Articoli vari, 25 ottobre 2007
MILANO – C’è
stata quella volta per esempio che ha alzato la mano in mezzo alla platea degli azionisti e, tagliente, si è rivolto a Rijkman Groenink: «Perché non votiamo? Perché non permette agli azionisti di scegliere?».
Quella domanda di Davide Serra all’(allora) amministratore delegato di Abn Amro mirava a tenere aperta la battaglia a colpi di scalate attorno alla banca olandese. successo qualche mesi fa, ma sembra un secolo: quel giorno il banchiere rispose sprezzante al ragazzo italiano che si presentava all’assemblea di una banca plurisecolare con il suo fondo speculativo nato qualche mese prima. Oggi Groenink è dimissionario, l’offerta del consorzio di Royal Bank of Scotland sostenuta da Serra ha vinto perché era la migliore e il suo «hedge fund» ha guadagnato il 40% nel primo anno di vita.
A 36 anni, Davide Serra ha una certa esperienza nello sfidare i pesi massimi della finanza internazionale. All’interno di uno di loro è cresciuto ed è diventato uno dei profili di punta della City di Londra: prima di lanciare Algebris Invest 13 mesi fa con il francese Eric Halet, Serra è stato per cinque anni a Morgan Stanley. Economista laureato in Bocconi poi passato per Montepaschi, Serra nel gruppo americano è salito fino al grado di direttore generale e capo degli analisti bancari, premiato più volte fra i migliori d’Europa. in questi anni che inizia a conoscere i grandi banchieri italiani, da Alessandro Profumo di Unicredit, a Corrado Passera di Intesa Sanpaolo, a Matteo Arpe ai tempi in cui era capo operativo d Capitalia.
Quando ieri sera ha preso un volo per New York, Serra alle spalle aveva insomma qualche scelta (per ora) azzeccata. Nell’ultimo anno, l’ascesa del suo «hedge fund» da 700 milioni a circa 2 miliardi di dollari in gestione e un guadagno del 40% in mezzo alla tempesta dei mercati: ha intuito che sarebbe arrivata, ha scommesso sui ribassi nel settore bancario, ha setacciato mezzo migliaio di società in 30 Paesi e scovato margini nel credito persino in Brasile. Le ultime 24 ore invece Serra le ha passate a rispondere a una trentina di chiamate di azionisti delle Generali. Tutti investitori istituzionali che volevano capire, confrontarsi sulla strategia contenuta in quella lettera spedita a Trieste solo ieri ma preparata da mesi di analisi: se non altro perché, su Abn e non solo, Algebris ha già dimostrato di saper leggere dove si trovino i propri interessi e quelli della platea dei soci.
Fra i soggetti tentati di rastrellare titoli del Leone e unirsi a Algebris, salvo sorprese, almeno per ora non dovrebbe però esserci The Children’s Investment Fund. Vero è che Tci di Chris Hohn, il figlio del meccanico giamaicano che ogni anno accantona centinaia di milioni in beneficenza, a Algebris è molto vicino. Lo è fisicamente: i due dividono lo stesso immobile nel quartiere londinese di Mayfair. E lo è in termini finanziari, perché Tci dall’inizio ha preso una quota di minoranza di Algebris in cambio di uffici, di un sistema elettronico per il trading e di assistenza legale. Ma Hohn ama investimenti un po’ diversi. Nel 2005 ha fatto rotolare la testa del capo di Deutsche Börse Werner Seifert (che contro di lui scrisse il libro «L’invasione delle locuste »), nel 2006 ci ha provato con il pari grado di Parigi Jean-François Théodore (si è salvato, ma gli azionisti ci hanno guadagnato di più), nel 2007 ha ingiunto ad Abn di vendersi a pezzi. E ha vinto.
In quell’occasione, Algebris ha solo seguito. Stavolta invece Serra ha preso la testa, con un atteggiamento meno aggressivo di quello abituale di Hohn. Non vuole che la società si metta in vendita o si frammenti, non pretende che si lanci in mega- acquisizioni, non è neppure ostile (a priori) all’idea che il prossimo capo operativo sia uno dei due amministratori delegati attuali. Purché sia uno solo, abbia responsabilità chiare e imprima una svolta in nome dell’efficienza che crei valore per i soci.
Per riscuotere consensi e pesare in assemblea, Algebris già da oggi contatterà tutti gli azionisti. Lo «hedge fund» ritiene di far parte di una generazione di nuovi protagonisti che ribaltano i paradigmi del capitalismo del dopoguerra: l’impero dei manager sulle grandi società è minacciato, azionisti «barbari» lo incalzano alle porte. Nell’antica Roma, ebbero la pazienza di insistere per alcune centinaia di anni.