Guido Olimpio, Corriere della Sera 24/10/2007, 24 ottobre 2007
DUE ARTICOLI SUL NEGOZIATORE IRANIANO
CORRIERE DELLA SERA, 21/10/2007
CECILIA ZECCHINELLI
Difficile capire cosa sia successo davvero nelle stanze del potere a Teheran. Di certo, le dimissioni annunciate ieri dal capo negoziatore per il nucleare Ali Larijani sono state una sorpresa. E non di poco conto. A tre giorni dall’incontro previsto tra quest’ultimo e il capo della diplomazia europea Javier Solana a Roma, a poche settimane dalla probabile terza ondata di sanzioni Onu, mentre dagli Usa i segnali di attacco si intensificano e i Pasdaran dicono di avere migliaia di missili pronti per i nemici, l’uomo che più di ogni altro dal 2005 ha trattato con il mondo per conto della Repubblica Islamica se ne va. All’improvviso.
«Larijani si è dimesso per motivi personali, lo aveva chiesto più volte, ora il presidente ha accettato. Ma ciò non significa un cambiamento di politica », ha precisato il portavoce del governo Gholam Hossein Elham, aggiungendo che «martedì l’incontro con Solana ci sarà, forse vi parteciperà anche Larijani, di sicuro Jalili». Ovvero il semisconosciuto 42enne viceministro degli Esteri con delega per gli Affari europei e americani, più inesperto e malleabile del predecessore ma più falco, certo molto vicino al presidente Mahmoud Ahmadinejad. Cosa che non è (più) vera per Larijani.
Molti hanno infatti visto nell’uscita di scena di questo filosofo- matematico figlio e genero di ayatollah, già comandante della Guardia Rivoluzionaria e ministro del potentissimo Irshad (tv, media, censura), una vittoria di Ahmadinejad, un cedimento della Guida Suprema Ali Khamenei. Il presidente che nega l’Olocausto e rivendica il diritto al nucleare (pacifico, sostiene lui; militare, dubita il mondo e se ne dicono certi Usa e Israele) nel 2005 aveva nominato, in accordo con Khamenei, proprio Larijani a capo del Consiglio di sicurezza e quindi dei negoziati nucleari, in sostituzione del «troppo mite » Hassan Rowani. Da allora, il regime degli ayatollah aveva cambiato tattica: il processo di arricchimento dell’uranio era ripreso apertamente, l’Onu era per questo intervenuto due volte imponendo sanzioni, la Repubblica Islamica aveva sfidato il mondo. Ma Larijani, scelto allora perché falco, aveva poi mostrato anche il lato pragmatico, tentato di mantenere aperta la via diplomatica con l’Occidente, cercato di salvare – in sostanza – capra e cavoli. E si era scontrato, sulla linea ma ancor più sul potere dei rispettivi ruoli, con Ahmadinejad: martedì scorso, dopo la visita in Iran del presidente russo Vladimir Putin, Larijani era stato pubblicamente smentito e umiliato dal suo rivale. «Non è vero che Mosca ha un piano per uscire dall’impasse nucleare come ha dichiarato Larijani », aveva detto il presidente negazionista. Che nonostante sia sempre più impopolare tra le gente, continua a godere dell’appoggio di Khamenei, deciso a non dividere la leadership iraniana, a rispondere duramente al progressivo accerchiamento del Paese.
Larijani, che forse tenterà l’elezione a deputato in marzo ma non quella a presidente nel 2009 (due anni fa era arrivato penosamente sesto), esce così di scena. Il dossier nucleare, su cui continua ad avere l’ultima parola la Guida Suprema, passa operativamente nelle mani di un fedelissimo del presidente, ovvero di lui stesso. Le consultazioni con Solana e Mohammad elBaradei, capo dell’Agenzia atomica dell’Onu, anche. I due presenteranno alle Nazioni Unite i loro rapporti in novembre, e su quella base verranno decise le nuove sanzioni, mentre Washington ribadisce di «non escludere» l’uso della forza. Un momento già molto delicato che la nuova svolta nelle stanze del potere di Teheran rende ancor più difficile. Ieri, mentre Larijani usciva di scena, il generale dei Pasdaran Mahmoud Chaharbaqi dichiarava: «Nel primo minuto di un’invasione, 11mila missili e cannoni spareranno contro le basi nemiche, e questo volume di fuoco continuerà». E dagli Stati Uniti, in serata, arrivava una nota di «ulteriore preoccupazione ». La situazione che tre giorni aveva fatto dire a Bush di «temere una terza guerra mondiale », da allora è peggiorata.
CORRIERE DELLA SERA, 23/10/2007
GUIDO OLIMPIO
WASHINGTON – Le prime dichiarazioni del nuovo negoziatore iraniano Saed Jalili sono state chiare: «Tratteremo con forza ». Una premessa scontata. Quando si apre un confronto non si va con il cappello in mano. A maggior ragione se rappresenti un Paese fiero come l’Iran. Ma a Jalili non è costato molto farlo, perché rispecchia il suo pensiero e di chi lo ha spedito in missione a Roma. Ahmadinejad e i suoi ispiratori, l’ayatollah Mesbah Yazdi e Hashemi Samare. Tutti uniti dall’appartenenza ad una setta che sogna l’Apocalisse perché può favorire il ritorno del Mahdi, il messia sciita. Una fazione ritenuta estremista persino dall’imam Khomeini; all’inizio della Rivoluzione islamica ne aveva decretato lo scioglimento. Messi nell’angolo, i «fedeli» hanno trovato la loro guida nell’ayatollah Mesbah Yazdi riuscendo a guadagnare posizioni importanti. Oltre al presidente Ahmadinejad, ne fanno parte il ministro dell’Intelligence Gholam Ejehi e quello dell’Interno Mustafa Pur Mohammed. Ora nel cerchio magico del potere entra Jalili. Una promozione – afferma l’analista Meir Javendanfar – favorita dal profilo personale del negoziatore e dal sostegno di Samare, l’ombra di Ahmadinejad.
Jalili, nato nel 1965 a Mashad, incarna la figura del duro e puro. Ha combattuto nella guerra con l’Iraq, rimanendo ferito in modo grave ad un gamba e scampando ad un attacco chimico. Una volta tornato alla vita civile si è distinto – sostiene ancora Javandanfar – per uno stile di vita ascetico, simile a quello del futuro presidente. Nessun cedimento ai privilegi – andava al lavoro con la sua auto personale ”, impegno costante nel lavoro. Laureato in scienze politiche, ha scritto un libro dal titolo emblematico: «La politica estera del Profeta Maometto». Nel 2001 è stato nominato direttore dell’ufficio della Guida Khamenei, quattro anni dopo è diventato consigliere di Ahmadinejad e viceministro degli Esteri con competenza per gli affari europei e americani. Anche se gli oppositori lo dipingono come un «signor sì», Jalili si è messo in luce nel forgiare i rapporti in America Latina e in particolare l’alleanza con il Venezuela di Chávez.
La devozione allo Stato, però, non basta a spiegare la sua carriera. Ed ecco il tocco di Samare. Come discepolo di Yazdi e interprete rigoroso della teoria messianica, Samare si è costruito una base di potere nel ministero degli Esteri. Con un ruolo speciale. Per diverso tempo aveva la responsabilità di impedire che gli ambasciatori deviassero dalle linee guida. Molti diplomatici – sostiene il commentatore Javandanfar – venivano convocati a Teheran e sottoposti a interrogatori serrati. Una forma di rieducazione. A gestire il programma Samare che non faceva mistero sulla sua appartenenza all’ala radicale. Nel suo ufficio al posto della foto di Khamenei ha appeso quella di Yazdi.
Sempre secondo fonti iraniane è Samare a «pescare» in provincia Ahmadinejad per poi proiettarlo nella scena politica iraniana. Il presidente lo ha ripagato nominandolo suo consigliere speciale. Un angelo custode del leader, presente ad ogni incontro importante. La coppia, scontenta del pragmatismo di Larijani, ha deciso di imporre Jalili assegnandogli la gestione dei negoziati e la poltrona di segretario del Consiglio di sicurezza nazionale. Un colpo di mano che ha irritato il parlamento – 183 deputati lo hanno contestato apertamente – e provocato frizioni tra gli ayatollah. Khamenei, che non ha gradito, ha imposto la presenza di Larijani. Non certo un moderato, ma un uomo abituato a trattare. L’opposto di Jalili. I diplomatici occidentali che lo hanno incontrato rammentano la sua specialità: i monologhi.
CORRIERE DELLA SERA, 23/10/2007
GIANNA FREGONARA
ROMA – «Un incontro costruttivo », ripetono uno dopo l’altro il negoziatore europeo Javier Solana e il suo partner nel lungo dialogo tra Ue e Iran, il dimissionario Ali Larijani. Al suo fianco ha il successore Said Jalili. «Ci sono le condizioni per continuare il dialogo», hanno assicurato i due iraniani dopo questo nuovo round di colloqui a Villa Pamphili, cercando di mettere a tacere i timori della comunità internazionale sull’improvviso cambio al vertice della delegazione che si occupa del dossier nucleare.
Solana ha pubblicamente invitato Larijani a continuare a partecipare al dialogo per cercare di aprire un negoziato internazionale. E l’ex inviato di Teheran ha assicurato che non sparirà: potrebbe seguire Jalili, in qualità di rappresentante dell’ayatollah Khamenei. Jalili, alla sua prima uscita, ha promesso che «lavorerà con forza al dialogo» e prima uno e poi l’altro, lui e Larjiani si sono spesi per assicurare che «non c’è una svolta nella posizione di Teheran che non cambierebbe neppure se cambiasse il presidente».
L’unico risultato tangibile dell’incontro di ieri sera a Villa Pamphili, ospiti del governo italiano, è che prima della fine di novembre, quando il direttore dell’Aiea Mohammed El Baradei presenterà alle Nazioni Unite il suo rapporto e si discuteranno le sanzioni all’Iran, ci sarà un nuovo giro di colloqui. La porta dunque resta aperta per ora e, come ha ripetuto Solana, «l’unico antidoto alle sanzioni è il dialogo».
Larijani, che oggi vedrà Prodi e D’Alema insieme a Jalili e Solana, non ha fatto molte concessioni: «Stiamo disegnando – ha spiegato – la cornice per far partire il dialogo». E dunque lo sbocco del dialogo resta del tutto imprevedibile.
Non si è ancora chiarito il giallo delle dimissioni affrettate di Larijani per far posto ad un «falco» come Jalili, che ieri sulla situazione interna iraniana si sono aperti nuovi interrogativi: il presidente Ahmadinejad è precipitosamente rientrato da una visita in Armenia, senza dare spiegazioni se non generiche «ragioni di politica interna ».
Se si complica il quadro interno iraniano, in vista delle elezioni legislative della prossima primavera, sale la pressione su Teheran in vista di novembre. Il più chiaro ieri è stato il premier britannico Gordon Brown. Incontrando il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha spiegato che «siamo pronti e appoggeremo le nuove sanzioni contro l’Iran: lavoreremo con le Nazioni Unite per arrivarci e sosterremo anche sanzioni più dure da parte dell’Unione Europea». Olmert ha chiesto di più: «Le sanzioni economiche sono efficaci ma insufficienti, dobbiamo fare in modo che l’Iran fermi il suo programma ».
Più dialogante la posizione del presidente francese Nicolas Sarkozy, che parlando della produzione di energia nucleare ha detto che «bisogna che gli accordi internazionali siano rispettati da tutti». Un messaggio diretto all’Iran: «Per dire – ha precisato – che una cooperazione resta possibile sul dossier nucleare e che non siamo necessariamente condannati allo scontro».
A tendere la mano all’Iran ieri è stato anche il Vaticano: il cardinale Renato Raffaele Martino, ex osservatore permanente della Santa Sede all’Onu e oggi presidente del Pontificio consiglio Giustizia e pace, parlando di energia del futuro ha detto: «Diciamo sì all’uso pacifico del nucleare, certamente anche per l’Iran», poiché l’energia atomica «è qualcosa che può fare del bene all’umanità ».