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 2007  ottobre 24 Mercoledì calendario

«Se potessi, abolirei il termine moda dal vocabolario. Essere alla moda è già essere fuori moda»

«Se potessi, abolirei il termine moda dal vocabolario. Essere alla moda è già essere fuori moda». Chi parla è Roberto Capucci, il sarto-artista italiano che ha reso le forme atemporali, estranee ai revival e alle voghe, il filo conduttore di una produzione, incantevole e stupefacente, fatta di sperimentazione e volumi scultorei. Per queste prerogative Capucci appartiene, al pari di Cristobal Balenciaga e pochi altri, alla categoria dei grandi sarti architetti. Come scriveva Cecil Beaton a proposito di Balenciaga, Capucci: «non fa parte di nessuna cricca, non fa il gioco di nessuno, ma solo il proprio; rifiuta energicamente di commercializzare se stesso e il suo talento, concede poca attenzione ai mutamenti stagionali della moda, e persegue una creazione solitaria di valori che gli hanno meritato il rispetto, l´ammirazione e la protezione di coloro che sono in grado di apprezzare la sua non comune genialità». Caparbiamente fedele alla sua formazione, avvenuta prima al liceo artistico e poi all´Accademia di belle arti di Roma, dove fu allievo di Mazzacurati, Avenali e De Libero, Capucci concepisce il suo lavoro come una ricerca su forme e volumi, senza «essere ingabbiato - spiega - dall´ossessione del corpo, dal diktat di una moda che deve sottolineare o nascondere. Ho tentato di dare al vestito la sua indipendenza rispetto al corpo. Il che non significa andare contro il corpo. Significa non limitare la femminilità alla forma del corpo». Nato a Roma nel 1930, Roberto Capucci è una sorta di enfant prodige della moda italiana. Nel 1950, a soli vent´anni aprì nella Città Eterna, grazie all´aiuto della giornalista Maria Foschini, il suo primo atelier. Maria Foschini - racconta - mi aiutò a uscire allo scoperto e mi spronava, perchè io avevo davvero tutti contro; non avevo ancora vent´anni, lei almeno sessantadue. Mia madre diceva "ma cosa fai con quella vecchia signora?" e il marito di lei "e tu con quel ragazzino?"». Il debutto internazionale avvenne nel 1951 quando, anche se non ufficialmente, partecipò alla prima edizione delle sfilate collettive di moda italiana organizzate a Firenze da Giovanni Battista Giorgini. Di quei tempi ha ricordato: «La mia giovane età, avevo appena 21 anni, fu un impedimento alla partecipazione ufficiale alla manifestazione. Ciò nonostante Giorgini, in virtù della sua stima per me, mi chiese di vestire per l´occasione, sua moglie e le sue figlie. Fu una bomba. Giornalisti e compratori rimasero incantati dalla loro eleganza e così ciò che avrebbe dovuto passare in sordina si risolse in un clamore e questa "non-partecipazione" si trasformò, neanche a farlo apposta, nel mio primo grande successo, cui seguirono articoli entusiasti e sterminati ordini di abiti». Da allora prosegue «dentro o fuori dal coro la moda non l´ho mai lasciata perché vestire per me è un rito, una magia». La sua prima partecipazione ufficiale alle sfilate fiorentine, tra gli stucchi dorati e i tintinnanti lampadari di vetro di Murano, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, avvenne nel 1952. Fin dagli esordi, emergono dalle sue creazioni uno spiccato interesse per la sperimentazione, per le geometrie e per i volumi, tutti elementi che avrebbero continuato a definire il suo peculiarissimo stile che attinge ispirazione, di volta in volta, dall´osservazione di un´opera d´arte, dall´ascolto di una musica, ma soprattutto dalla natura in ogni sua espressione, sia essa una foglia, un fiore, un uccello in volo, un mare in tempesta. Si pensi all´abito Nove gonne che, creato nel 1956 per una "bellezza al bagno" come Esther Williams e ispirato ai cerchi concentrici prodotti da un sasso lanciato in acqua, si è presto trasformato in un classico, al punto da venir scelto per la pubblicità della Cadillac ed essere immortalato, nel 1957, in un fumetto sulle pagine del The Dallas Morning News, indosso a una sensuale e burrosa Marilyn Monroe. Nel 1958 fu la volta della Linea a scatola che, in netta antitesi con il gusto di allora, ancora sotto l´influsso del romantico e vezzoso new look di Christian Dior, scolpiva lo spazio con forme geometriche e astratte e gli valse l´Oscar della moda da parte del grande magazzino Filene´s di Boston. Al principio degli anni Sessanta, ormai notissimo, incoraggiato da Eugenia Sheppard, una delle maggiori firme del giornalismo di moda americano, aprì un secondo atelier a Parigi. «A quell´epoca - ha ricordato - abitavo al Ritz, lo stesso albergo dove viveva la mitica mademoiselle Chanel. Io avevo una piccola suite, lei un grande appartamento. La incontravo la mattina, piatta nei suoi agili tailleur, la sigaretta perennemente in bocca, grondante di gioielli. Aveva una classe, uno stile indescrivibili». Risalgono a quegli anni i suoi esperimenti con fibre high-tech e materiali insoliti come la plastica, il plexiglass, il metallo. Si trattava di opere, in qualche modo riconducibili alle coeve creazioni di stilisti come Cardin, Courregès e Paco Rabanne, anche se, come ha osservato lo storico d´arte Patrik Mauriès «mentre in questi ultimi la geometria delle forme, la semplicità dei volumi, la rigidità dei materiali pretendono soprattutto di essere segni di modernità, con lui (Capucci) ci si sposta in un universo puramente formale (...) in un gioco dinamico di rapporti le cui forme sembrano scaturire da se stesse». Conclusa l´esperienza parigina, nel 1968, fece ritorno in Italia. Allora iniziò una nuova fase, anche stilistica, cominciò la sperimentazione con materiali naturali come la paglia, la rafia e i sassi accostati a sontuosissimi tessuti. In quello stesso periodo Pier Paolo Pasolini si rivolse a Capucci per la realizzazione dei costumi di Teorema (1968). «Quando seppi - mi ha raccontato Capucci - che la protagonista era Silvana Mangano, accettai entusiasta, ma impaurito. Mi metteva soggezione. Ma Pasolini mi disse: "rompa il ghiaccio e scoprirà una donna straordinaria". Così fu. Era riservata, fiera, di un´eleganza innata. Aveva una pelle divina, come di magnolia, un profilo magnifico con quel suo naso leggermente aquilino. Quando indossava i miei abiti, anche i più impegnativi, lo faceva con una tale naturalezza che sembrava indossasse un golf. Se arrivava in atelier con un semplice tubino beige sembrava avere una tiara imperiale. La Mangano aveva la facoltà straordinaria di rendere sublime tutto ciò che indossava». Al principio degli anni Ottanta, la necessità di una maggiore autonomia lo sollecitò a distaccarsi dalle strutture istituzionali della moda. Decise allora di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca artistica abbandonandosi completamente a forme fantastiche fatte di sovrapposizioni, di ventagli, di petali, di trionfi barocchi. Le sue "sculture da abitare", sempre più oniriche, sono divenute protagoniste di importanti mostre internazionali come la Biennale di Venezia che, nel 1995, in occasione del suo centenario, lo invitò a partecipare con le sue opere. Così, in silenzio, come ha scritto Giovanni Mariotti in un saggio dal titolo rivelatore: E non voglio più servir, no no no no: «Riservati, alteri, forse lievemente annoiati dal cicaleccio del corpo gli abiti di Capucci vivono a loro agio nelle riserve della Bellezza e della Cultura, come i leoni nella savana».