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 2007  ottobre 24 Mercoledì calendario

A metà giugno del 1851, Gustave Flaubert ritornò nella sua casa di Croisset, vicino a Rouen, dopo il viaggio che per venti mesi l´aveva condotto in Egitto, Palestina, Siria, Libano, Asia Minore, Costantinopoli, Grecia e Italia

A metà giugno del 1851, Gustave Flaubert ritornò nella sua casa di Croisset, vicino a Rouen, dopo il viaggio che per venti mesi l´aveva condotto in Egitto, Palestina, Siria, Libano, Asia Minore, Costantinopoli, Grecia e Italia. Aveva trent´anni. Louise Colet, che era stata sua amante tra il 1846 e il 1848, decise di raggiungerlo. Il 26 giugno prese il treno per Rouen, discese all´Hotel d´Angleterre, raggiunse l´imbarcadero, e affittò una barca che doveva condurla alla casa che, malgrado la sua disperata curiosità, non aveva mai visto. Finalmente discese dalla barca. Il pomeriggio era fresco e luminoso. La bianca villa del Seicento, che le sembrò elegantissima, aveva soltanto un piano: una cancellata e la strada la dividevano dalla Senna; e intorno c´erano terrazze, prati, aiuole di fiori, un viale di tigli, un padiglione grigio, colline verdissime e un castello. Sulla porta della villa stava una vecchia domestica, alla quale Louise Colet diede una lettera per il padrone. Flaubert si rifiutò di riceverla. Poi la grande porta si aprì; e apparve lui, vestito alla «cinese», con ampi pantaloni, una blusa di stoffa indiana, una cravatta di seta gialla con fili d´oro e d´argento. «Que me voulez-vous, Madame» disse duramente: ma poi le diede un appuntamento a Rouen, alle venti, all´Hotel d´Angleterre. A mezzanotte, dopo aver concluso vittoriosamente la sua missione, Louise Colet ripartì per Parigi. Il giorno dopo si riposò. Passò un mese. Il 26 luglio, Flaubert scrisse a Louise Colet, e l´antico amore ricominciò. Le prime lettere rivelano discrezione, ritegno e una specie di voluta freddezza. Aveva paura. Louise Colet aveva undici anni più di lui: era una scrittrice modesta: bellissima, appassionata, frivola, capricciosa, tempestosa, egoista, megalomane, cocciutissima, gelosissima. Faceva collezione di premi letterari. Esigeva che lui le donasse la Beatitudine terrestre, o quella che si usa chiamare Felicità, che Flaubert detestava. Lo ricopriva di regali: le pantofole della prima notte d´amore, un ramo verde staccatosi dal suo cappello, un fazzoletto macchiato dal proprio sangue, una ciocca di capelli, un gioiello con inciso Amor nel cor, un ritratto. Le sue lettere, che purtroppo sono quasi tutte perdute, odoravano di muschio. Louise Colet voleva tutto da Flaubert: che le stesse accanto ogni minuto, mentre lui la vedeva ogni quattro mesi: che le presentasse la madre, ciò che lui evitò sempre con ogni cura; e sopratutto avere un figlio da lui - idea che Flaubert esecrava. Amava appassionatamente quel giovane, bellissimo normanno, che doveva ricordarle Guglielmo il Conquistatore e Boemondo d´Antiochia: sebbene aprisse volentieri il suo letto a quasi tutta la filosofia e la letteratura francese - Victor Cousin, Alfred de Musset, Alfred de Vigny e chissà quanti altri. Quanto a Flaubert, pretendeva di non amarla: diceva che sentiva per lei una mescolanza confusa di amicizia, attrazione, tenerezza, ma non amore; e poi sosteneva che l´amore non è e non deve stare nel primo piano della vita: «altre cose sono più vicino alla luce». Ma, se leggiamo le centinaia di lettere che le scrisse dal 1851 al 1854 - lettere fluviali, abbondanti, brillanti, piene di metafore, desolate, furibonde, estrose, feroci, divertentissime - non saprei veramente quale altra parola usare, ammesso che amore abbia un senso. Desiderava la sua carne - le braccia, il collo, il seno, la voce, la pelle, i riccioli, il corpo nudo con una fiaccola in mano - : la sua immagine gli appariva tra le frasi di Madame Bovary: la portava nel cuore; e sentiva per lei «qualcosa di lungo e di dolce, di commosso e di riconoscente». Era divenuta il centro della sua vita: aveva fiducia in lei: le confidava tutto, senza riserve; la sua personalità «mostruosa», il lavoro quotidiano a Madame Bovary, i suoi odi, i suoi rancori, il suo fango - e meravigliosi progetti, che avrebbero ispirato un secolo di letteratura. Certo, la vedeva pochissimo, perché l´altra, possessiva amante, Madame Bovary, non tollerava di essere abbandonata nemmeno un giorno: altrimenti Flaubert non avrebbe finito una parte, un capitolo, una pagina, e il libro sarebbe crollato su sé stesso come un castello di carte. Quando Louise Colet gli mandava i suoi libri, cercava invano di educarla alle fatiche dello stile. Tutto era inutile. Allora lui si arrabbiava: «tu deponi i tuoi bei versi come una gallina le uova, senza averne coscienza»; «tu hai fatto dell´arte una specie di vaso da notte dove cola il troppo pieno di non so cosa». *** In quegli anni, Flaubert abbandonò di rado la sua bella casa bianca di Croisset, con le terrazze e il viale di tigli. Era quasi completamente solo. Aveva compreso che, per vivere tranquillo, doveva tappare le fessure di tutte le finestre «per timore che l´aria del mondo giungesse fino a lui». Il suo era un carcere: la gabbia di una tigre allo zoo; lo sapeva benissimo, ma sapeva anche che poteva vivere soltanto in un carcere. Non ne era felice. «Ho seguito così bene la massima di Epitteto "Nascondi la tua vita", che è come se fossi sepolto». Nulla era più monotono della sua vita: se aveva fatto una cosa ieri, la faceva oggi, e la ripeteva domani, ascoltando il tic-tac del bilanciere del suo orologio. Come una palude dormiente, la sua esistenza era così quieta che il minimo avvenimento, appena vi cadeva, «vi causava dei cerchi innumerevoli, e solo dopo molto tempo la superficie e il fondo riacquistavano la loro serenità». Si svegliava a mezzogiorno o all´una. Qualche volta mangiava solo col suo cane: qualche volta dava lezione di storia e geografia alla nipote Caroline; e andava a letto all´una, alle due, alle quattro, talora all´alba. Era un uomo-penna. Come Kafka, aveva bisogno di scrivere sempre: sempre lì, al suo tavolo di lavoro, con la carta, la penna l´inchiostro, senza alzarsi mai. Amava appassionatamente la notte: la sera gli sembrava di svegliarsi dal torpore; e la tenebra lo penetrava di una calma suprema. Avvertiva un grande silenzio accompagnato dal mormorio del camino e dai palpiti regolari della pendola. Sotto di lui, scorreva la Senna, monotona come la sua vita: sentiva soltanto la catena dei rimorchiatori, d´inverno lo scricchiolio dei ghiacci, d´estate il fruscio delle barche dei pescatori che si orientavano guardando la sua finestra illuminata. Spesso la sua voce violava il silenzio della notte: urlava ad altissima voce le frasi scritte il giorno o la settimana prima, fino a diventare rauco, per valutarne la cadenza e il ritmo. Era quello che egli chiamava il suo gueloir. La sera del 19 settembre 1851 Flaubert cominciò a scrivere Madame Bovary. Il libro aveva avuto una lunghissima incubazione: il primo germe risale forse al 1837, quando aveva sedici anni; e poi collaborò il caso, con storie di amori e suicidi. «Tutto il valore del mio libro, se ne ha uno, sarà di aver saputo camminare dritto su un capello, sospeso tra il doppio abisso del lirismo e del volgare». «Lo stile - aggiunse - sarà ritmato come il verso, preciso come il linguaggio scientifico, e con delle ondulazioni, dei ronzii di violoncello, dei pennacchi di fuoco, uno stile che vi entrerà nella mente come uno stiletto e dove il vostro pensiero vogherà su superfici lisce, come quando si fila su un canotto con il vento alle spalle». La definizione coincide così esattamente con il testo di Madame Bovary, che è quasi inutile parlare del libro. Il lavoro fu tremendo: il più terribile sacrificio di sé stesso, del mondo, della vita, dei sentimenti, delle sensazioni all´oscura divinità della letteratura. Tutto, nel suo libro, gli era nuovo: la materia gli sfuggiva; e bastava che commettesse una piccola deviazione, o sbagliasse un aggettivo, perché il libro rischiasse di naufragare tra i ghiacci della Senna. E poi non gli piaceva: anzi lo odiava, lo disgustava, lo esecrava. Scrivere dialoghi banali o triviali in buon francese era difficilissimo. E come rendere «il muschio della muffa dell´anima», su cui chinava lo sguardo? Lavorava con tocchi minimi, delicatissimi per evocare lo scintillio delle argenterie o il movimento di un insetto sulla punta dei giunchi o sulle foglie delle ninfee. Avrebbe avuto bisogno di quel microscopio che Marcel Proust inventò soltanto trent´anni dopo la sua morte. Tra il settembre del 1851 e l´aprile del 1856 scrisse tremilaottocentoquattordici fogli. A volte era sfinito: si sentiva a pezzi, come se si fosse abbandonato a una grande orgia; era malato fisicamente. A volte nutriva grandi speranze: quando pensava a ciò che il suo libro avrebbe potuto diventare aveva le vertigini, ma se rifletteva che tutta quella bellezza era affidata a lui, soltanto a lui, aveva tali «coliche di spavento» che voleva nascondersi sottoterra. Certi giorni erano più lieti. Dalla finestra aperta guardava il sole sul fiume: o piangeva dalla felicità; o all´alba, finito il lavoro, passeggiava in giardino nella sua grande vestaglia, mentre gli uccelli cominciavano a cantare e grandi nuvole color ardesia correvano in cielo. In questi giorni esce, presso la casa editrice Medusa, un libro importantissimo, sia per i lettori di romanzi, sia per i molti innamorati di Flaubert. Nel 1949, Gabrielle Leleu e Jean Pommier ricostruirono ingegnosamente la prima redazione di Madame Bovary (Nouvelle version précedée des scénarios inédits, José Corti, pagg. XXXII-642). Ora questo testo viene pubblicato da Medusa con una bella introduzione di Rosita Copioli e la traduzione di Edi Pasini e Maurizio Porro (La prima Madame Bovary, pagg. 532, euro 32). Nel corso di cinque anni Flaubert tagliò, omise, abolì, concentrò, fino a ridurre il libro a circa una metà, distaccandosi lentamente dal personaggio di Emma, al quale aveva attribuito troppe sue sensazioni. Così sono cadute pagine meravigliose, tra le più belle del romanzo, che Rosita Copioli analizza sottilmente nell´introduzione. Una tempesta, dopo la quale Emma cade in una condizione di estasi e di sfinimento: i ricordi di Léon, i ricordi di Emma, un giocattolo dei piccoli Homais; e una pagina famosa, nella quale Emma vede il mondo attraverso i vetri blu, gialli, verdi, rosso porpora, bianchi. Non mi permetterò certo di criticare Flaubert per la sua scelta, sebbene attraverso la lettura della prima Madame Bovary la nostra conoscenza del libro si trovi immensamente accresciuta. Nel gennaio 1844, a ventidue anni, Flaubert ebbe una grave crisi epilettica, che si ripeté nel tempo: all´inizio, ogni quattro mesi. Mai Dostoevskij parlò così profondamente della propria malattia. Quel giorno, a Pont-l´Evêque, Flaubert sentì milioni di pensieri, immagini e combinazioni esplodere nel suo cervello come i razzi accesi di un fuoco d´artificio: la sua mente diventò un solo fuoco di bengala: aveva fiamme nell´occhio destro e nell´occhio sinistro: tutto aveva un colore d´oro; e udiva parlare a bassa voce a trenta passi da lui, dietro una porta chiusa. In quel momento gli sembrò che il suo io affondasse come un vascello in una tempesta: l´anima si staccava dal corpo, o penetrava violentemente nel corpo. Credeva di morire. Il dolore cresceva e insieme cresceva la conoscenza di sé, rivelandogli abissi e vertigini e allucinazioni di cui gli uomini normali non hanno il minimo sospetto. Si studiò con una attenzione esasperata; e come Mitridate si inoculava veleni, giocò con la demenza, inoculandosi le proprie allucinazioni, in modo da dominarle e riprodurle a piacere. Così la terribile malattia lo salvò dalla vita, permettendogli di dedicarsi alla letteratura, e di trasformare la malattia in una acutissima forza di penetrazione. Della malattia gli era rimasto una specie di torpore o di apatia o di vuoto psichico; e una incessante vibrazione nervosa. Era eccitabile come una corda di violino: i nervi trasalivano ad ogni scossa, mentre i ginocchi, le spalle e il ventre tremavano; bastava che un ceppo crepitasse nel camino, o che la madre aprisse la porta dello studio per dargli la buona notte, perché egli sussultasse gettando un grido di terrore, come se un colpo di pugnale gli avesse trapassato l´anima. Tutto lo irritava: la piega di una tenda che cadeva di traverso, il volo di una mosca, il rumore di un carro, il fischio di un rimorchiatore. Come i grandi artisti, utilizzò la propria malattia. Scrivere gli agitava i nervi terribilmente: qualche volta, gli dava la febbre; e intanto intrideva il mondo della sua vibratilità nervosa. Portava nella mente un lago dove ogni cosa si rifletteva e scintillava: il mormorio cercava di espandersi, la fluidità tentava di uscire dai propri confini. E ribolliva, tumultuava, come migliaia di cascate che trascinavano con sé allucinazioni e vibrazioni. Aveva bisogno di venire inondato come le rive del Nilo. Quando l´inondazione mancava, si trovava annientato, «come se tutte le sorgenti fecondanti fossero rientrate in terra», e sentiva passare, sopra di sé, «aridità innumerevoli che gli soffiavano, in viso, la disperazione». Ma l´inondazione poteva travolgerlo. Doveva contenere le metafore: abolire il movimento liquido; cristallizzare e pietrificare la scrittura. Così ora le frasi di Madame Bovary stanno una accanto all´altra, pietra dopo pietra, mattone dopo mattone; e fra di esse non si aprono mai fessure o buchi, e non filtra mai, come diceva Charles Du Bos, l´aria che sola dà una leggerezza immateriale allo stile. Ma, se posiamo l´orecchio sulla pagina proprio mentre ci sembra di soffocare, avvertiamo sul fondo il fruscio delle grandi acque abolite. *** Con una frase famosa, Flaubert sostenne che «lo scrittore, nella sua opera, deve essere come Dio nell´universo, presente dovunque e visibile in nessun luogo». La frase è bellissima, ma falsa. Flaubert non era presente in tutti i punti della sua tela, ma presente e visibilissimo in certi luoghi: assente in altri. Così nasceva una scena: per esempio quella tra Emma e Rodolphe, che Flaubert chiamava, scrivendo a Louise Colet, la Baisade. «Ecco una delle rare giornate della mia vita che ho passato nell´illusione, completamente, e dal principio alla fine. Poco fa, alle sei, nel momento in cui scrivevo le parole "attacco di nervi" [nella prima redazione], ero così travolto, recitavo così forte le mie frasi e sentivo così profondamente quello che provava la mia donnetta, che io stesso ho avuto paura di averne uno. Mi sono alzato dal tavolo e ho aperto la finestra per calmarmi. La testa mi girava. Scrivere è una cosa deliziosa! Non essere più sé stessi, ma circolare in tutta la creazione... Oggi, per esempio, uomo e donna insieme, ho passeggiato a cavallo in una foresta, in un pomeriggio d´autunno, sotto le foglie gialle, ed ero il cavallo, le foglie, il vento, le parole che si dicevano e il sole rosso che faceva socchiudere le loro palpebre annegate d´amore». Gli altri erano lui: lui era gli altri; un velo sottilissimo allontanava la foresta fantastica vicino a Yonville e la villa di Croisset, il 18 dicembre 1853, mentre la Senna trascinava i suoi pesanti blocchi di ghiaccio. Se riprendiamo Madame Bovary, siamo di nuovo affascinati, come il giovanissimo Henry James, dal personaggio di Emma. Flaubert le attribuì le sue allucinazioni colorate, le vibrazioni nervose, i gesti inconsci, i torpori, le esaltazioni, le aspirazioni. Mai, forse, creatura di romanzo fu più amata di Emma dal suo creatore: amata nel corpo, nelle unghie «brillanti come gli avori di Dieppe», nelle lunghe ciglia curve, nei denti madreperlacei, nelle narici sottili, nel sangue che le batteva dolcemente sotto la pelle fine, nell´anima nebbiosa. Se il suo nemico, Homais, trionfa nel regno della parola, Emma appartiene al mondo, tanto più intimo e segreto, degli sguardi. Sappiamo che i suoi occhi sono formati da strati di colore successivo: neri e spessi nelle profondità, cupi come la fonda acqua del mare, diventano chiari e luminosi verso la superficie, dove sembrano azzurri. Qualche volta soltanto, in rarissimi momenti di felicità, quest´azzurro scintilla e fa luce, e il romanzo racconta come la superficie venga a poco a poco invasa dalla tenebra che la possiede. Mentre Emma va incontro al proprio destino, i suoi occhi diventano più grandi, più neri, più profondi: acuti e acuminati come succhielli; e si infiammano, come se la tenebra che li abita non fosse, in realtà, che l´ardore oscuro del fuoco. Fin dall´inizio scorgiamo Emma con la fronte alla finestra, mentre guarda nel giardino o verso il cielo coperto di stelle oltre il limite, oltre l´orizzonte. Se la vita le sembra una sola mancanza, una sola vanità e un solo disgusto, essa cerca lontano, là dove nasce e muore il sogno, là dove comincia, per non terminare mai, «l´immensità bluastra» dell´infinito. Ma i suoi occhi non si accontentano di guardare: vogliono possedere il vicino e il lontano. Allora sorge, dalle profondità scure delle pupille, il fuoco di un desiderio tirannico: gli occhi neri gettano fiamme: la passione totale la possiede: come la Venere di Racine o una femme damnée di Baudelaire, vuole i corpi, il lusso, il danaro, il sangue: diventa una Menade, una demoniaca forza del male, una visionaria: è divorata e divora; e tutto la spinge verso l´autodistruzione. In quegli occhi neri e azzurri, «in quel fuoco ardente come un vulcano», Flaubert fece la stessa scoperta che, anni prima, aveva compiuto in sé stesso: la scoperta che intorno a lui, quasi nei medesimi anni e con le medesime parole, fecero Tolstoj, Dostoevskij e Nietzsche. Il mondo moderno è il trionfo dell´inautentico; dei luoghi comuni, della letteratura, della falsità, della menzogna, della parola morta. Tutta l´esistenza di Emma è letteratura: i suoi sogni, i suoi amori, il corteggiamento di Rodolphe e di Léon; e forse Emma potrebbe essere vera, solo se salisse sulla scena del teatro d´opera e cantasse a voce spiegata, come i protagonisti della Lucia di Lammermoor, coi quali si identifica con tanta naturalezza. Nel sogno e nella parola (queste realtà opposte), il falso corrisponde al falso, come due specchi simmetrici. In Madame Bovary Flaubert si propose di abitare l´inautentico e di ridargli una verità paradossale. L´artista moderno, che vive nel falso, tra le parole che deformano il desiderio, deve attraversare il falso, per far risuonare la nota vera che vi si nasconde: la fiamma mobile e atroce dei sentimenti, la sempre rinnovata forza di sogno, «l´infinito di passioni» concentrato in ogni minuto dell´esistenza. Perché là dietro - lontana, sepolta, quasi inavvertibile - si annida ancora la musica del cuore: «l´intermittente lamentazione di questo povero cuore, dolce e indistinta, come l´ultima eco di una sola sinfonia che si allontana»: di quel cuore simile a un´immensa tastiera, che di ottava in ottava e di accordo in accordo, lo scrittore deve percorrere, «dalle intonazioni più sorde a quelle più acute». Sulla parte opposta di Madame Bovary, Flaubert dispose quello che chiamava il suo «grottesco mostruoso», o «grottesco triste», o «grottesco hénaurme». Come un artigiano virtuoso, lavorava oggetti paradossali, che incarnano l´immensa idiozia umana. Il berretto di Charles Bovary: la torta di nozze di Charles e di Emma: i portatovaglioli e gli pseudo avori-obelischi, che Binet lavorava al tornio; il giocattolo dei piccoli Homais. Infine Homais, che avremmo torto a considerare un essere umano: anche lui è un mostro lavorato al tornio, con la lingua di legno, sulla quale Flaubert ha orchestrato le più fluviali idiozie progressiste. C´è, in queste invenzioni, un riso infantile: Flaubert aveva il dono di giocare come un bambino; e insieme l´arte vertiginosa di un saltimbanco, nato tra le pagine di Hoffmann. Qualche riga meravigliosa, purtroppo sacrificata, avrebbe dovuto concludere il libro. La redazione definitiva del romanzo finisce con queste parole: (Homais) «ha appena ricevuto la Legion d´onore». Nell´epilogo del canovaccio, Flaubert scriveva: «Homais dubita di sé stesso - guarda i barattoli coi feti - dubita della propria esistenza - delira - effetti fantastici - la croce della Legion d´onore ripetuta negli specchi - "non sono che un personaggio di romanzo, il frutto di un´immaginazione in delirio, l´invenzione di un piccolo tanghero che ho visto nascere e che mi ha inventato per far credere che non esisto. Oh, non è possibile. Ecco, i miei feti. Ecco, i miei figli. Ecco. Ecco". Poi Homais finì con la grande parola del razionalismo moderno: "Cogito, ergo sum. Penso, dunque sono"».