Filippo Ceccarelli, la Repubblica 24/10/2007, 24 ottobre 2007
E allora resto: così ieri Clemente Mastella, dopo aver fatto fuoco e fiamme. «Allora resto»: così Celestino, l´indimenticabile protagonista di uno straordinario romanzo di Achille Campanile, Celestino e la famiglia Gentilissimi (1942), nel quale un ospite importuno per eccellenza, Celestino appunto, sgradito e invadente quant´altri mai, combina guai a non finire alla famiglia che sempre più malvolentieri lo sopporta in casa
E allora resto: così ieri Clemente Mastella, dopo aver fatto fuoco e fiamme. «Allora resto»: così Celestino, l´indimenticabile protagonista di uno straordinario romanzo di Achille Campanile, Celestino e la famiglia Gentilissimi (1942), nel quale un ospite importuno per eccellenza, Celestino appunto, sgradito e invadente quant´altri mai, combina guai a non finire alla famiglia che sempre più malvolentieri lo sopporta in casa. E tutto fanno i Gentilissimi, e pure si dà da fare la governante Amalasunta, per sloggiarlo; e proprio come Mastella accade che Celestino si amareggia, si agita, si sdegna, convoca riunioni con il suo amico Beniamino o con il barone Ciclamino, quindi minaccia di andarsene, anzi se ne va, addio, addio. Però al dunque, ricevute le debite spiegazioni, cambia idea: «Allora resto». E alla fine - che non è mai la fine - come il conte Gentilissimi, il presidente Prodi deve pure far finta di essere contento, ma in realtà maledice l´ospite molesto e calamitoso. Di tutti i numerosi Celestini della politica italiana, di tutti gli affezionati alla manfrina, di tutti i tarantolati dell´ammuina, Mastella è senz´altro il più scaltro, il più insistente e il più generoso. Tra i problemi dell´informazione politica, c´è che nel gran bombardamento di notizie in tempo reale la memoria tende inesorabilmente ad accorciarsi. Così, ad esempio, sfugge la circostanza che questa di ieri è la quinta o la sesta volta che Mastellik minaccia le sue dimissioni, e con le sue dimissioni l´inevitabile caduta del governo Prodi bis. A dire il vero, cominciò prima ancora di diventare ministro. Voleva la Difesa: «Per come ci trattano - spiegò nel corso del negoziato - siamo già fuori». Si prese dunque la Giustizia - e averla affidata proprio a lui si rivelò, con il senno di poi, una bella alzata d´ingegno da parte degli strateghi del più lungimirante centrosinistra. E comunque. Era appena il luglio del 2006 quando, sull´indulto, Mastella rimise per iscritto il suo mandato a disposizione del presidente del Consiglio. Fedele alla vocazione «concretista» (copyright di Cossiga) aggiunse che di fare il ministro, poi, gliene importava «poco». Ma per quell´avverbio non fu tanto creduto. E rimase ministro. Tre mesi dopo aveva già cominciato a bisticciare con Di Pietro, ma anche a farci pace perché le faccende mastelliane (e dipietresche) non sono mai troppo lineari, fatto sta che all´inizio di ottobre un suo provvedimento andò sotto al Senato. E allora: non sia mai, è la crisi, capito?, come si permettono, è finita, me ne vado. Fece anche la scena, allora, allontanandosi imbufalito da Palazzo Madama: «Arrivederci ministro» lo salutarono i commessi. «Ma quale ministro? - gli rispose platealmente Mastella, precisando: - ex, mi raccomando, ex ministro. Faccio un´ultima uscita istituzionale, vado alla festa della polizia penitenziaria e poi basta!». Poi basta? Eh, insomma, non proprio. Non per farla troppo lunga, ma nel luglio di quest´anno, estate di fuego e di sovraesposizione (gite in barca, taglio ormeggi, cene con Stallone, duetti con Benigni e Little Tony, perfino l´annuncio di un imminente «cammeo» da realizzare per un film in costume del Settecento), ecco, come ti sbagli: Mastella era ancora lì al ministero. E allora ci fu un altro voto difficile in Parlamento, un altro impiccio con Di Pietro, e un´altra arrabbiatura, un altro aut-aut, un altro «me ne vado». Era così offeso, il Guardasigilli, ma così offeso, che se ne sarebbe andato, dichiarava, anche nel caso la legge fosse passata - il che francamente parve eccessivo. «Questa volta non scherzo» insisteva, senza rendersi troppo conto che l´effetto postumo di quell´avvertimento, il fatto che non fosse più disposto a scherzare rischiava di svilire l´intero ciclo politico del personaggio, invero fino a quel momento piuttosto burlesco. Ma questi sono i tempi. Analoghi incidenti, comunque, avvennero a settembre. Ed eccoci arrivati al penultimatum di ieri. Alla misteriosa e tesa riunione dell´ufficio politico dell´Udeur in mattinata. Alla pseudo visita a Palazzo Chigi. Al giallo delle dimissioni. Vecchio e sperimentato trucco acrobatico democristiano, in verità, sul filo sottilissimo che divide le «finte dimissioni» dalle «dimissioni per finta». Mastella come l´epigono appena un po´ degenere della grande arte dissimulatoria di piazza del Gesù, l´ultimo erede dell´abbandono retrattile, dell´addio provvisorio, del congedo rinnegato, del «me ne vado per restare». Fino alla riaffermata fiducia da parte di Prodi, altro rappresentante tardo-democristiano, che come il conte Gentilini scrive a Celestino: «Sono veramente sorpreso e dolente, la vostra presenza in casa mia è gradita a me e a tutti. Anzi, visto l´accaduto considererei un´offesa se persisteste nell´idea di andarvene. Tranquillizzatevi, vostro Gentilini». E poi appunta sul suo diario segreto: «Maledizione».