Articoli vari, 26 ottobre 2007
SECONDO GRUPPO DI ARTICOLI SUGLI ATTACCHI DELLE LOCUSTE A GENERALI
LA REPUBBLICA, 26/10/2007
ETTORE LIVINI
MILANO - A vederla così sembra una battaglia impari, Davide contro Golia: piccoli investitori anglosassoni, in prima linea Algebris e il "The Childrend Fund" ("Il fondo dei bambini") all´assalto di un Leone. Anzi del Leone per eccellenza del business europeo, quello alato delle Generali. La storia recente della finanza mondiale insegna però che la legge della giungla, applicata alla Borsa, non vale. Anzi. Le "locuste" (l´etichetta appiccicata agli hedge fund dalla loro "vittima" più illustre, Werner Seifert di Deutsche Boerse) si sono già mangiati bocconi ben più grossi di Trieste. E l´assalto alla compagnia italiana è solo l´ultimo capitolo di quella rivolta dei grandi investitori partita in America all´inizio del millennio e costata la poltrona a più di un super-manager su entrambe le sponde dell´Atlantico.
Lo schema della locusta, oggi come negli anni scorsi, è sempre lo stesso. Si individua una società che si ritiene mal gestita e di cui si ha in portafoglio una quota azionaria. Poi si inizia a far pressione sul vertice chiedendo cambi radicali nella strategia o, in caso di resistenza, cercando di rimuoverlo. Con l´obiettivo in entrambi i casi di migliorare la quotazione dei titoli in Borsa. Un meccanismo brevettato dalla Calpers – il fondo pensione dei dipendenti pubblici californiani – che da fine anni ´90 stila annualmente un elenco di aziende mature per lo scossone manageriale. Wall Street, all´inizio, ha preso sottogamba la lista nera. Ma si è sbagliata. Calpers ha fatto da catalizzatore. Alle sue iniziative si sono associati strada facendo decine di altri investitori a stelle e strisce. E in meno di tre anni gli affondi di Calpers & C. hanno fatto saltare più di una testa coronata della Corporate America. Il primo caso, forse il più eclatante, è stato quello di Michael Eisner, ad della Walt Disney. Il padrone di Topolino – messo alle strette per la gestione opaca – ha snobbato le richieste dei fondi ed è andato al braccio di ferro in assemblea, convinto di zittire il dissenso con una maggioranza bulgara. Non è andata così: ha perso ed è stato costretto alle dimissioni da un manipolo di pensionati della West Coast. Stessa sorte è toccata a un altro mostro sacro del business Usa come Carly Fiorina, la manager che ha celebrato le nozze tra Compaq e Hp. E Calpers ha dato un valido contributo anche all´addio di Dick Grasso, ex ad di Wall Street, travolto dalle polemiche sul suo maxi-stipendio da 140 milioni.
Negli ultimi mesi, in Usa e in Europa, il ruolo delle locuste se lo sono presi gli hedge fund. Istituzioni più speculative dei fondi pensione, ma altrettanto determinate a generare valore (in tempi ancor più brevi) sui loro investimenti. La pattuglia partita all´attacco di Trieste, per dare un´idea, ha già al suo attivo due vittime illustri come Werner Seifert, silurato dopo il fallimento dell´Opa su Lse e Rijkman Groenink, ad di Abn Amro, messo sotto pressione da Tci e Algebris e costretto a vendere la banca (peraltro con grande profitto per tutti i soci). Qualcuno storce il naso. I gestori degli hedge – dicono i loro detrattori – giocano sui loro successi in tema di corporate governance. Sanno che quando si muovono i titoli salgono – aggiungono – e qualche volta ci marciano, anche perché i loro stipendi faraonici (i numeri uno dei 25 fondi maggiori hanno guadagnato nel 2006 14 miliardi, più del Pil islandese) sono legati alle performance. Può darsi. Di certo però, le mosse di queste settimane sarebbero solo l´antipasto di un´offensiva su più larga scala. Gli hedge – per far fronte alle perdite sul fronte dei subprime, sussurrano i maligni – sarebbero pronti ad accelerare il forcing sulle aziende meno brillanti e qualcuno parla di "lettere" in preparazione per nuovi cda (si parla pure di Vivendi e Telecom Italia). Le locuste, evidentemente, non sembrano intenzionate ad accontentarsi del Leone.
LA REPUBBLICA, 26/10/2007
GIOVANNI PONS
MILANO - I due grandi vecchi del capitalismo italiano, Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli, si incontreranno domani per cercare di sbloccare il dossier caldo del vertice Telecom. Ma è molto probabile che i due banchieri si allargheranno anche a parlare di Generali, a valle dell´incursione del fondo Algebris che chiede un rinnovamento della governance a Trieste. Sul vertice Telecom la contrapposizione tra gli schieramenti non è facile da superare. Per circa sei mesi è andato avanti un totonomine che ha riguardato sia la sostituzione di Pasquale Pistorio alla presidenza, sia il vicepresidente Carlo Buora, sia l´amministratore delegato Riccardo Ruggiero.
Tra i nomi più gettonati per imprimere la svolta c´è quello di Gabriele Galateri per la posizione di presidente senza deleghe, ipotesi che sta trovando crescenti consensi. Ma un´altra soluzione sarebbe rappresentata da Franco Bernabé, che ha già guidato la Telecom a cavallo del 1998 e 1999 prima dell´arrivo di Roberto Colaninno. Più difficile trovare una soluzione per la posizione di capoazienda, visto che al momento non è circolato un nome in grado di mettere tutti d´accordo. Ai manager di Mediobanca e anche al suo presidente Geronzi non dispiace la candidatura di Paolo Dal Pino, recentemente uscito da Wind e con un passato in Seat e al Gruppo Espresso. Ma gli azionisti francesi di piazzetta Cuccia, con in prima linea Vincent Bolloré, premono per una riconferma di Riccardo Ruggiero, che con la sua squadra ha garantito in questo difficile periodo la tenuta dei conti anche se non del titolo in Borsa. Le possibilità di Luca Majocchi, attuale amministratore delegato di Seat, o di Francesco Caio, banchiere d´affari alla Lehman Brothers, sembrano al momento molto ridotte. Si vedrà se i due grandi banchieri, visti i buoni rapporti reciproci, riusciranno a trovare un accordo ragionevole altrimenti non si può escludere che l´attuale consiglio possa andare avanti fino alla sua scadenza naturale, cioè fino ad aprile.
La partita Telecom si incrocia peraltro con quella Generali, esplosa negli ultimi due giorni con la pesante lettera del fondo Algebris contro il management. Tanto che qualcuno pensa che si possa verificare un ricambio al vertice del Leone prima di quello in Telecom. noto, perché espresso pubblicamente, il timore di Bazoli per il destino finale di Generali, importante azionista di Intesa Sanpaolo e vera cassaforte del sistema finanziario italiano. La capitalizzazione di Borsa ancora bassa del Leone lo espone a possibili attacchi dall´estero e l´incursione degli hedge fund come Algebris potrebbe accelerare il processo. Una soluzione ponte potrebbe essere rappresentata da un cambio in corsa di Bernheim, Perissinotto o Balbinot. Il mercato chiede un presidente non operativo che si occupi della governance della compagnia e un amministratore delegato unico e forte. Qualche anno fa, ai tempi della scalata Unicredit a Trieste, il nome più gettonato per dirigere la compagnia era quello di Mario Greco, allora in Ras e ora in Zurich. In queste ore, invece, si parla di Enrico Tomaso Cucchiani, numero uno di Allianz in Italia e con una lunga esperienza assicurativa. Ma il ricambio in Generali non sarà una passeggiata in quanto Bernheim, come noto, è sostenuto a spada tratta da Bolloré e dagli spagnoli del Santander, a loro volta azionisti di Mediobanca e con un posto nel consiglio di amministrazione di Trieste. Ma anche Alessandro Profumo, in qualità di azionista di spicco di piazzetta Cuccia, potrebbe aver voce in capitolo. La matassa da sbrogliare, come si vede, è piuttosto ingarbugliata e Bazoli e Geronzi avranno sicuramente di che parlare.
LA STAMPA, 26/10/2007
FRANCESCO MANACORDA
FRANCESCO MANACORDA
MILANO
Il Leone corre in Borsa ai massimi da sei anni sotto la spinta dell’hedge fund Algebris. Ieri il titolo Generali ha fatto un balzo del 5,81% a 32,98 euro con scambi molto intesi - pari al 3,9% del capitale - proprio sull’onda delle aspettative di una battaglia azionaria innescata dalla mossa del fondo britannico che chiede mutamenti radicali alla governance di Trieste, contestando in particolar modo ruolo e retribuzione del presidente Antoine Bernheim e il legame troppo stretto con l’azionista di maggioranza Mediobanca.
Il colpo sparato mercoledì da Algebris - forte solo di uno 0,3% di Generali che potrebbe salire all’1% - spinge dunque il titolo, ma solleva anche qualche perplessità. La banca d’affari Merrill Lynch, che continua a consigliare ai suoi clienti di vendere Generali e considera 29 euro un giusto prezzo, «dubita» che l’iniziativa di Algebris «guadagnerà molto seguito. Primo, secondo noi, perchè l’attuale strategia operativa contiene un sufficiente sforzo. In secondo luogo, dubitiamo che i grandi azionisti di Generali abbiano molta voglia di una riforma radicale». E la casa d’investimenti Chevreux si dice d’accordo con Algebris per quel che riguarda le critiche alla governance di Generali, ma «meno» d’accordo sulle osservazioni relative alla performance finanziaria della compagnia. Mercoledì il consiglio Generali si riunisce per esaminare i dati trimestrali: in quell’occasione si discuterà con ogni probabilità della lettera, mentre in seguito i vertici della compagnia incontreranno la comunità finanziaria.
Ma al di là delle reazioni di Borsa la mossa del fondo inglese riecheggia adesso nelle stanze della grande finanza. C’è qualcuno dietro l’iniziativa di Davide Serra e soci? Le illazioni si sprecano: si va dalla puntata al rialzo di qualcuno che avrebbe già raggiunto i suoi obiettivi (+8% il titolo Generali in due sedute) all’interesse celato di qualche grande protagonista italiano per l’operazione. Ma sono solo ipotesi, così come non trova per ora conferme la notizia rilanciata dall’agenzia Radiocor secondo cui il fondo inglese potrebbe raccogliere fino a 6 miliardi di dollari. Proprio su questo punto la Consob potrebbe chiedere informazioni più precise.
Quel che è certo è che Algebris ha colpito un bersaglio sensibile e con grande tempismo. Su Trieste si è aperto da mesi uno scontro duro tra Unicredit-Mediobanca e Intesa-Sanpaolo. La prima filiera determinata a esercitare il suo peso azionario sul Leone, anche perché - sostiene l’ad di Unicredit Alessandro Profumo - in caso contrario la compagnia rischierebbe di finire ai francesi o alla stessa Intesa-Sanpaolo. E Intesa-Sanpaolo determinata invece a difendere un’indipendenza che vede messa in pericolo dal rischio di un «cortocircuito» azionario che porti Unicredit, via Generali, troppo vicino alla sua stanza dei bottoni. Ma al momento non sembra che Algebris possa avere molto seguito anche tra chi non è certo sulle posizioni di Mediobanca. Potrebbe piuttosto esercitare qualche appeal tra i nuovi azionisti che sono entrati a Trieste negli ultimi mesi.
Tra gli alleati storici di Bazoli il finanziere Romain Zaleski (2,2% di Generali) non si scandalizza per l’uscita del fondo, ma non si scalda certo: «In linea di massima sono a favore che ognuno si esprima. Se si deve fare qualcosa è bene dirlo». Giuseppe Guzzetti, presidente di quella Fondazione Cariplo che è grande azionista di Intesa-Sanpaolo ed ha l’1,6% di Trieste, appare distante dall’hedge fund: «Siamo soddisfatti dell’investimento in Generali e della gestione del gruppo assicurativo da parte del management». E Bazoli stesso? Difficile pensare che possa avvicinarsi a strategie e tecniche degli hedge funds. Lui che ha sempre contrapposto un modello di capitalismo temperato agli eccessi dei mercati finanziari che cercano risultati a breve termine, non dovrebbe essere a suo agio con i giovanotti di Algebris.
LA STAMPA, 26/10/2007
«E’ un ricatto». Il giudizio assai tranchant sull’iniziativa di Algebris viene raccolto dall’agenzia Ansa e pudicamente attribuito a «un’autorevole fonte vicina al Leone» che per di più «commenta a Parigi». Difficile capire chi è? Certo che no: lo stile - assicurano in tanti - è quello inconfondibile del presidente delle Generali Antoine Bernheim. Anche perché chi parla se la prende pure con gli attacchi di Algebris alla retribuzione dello stesso Bernheim e replica che il fondo «indica retribuzioni quattro-cinque volte superiori a quelle reali». Ma passano due ore e da Trieste arriva la versione ufficiale: «La posizione della società in merito alla lettera inviata da Algebris è quella riportata nel comunicato stampa diffuso nella serata di ieri». Ossia quello che spiega come Generali sia «aperta a tutte le opportunità per un dialogo costruttivo con gli azionisti attuali e potenziali».
Non è la prima volta che Bernheim parla senza perifrasi e diverge dal resto del management Generali. L’ultima, ma non l’unica, volta è accaduto in settembre. In un’intervista il presidente aveva espresso il suo auspicio che la compagnia crescesse in Intesa-Sanpaolo, di cui ha il 5%. Qualche giorno dopo l’ad Giovanni Perissinotto archiviava l’ipotesi. Ma forse oggi alla schiettezza di Bernheim contribuisce anche la sensazione di essere in difficoltà più che in altri momenti. Dietro l’attacco del fondo inglese il presidente delle Generali vede un attacco personale, teme che sia la sua carica quella messa davvero sotto tiro.
E se a nessuno è sfuggito che negli ultimi mesi Bernheim è apparso spesso più vicino a Intesa-Sanpaolo con cui ha rapporti di azionariato incrociato che non a Mediobanca, che è suo socio di riferimento, allo stesso presidente non è certo sfuggito che attorno a lui si moltiplicano le voci che parlano di un suo presunto impegno a lasciare la presidenza delle Generali nell’aprile 2008, dopo solo un anno dalla riconferma triennale della scorsa assemblea. Un impegno che per Bernheim non esiste. L’asse con i soci francesi di Mediobanca - Vincent Bolloré e Tarak Ben Ammar - sembra a oggi inossidabile, ma proprio quei soci sono sempre più chiaramente vicini a Cesare Geronzi - che hanno proposto proprio alla vicepresidenza di Generali - dopo essere stati decisivi per il suo insediamento al vertice di Mediobanca. Così oggi la riunione del patto di sindacato Mediobanca, dove sarà presente lo stesso Bernheim, affronterà anche la vicenda Generali.
CORRIERE DELLA SERA, 27/10/2007
S.BO.
[...] Alessandro Profumo, sollecitato sull’intervento di Algebris, ha detto di non voler «entrare in questa discussione», e che comunque l’azione dei fondi a livello internazionale per spingere la redditività delle imprese «non è una gran novità».
Di fatto però in Italia gli hedge fund non sono ancora stati protagonisti di grandi battaglie e per Trieste si tratta di una novità assoluta. Il 31 ottobre la lettera di Algebris sarà sul tavolo del consiglio della compagnia che si riunirà sui conti trimestrali. In quella occasione è possibile che dal board arrivino domande sui temi sollevati nel documento, così com’è probabile che l’argomento non sia ignorato nella successiva conference call con gli analisti.
Ieri il Financial Times in una «lex column » è tornato sulle Generali. Il quotidiano inglese descrive la compagnia triestina come un gruppo «prudente» e «anacronistico », che «siede nel bel mezzo degli incroci azionari delle grandi aziende e dei giochi politici italiani». « un campione nazionale noto per la sua prudenza, ma è anche un gruppo che crede fermamente nel fare le cose a modo suo, senza rispettare quello che il resto del mondo assicurativo e finanziario considera normale». «Di tutte le compagnie che un fondo» come Algebris « poteva prendere in considerazione, Generali è una delle più difficili da colpire».
L’amministratore delegato del Leone, Giovanni Perissinotto, in un’intervista rilasciata a il Mondo
prima della lettera di Algebris ma di stretta attualità considerati i temi toccati, sostiene che il mercato vuole tutto e subito mentre i manager devono muoversi con una visione di medio-lungo periodo. «La moda attuale privilegia visioni di breve. Noto in chi indirizza il mercato un orientamento al breve, una pressione a massimizzare il risultato immediato anche a scapito della redditività futura. Sarebbe facile diventare
darling del mercato, ma io credo che il management di un’azienda debba tenere in mente gli obiettivi di sviluppo del medio lungo termine». Al rilievo che gli analisti finanziari non hanno apprezzato il piano al 2009 della compagnia, Perissinotto replica: «Gli analisti è bene non gestiscano le società. E poi tutte le loro previsioni per il 2009 erano ben al di sotto dei target che ci siamo dati».
CORRIERE DELLA SERA, 27/10/2007
PAOLA PICA
MILANO – L’unica cosa certa per tutti è che, comunque vada, l’affondo di Algebris al simbolo della grande finanza italiana non resterà un caso isolato. Le incursioni dei fondi hedge si moltiplicheranno: andare a caccia di inefficienze è il mestiere globale dei nuovi investitori e le occasioni in Piazza Affari, magari più che altrove, non mancano. Ciò su cui la visibilità sembra essere invece scarsa è cosa resterà dopo l’apertura alle dinamiche dei mercati anglosassoni e le incursioni delle «locuste». E allora c’è chi, più pessimista, teme l’effetto valanga e l’eccessiva esposizione del sistema italiano e chi, al contrario, intravede nello choc portato da Algebris direttamente nel tempio della finanza l’occasione irripetibile per riformare un capitalismo di relazione che mostra oggi tutti i suoi limiti .
Il sasso l’ha lanciato ieri Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, superbanca partecipata dalle Generali. «Credo che ormai da tempo siamo entrati in una fase di forte attivismo da parte degli investitori istituzionali» ha detto ieri a Torino, aggiungendo la previsione di «molti casi di questo tipo nei prossimi mesi». E quelle 12 pagine di osservazioni sulla governance e richieste articolate sulla conduzione della società inviate dalla City ai vertici del Leone hanno dunque segnato ufficialmente l’apertura di un nuovo capitolo. «Nuovo e sicuramente positivo» per Marcello Messori, il presidente di Assogestioni che si schiera tra gli ottimisti e tuttavia distingue tra «chi interviene per sanare inefficienze manageriali, creando spazio di guadagno nel medio periodo e chi fa speculazioni a brevissimo raggio». In questo quadro gli investitori istituzionali possono giocare un ruolo fondamentale «massimizzando i primi casi e minimizzando i secondi» e intervenendo più «in profondità» di quanto fatto fin qui «per rafforzare l’efficienza delle società e il buon funzionamento del mercato». Insomma «bisogna stare attenti a non rompere il giocattolo e a gestire con attenzione una fase che può portare a un rinnovamento significativo ». Quanto a occasioni, in Italia, per i fondi hedge c’è in teoria, secondo Messori, solo l’imbarazzo della scelta vista la gran varietà di società gestite attraverso strutture piramidali, patti e accordi non sempre trasparenti. «Dobbiamo riuscire ad aprire un sistema – conclude Messori – che pure ha ragioni storiche molto profonde e, ancor oggi, una forte dipendenza con il passato».
Concorda al «cento per cento con Passera», il banchiere d’affari, Gianni Tamburi. «Certamente ci saranno altri casi, qui siamo di fronte a un fenomeno mondiale. Però quello alle Generali – aggiunge – mi sembra un tiro al piccione, un attacco gratuito. Lo so che rischio di andare controcorrente e di ragionare da "nonno": ma la compagnia è ben gestita, in modo prudente, da persone serie e con i piedi per terra, non opera in derivati e subprime». Tamburi riconosce che «il nemico numero uno sono le scatole cinesi con le quali vengono controllate le società ormai solo in Italia. Per questo, verremo colpiti più degli altri». Si iscrive di diritto agli ottimisti, infine, Rudi Bogni che con le «locuste» ci lavora da anni. «Sono ottimista perché qualsiasi richiamo alla realtà è positivo, come qualsiasi sforzo nella direzione della democrazia economica. Qui non c’è una battaglia per la sopravvivenza del sistema: ci sono ragazzi con il cervello che mettono sul tavolo i problemi. Il superamento di una certa finanza con i suoi bizantismi viene da sé».
CORRIERE DELLA SERA, 28/10/2007
SERGIO BOCCONI
MILANO – Le Generali hanno il pieno sostegno di Mediobanca: l’istituto è aperto al dialogo ma sottolinea il proprio impegno nel migliorare il governo societario a Trieste. Ieri il presidente del consiglio di sorveglianza Cesare Geronzi, al debutto nell’assemblea dei soci, non si è tirato indietro sul dossier del Leone sotto attacco da parte del fondo inglese Algebris. Un sostegno ripreso dal consigliere delegato Alberto Nagel, che ha definito «encomiabile» il lavoro del management delle Generali.
Il tema era troppo «caldo» perché non diventasse il cuore dell’assemblea, che è stata preceduta da un consiglio sui risultati trimestrali (chiusi con utili in aumento del 6,4% a 390,1 milioni). «Siamo tranquilli, ogni osservazione o spunto di governance e gestione ci vede aperti al dialogo, non vediamo la lettera di Algebris come un attacco », ha detto subito Geronzi. Ha voluto però anche sottolineare che Mediobanca è socio attivo: «Si dimentica cosa è stato fatto in Generali in questi anni. Abbiamo contribuito all’innovazione prima di tutto con il mandato ai vertici portato a tre anni ». E il consiglio triestino oggi «rappresenta la miglior imprenditorialità italiana. Persone di rilievo, la loro qualità testimonia della loro indipendenza ». Sembra «che tutto ciò non interessi a nessuno, invece di correre dietro a iniziative che sono molto speculative. Se si fanno i confronti con Allianz e altre concorrenti, la nostra compagnia è di primissimo livello.
Per noi la partecipazione in Generali è fondamentale e strategica». Nagel, ricordando la propria esperienza diretta nel consiglio Generali, ha aggiunto che «il management» del Leone «sta facendo un lavoro encomiabile per migliorare governance e redditività. Hanno tutto il nostro sostegno. Tutto si può migliorare e discutere. Ma la base è quanto stato fatto». Al consiglio ieri era presente il presidente del Leone, Antoine Bernheim, attaccato da Algebris per età e compensi. L’ex partner di Lazard ha detto uscendo dal board che sull’età non può far nulla, «sul resto sì». E Vincent Bolloré ha detto che «bisogna essere prudenti» quando si parla di Generali, «una grande partita italiana».
Geronzi ha poi voluto lanciare un messaggio a chi ha espresso timori sulle ricadute della fusione Unicredit-Capitalia: «Quando l’abbiamo fatta non avevamo altro intendimento che fondere le aziende per competere sul mercato. Non c’era alcuna intenzione di creare una catena di comando per governare chissà cosa. Ognuno è padrone in casa sua».
Un altro tema approfondito in assemblea è stato il dualistico: secondo Geronzi Piazzetta Cuccia ha dato «ai consigli di sorveglianza e gestione regolamenti con caratteristiche di restrittività » rispetto alla bozza di disposizioni Bankitalia. In quattro mesi è stato fatto un «grande lavoro»: i consigli «hanno elementi di primissima qualità con capacità di indipendenza non comuni»; i componenti il board di gestione hanno partecipato alle riunioni del consiglio di sorveglianza («siamo contenti di invitarli»); vengono rispettati i principi di separatezza, sono stati costituiti i comitati controllo, nomine, remunerazioni e governance.
Nagel ha poi risposto alle domande sul buy back («la situazione patrimoniale è molto buona, vogliamo dare un ritorno agli azionisti") e sullo sviluppo estero. «Mediobanca non ha avuto una struttura estera per 60 anni. Oggi l’espansione internazionale è diventata una necessità e vogliamo muoverci secondo il nostro modello basato, come diceva Enrico Cuccia, "basato per metà sulle attività di bilancio e metà sulla consulenza». «Bisogna trovare team di professionisti che condividono il modello e abbiano con noi affinità culturale. Siamo aperti a valutare operazioni straordinarie e occasioni di crescita ma sentiamo la responsabilità di uno sviluppo che non mini la solidità della banca, ma che la rafforzi». Nagel ha poi risposto sulle stock option. E ha sottolineato che le remunerazioni in Mediobanca «sono molto al di sotto di quelle della concorrenza. Si viene a lavorare qui per altri motivi, l’istituzione, la missione». Ma al socio che ha ripreso la definizione di Mediobanca in «abito francescano», ha replicato che, dati gli strumenti di remunerazione usati sui mercati internazionali, quell’approccio «non fa sviluppare più di tanto» l’istituto.
Un cenno è stato infine riservato a Telecom. Il presidente del consiglio di gestione Renato Pagliaro ha precisato che l’ingresso in Telco «non comporta alcun costo» per Mediobanca. «La differenza è che prima il nostro era un pacchetto di minoranza, mentre ora concorre in qualche modo alla gestione del gruppo».