Lucia Annunziata, La Stampa 26/10/2007, 26 ottobre 2007
Si usa dire che c’è sempre un giudice a Berlino, per indicare la certezza della Giustizia. E a Genova? Domanda seria che rivolgo ai tanti, inclusa me stessa, che in Italia continuano a tifare per la libertà dei giudici, e quella in particolare del giudice De Magistris
Si usa dire che c’è sempre un giudice a Berlino, per indicare la certezza della Giustizia. E a Genova? Domanda seria che rivolgo ai tanti, inclusa me stessa, che in Italia continuano a tifare per la libertà dei giudici, e quella in particolare del giudice De Magistris. Mentre ancora suona la grancassa sul caso Mastella, sta concludendosi a Genova il processo ai manifestanti del G8. E’ fin troppo semplice anticipare che questa conclusione diverrà un altro caso attraverso cui misurare il giudizio sul rispetto che esiste per la Magistratura in questo nostro Paese. Dunque: a Genova sono sotto processo 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, per gli scontri del luglio del 2001 in occasione del G8. Scontri in cui, ricordiamolo anche se non è necessario, fu ucciso Carlo Giuliani, e si conclusero con un sanguinoso pestaggio, di fatto tollerato e coperto (se non addirittura autorizzato) da una parte dei dirigenti responsabili delle Forze dell’ordine. La condanna chiesta dai due magistrati Anna Canepa e Andrea Cangiani è di quelle destinate a fare, come si dice, testo: vengono chiesti infatti per i manifestanti un totale di 224 anni e mezzo, per reati per cui si prevedono dagli otto ai quindici anni. Un massimo della pena, insomma. Beninteso, siamo ancora al di qua dalla conclusione: terminata la requisitoria, tocca ora alle parti civili, poi sarà il turno dei difensori, quindi le eventuali controrepliche della procura. probabile che si arrivi così a Natale. Ma c’è da aspettarsi che il caso lieviterà per diventare, come già si sente nelle prime reazioni, un tipico esempio di malagiustizia, o, meglio, di «giustizia a due velocità». Il sito Information Guerrilla ad esempio scrive rabbia, «una rabbia e un’indignazione che dobbiamo trasformare in mobilitazione. Mai si era arrivati a richieste di pena così pesanti per episodi di piazza. Una scelta profondamente politica che vuole dare un segnale rivolto, non solo, a rileggere le giornate di Genova 2001, ma anche al futuro dei movimenti. un processo politico contro i movimenti dell’oggi e quelli di domani. Queste vergognose richieste di condanna non devono trasformarsi in anni di carcere. Dobbiamo dare una risposta immediata». Segue un invito «a tutti quelli che erano a Genova il 19.20 e 21 luglio 2001, ma non solo, a tornarci tutti insieme il prossimo sabato 17 novembre per una grande manifestazione». Gli argomenti di chi critica le scelte dei giudici di Genova non sono infondati: è effettivamente difficile pensare che il reato di devastazione sia punito più severamente di (facciamo un esempio) omicidio in stato di ubriachezza; e sicuramente ha ragione chi ricorda che i 45 delle forze dell’ordine sotto accusa per i soprusi e le violenze della caserma di Bolzaneto avranno probabilmente la prescrizione, così come di indulto e prescrizione godranno i 29 agenti e super-poliziotti sotto accusa per il sanguinario assalto alla scuola Diaz. Ma, viceversa, anche tenendo conto di queste obiezioni, è difficile ignorare la forza del lavoro dei giudici genovesi. Intanto sono due stimati professionisti. Anna Canepa, per altro è «di sinistra», nota esponente di Magistratura Democratica, corrente di sinistra delle toghe, e presidente della Anm di Genova. Escluso dunque il pregiudizio professionale e politico nei confronti dei manifestanti (essi stessi «di sinistra»). Il ragionamento dei due giudici appare forte, soprattutto perché introduce una novità: «Chiedo a voi tutti - ha detto Canciani - una volta accertata la responsabilità delle persone, di avere il coraggio di chiamare le cose che abbiamo visto con il loro nome, devastazione e saccheggio, come avremo il coraggio di chiamare massacro quello che è avvenuto alla scuola Diaz». L’invito rompe il tecnicismo delle sentenze per introdurre nel giudizio una singolare categoria, la sincerità. Un modo per guardare più in là degli schieramenti e misurarsi con la essenza delle cose. Cercando di misurarsi a sua volta con un pregiudizio politico: quello della verità in tasca; quello per cui i manifestanti hanno ragione e la polizia no. Qualunque cosa se ne pensi, è una forma di buona giustizia, perché cerca di misurarsi con la realtà e non con le sue proiezioni. La ragione per cui in Italia la Giustizia rimane al centro della sensibilità dei cittadini, è del resto proprio questa: essa è uno dei pochi strumenti comprensibili per misurare l’equilibrio tra torto e ragione. La passione con cui si sta seguendo il caso De Magistris è un termometro della fiducia che si ha nella magistratura. Tra chi si batte per mantenere questa fiducia c’è ampiamente il popolo della sinistra, e della sinistra radicale in particolare: quelle forze, insomma, che nelle vicende del G8 si sentono (giustamente) parte ferita. Nel caso di Genova, questo popolo, manterrà ferma la sua profonda convinzione nella libertà sovrana dei giudici? Comunque, sarà un interessante caso da seguire. Stampa Articolo