ottobre 2007