R.P., Corriere della Sera 25/10/2007, 25 ottobre 2007
MILANO
Guidare il Partito democratico sarà anche dura, ma mai come lo è stato conquistare sua moglie. Festival della gioventù comunista di Berlino, 1973, Walter Veltroni ha diciotto anni quando conosce Flavia, che non ne ha ancora quindici. Resta folgorato, al rientro le chiede di mettersi insieme. «Gli risposi che era meglio restare amici. Ero così giovane... Lo tenni un anno in stand by», racconta lei. E lui annuisce: «Sì, mi tenne un anno fermo. Fu un anno devastante. Io ero timido, discreto, soffrivo in silenzio ». Lui narrato da lei. Il nuovo libro di Bruno Vespa, L’amore e il potere. Da Rachele a Veronica, un secolo di storia italiana (Mondadori-Rai Eri), ripercorre la politica italiana, com’è noto essenzialmente maschile, dal punto di vista femminile. E tra l’altro intervista Flavia Veltroni, «affermare che sia riservata è poco. Ogni volta che si accorge che qualcuno la guarda, arrossisce e vorrebbe che si aprisse una botola sotto i suoi piedi...».
IL PCI E L’URSS – Flavia Veltroni, scrive Vespa, «è cresciuta a pane e Pci». E infatti: «Mia madre Franca era senatrice del Partito comunista, mio padre Massimo ha diretto la federazione statali della Cgil», ricorda la signora Flavia. «Io do molto valore al fatto di essere cresciuta in una famiglia comunista. Andare in sezione da bambina era molto divertente, come lo era portare i panini ai nostri compagni che facevano gli scrutatori alle elezioni. Il partito era un insieme di persone molto motivate, entusiaste di quel che facevano; non vorrei dire una cosa banale, ma era davvero una grande famiglia, unita da una profonda solidarietà (...). Certo, adesso non ho nostalgia dell’importanza che si dava all’Unione Sovietica. un mondo definitivamente superato, ma non lo rinnego, perché è stato molto importante per me aver fatto quell’esperienza ed essermi arricchita di certi valori di onestà e di lealtà».
LA BOLOGNINA – Chiaro che per la signora Flavia Veltroni l’addio al Pci non sia stato facile. Nel ’96 raccontò a Barbara Palombelli di aver saputo della svolta della Bolognina nel novembre 1989, mentre era fuori a cena con il marito. Walter fu chiamato al telefono, tornò, le disse quel che era successo «e io mi sentii mancare la terra sotto i piedi. Ma siete matti?, gli dissi. Poi, passata la botta, finii con l’essere d’accordo». Ora conferma a Vespa: «L’impatto fu traumatico. Il Pci aveva una presenza notevole nella mia vita familiare. Scoprire che avevano deciso di cambiargli il nome e tutto il resto...Poi, naturalmente, ho condiviso la scelta».
ROSY BINDI – Il punto di vista femminile, si diceva. Quando Vespa le chiede della candidatura di Rosy Bindi, Flavia Veltroni risponde: «Le donne portano anche in politica le loro caratteristiche di maggiore attenzione verso gli altri, rispetto agli uomini molto impegnati nella carriera. Naturalmente, ci sono delle eccezioni. Mi dispiace che certe donne si mascolinizzino e tirino fuori un’aggressività che non mi piace. Perdono, in questo caso, tutta la loro peculiarità». Parla della Bindi? «Parlavo in generale».
BUONISMO – Circa il (presunto) «buonismo » del marito, precisa: «Il confine tra buono e fesso è sottile. Detto questo, Walter nel suo lavoro non è affatto tenero e, se deve perseguire un obiettivo, lo fa con durezza». Del resto, nel libro, il leader del Partito democratico non la manda a dire: «I sondaggi ci dicono che, se il Pd si presentasse mettendo al primo posto il programma, potrebbe prendere dieci punti in più di quanti ne avrebbe presentandosi con una normale coalizione».
L’AFRICA – Tra l’altro: che fine ha fatto il proposito di Walter di ritirarsi in Africa? «Chi decide di dedicarsi a quelle popolazioni non ha che l’imbarazzo della scelta», conclude Flavia. «L’Africa resta un pensiero comune. E non l’abbiamo abbandonato».
IL LIBRO
Sopra, la signora Flavia Veltroni A sinistra, il nuovo libro di Bruno Vespa «L’amore e il potere»