Guido Olimpio, Corriere della Sera 25/10/2007, 25 ottobre 2007
WASHINGTON
La Casa Bianca accentua la pressione sull’Iran con un nuovo pacchetto di sanzioni. Attesa da settimane, la mossa è stata annunciata ieri dal segretario di stato Condoleezza Rice e da quello del Tesoro Henry Paulson. L’aspetto particolare è rappresentato dagli obiettivi: l’amministrazione ha infatti deciso di congelare i beni che appartengono ai pasdaran (i guardiani della rivoluzione), all’apparato clandestino Al Qods, al ministero della Difesa, ad alcuni alti funzionari iraniani, alle banche Melli, Mellat e Saderat. In totale 20 entità legate – secondo gli Usa – al terrorismo e ai programmi di riarmo.
La misura è più di forma che di sostanza visto che i pasdaran non fanno affari con gli Stati Uniti e non dispongono di beni conosciuti sul territorio americano. L’amministrazione vuole in realtà dare un segnale della determinazione nel bloccare il piano atomico iraniano e invitare la comunità internazionale ad unirsi alla campagna con nuove sanzioni. Una coalizione difficile da comporre per la resistenza non solo di Russia e Cina, ma anche per i dubbi dei partner europei (come Italia e Germania) preoccupati per il loro interscambio con Teheran. Lo prova il giudizio del presidente russo Putin che da Lisbona ha affermato: «Perché aggravare la situazione adesso, perché spingere l’Iran in un vicolo cieco?».
La Rice non ha chiuso la porta al dialogo, ha ribadito di essere pronta al negoziato con gli ayatollah, ma al tempo stesso ha rimproverato all’Iran un «comportamento irresponsabile ». Gli americani hanno deciso di inserire nella lista i pasdaran e il suo braccio clandestino Al Qods in quanto li considerano coinvolti nella produzione di armi di distruzione di massa e nell’assistenza alle azioni estremiste in Iraq. In effetti i guardiani – oltre 125 mila uomini – sono la corazza dell’Iran. Hanno gli armamenti migliori, gestiscono le basi missilistiche, controllano il programma per la bomba atomica. Non solo. I pasdaran dispongono di un apparato economico con interessi nel settore del petrolio, delle grandi costruzioni e dell’import- export. Nel motivare le sanzioni contro le tre banche, il Dipartimento del Tesoro ha affermato che garantiscono denaro a formazioni radicali in Medio Oriente.
Washington insiste da tempo con la comunità internazionale affinché rompa i rapporti economici con i mullah. Paulson, ieri, ha citato ad esempio il possibile accordo tra India e l’Iran per la costruzione di un gasdotto. Attraverso l’assedio commerciale gli Stati Uniti intendono isolare Teheran e provocare una frattura all’interno della nomenklatura. Gli esperti sostengono che le sanzioni decise in passato hanno iniziato a farsi sentire. Gli iraniani non possono acquistare materiale importante e quando ci riescono sono costretti a pagare forti commissioni a intermediari. Dubai è la piazza preferita per queste transazioni. Ora Bush, appoggiato da inglesi e israeliani, vorrebbe arrivare a una nuova spallata. L’appuntamento è per la fine di novembre quando saranno discusse con i membri Onu altre sanzioni. A incoraggiare la linea dura vi sarebbero anche le tensioni tra i dirigenti post-khomeinisti. Il presidente Ahmadinejad è contestato da molti deputati che non mettono in discussione il programma nucleare ma non condividono la strategia seguita nelle trattative. Per i critici l’approccio del leader ha messo l’Iran nell’angolo. Persino la Guida Khamenei, che non è sicuramente un moderato, avrebbe espresso il suo dissenso. Differenze valutate con interesse da alcuni osservatori e liquidate come trucchi cosmetici dagli esuli iraniani.
L’opzione diplomatica resta dunque al centro della strategia Usa – lo hanno ripetuto ieri – ma intanto ci si prepara ad altri scenari. Il Pentagono ha chiesto i fondi, motivandoli con esigenze operative urgenti, per una nuova bomba anti-bunker. Per alcuni esperti i generali vogliono l’arma speciale per un eventuale attacco contro gli impianti nucleari iraniani, molti dei quali sono stati realizzati in tunnel protetti. Molti analisti ritengono che Bush, impegnato nella crisi irachena, non possa lanciarsi in un’altra avventura. Lo pensano anche gli iraniani, anche se parlano come se il conflitto fosse questione di giorni. A Teheran leggono con attenzione le dichiarazioni che arrivano dagli Stati Uniti e quando Bush afferma che se bisogna impedire all’Iran di arrivare alla Bomba altrimenti sarà la terza guerra mondiale sospettano che abbia in serbo una sorpresa.