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 2007  ottobre 23 Martedì calendario

Mafia Spa. La Stampa, martedì 23 ottobre Otto volte superiore all’ormai famigerato «tesoretto», oltre 90 miliardi di euro

Mafia Spa. La Stampa, martedì 23 ottobre Otto volte superiore all’ormai famigerato «tesoretto», oltre 90 miliardi di euro. A tanto ammonta il fatturato di «Mafia Spa», una delle poche «aziende» che non denuncia crisi di sorta. A questa sconsolante conclusione è giunto il decimo Rapporto scritto da «Sos Impresa» e presentato ieri nell’Auditorium della Confesercenti. Quando si dice fatturato, precisa il documento, ci si riferisce al «ramo commerciale dell’Azienda mafia»: una cifra doppiamente sbalorditiva che trova adeguato parametro nel 7% del Pil nazionale. Da dove proviene tanta «abbondanza»? La risposta sta nei numeri: 1300 reati al giorno subìti da commercianti e imprenditori, 50 ogni ora. La voce più consistente di questo terribile bilancio è appannaggio dell’usura: circa 30 miliardi «spalmati» su 150 mila commercianti. Un terzo dell’intera cifra, però, è gestita dal crimine organizzato. Mentre appannaggio totale delle mafie (95%) è il business legato al racket (l’industria del pizzo) che produce utili per 10 miliardi spillati a circa 160 mila esercenti ed imprenditori. Desta particolare apprensione, il racket. Anche perché concentrato nelle quattro regioni più a rischio mafia (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia) dove colpisce 132 mila dei 160 coinvolti nel fenomeno. Ma non sono soltanto i numeri a creare allarme, visto il proliferare di un’area - come hanno rimarcato in negativo anche il viceministro Marco Minniti e il presidente onorario delle Associazioni antiracket, Tano Grasso - che potrebbe essere definita di «collusione partecipata». Accade cioè sempre più spesso che gli imprenditori «preferiscano» pagare perché l’estorsione risulta «più conveniente». E non riguarda soltanto i piccoli operatori economici. Costrette a pagare Secondo il Rapporto, anche grandi imprese i sembrano rassegnate al pizzo. Nel documento vengono citate Impregilo (che in serata ha smentito ogni coinvolgimento), Condotte Spa e Italcementi che ha replicato come «nessun fatto attribuito alla società sia stato accertato ed è priva di fondamento la deduzione che ”Ital cementi ha ceduto alla ”ndrangheta”». «Dati impressionanti», ha detto il presidente della Commissione Antimafia, Francesco Forgione. Le tariffe Un cancro capillarmente diffuso, il pizzo. Esteso fino ai piccoli condomini con «tariffe» in sintonia col territorio: dai 5/10 euro giornalieri per il banco al mercato di Napoli, ai negozi (a Palermo Cosa nostra fa pagare più che a Napoli: 500 euro mensili contro i 200 della Campania), ai 5000 dei supermercati, fino ai 10000 mensili per ogni cantiere aperto. E questa è soltanto l’anticamera di un fenomeno ancora più preoccupante che «Sos Impresa» definisce con lo slogan: «Ieri il pizzo, oggi mafiopoli». Da un lato, dunque, i piccoli operatori, dall’altro le imprese dei boss entrati direttamente nel mercato e quelle che «corrono» a ripararsi sotto la protezione mafiosa «per quieto vivere». E le denunce? Qualcosa si muove, ma la svolta non sembra ancora dietro l’angolo. Sicilia (70% che paga), Calabria (50%) e Campania (40%)continuano a stare in cima alla classifica «nera», ma l’emergenza comincia a fare capolino in zone che sembravano immuni come l’Abruzzo (10%) e persino l’Emilia Romagna (5%) coi duemila commercianti coinvolti. Le regioni più colpite La maglia nera per l’usura va alla Campania: 26 mila commercianti coinvolti per un giro d’affari di 1,8 milioni. Il numero degli imprenditori vittime degli strozzini si aggira sui 150 mila. Ma le posizioni debitorie sono almeno il triplo, visto che quasi sempre ciascun commerciante fa ricorso a prestiti. Esiste, infine, un vasto comparto di interessi mafiosi che rientrano in una strategia diversa da quella prettamente «predatoria»: l’attività di impresa esercitati con metodi e sistemi tali da stravolgere il corretto funzionamento del mercato. Uno di questi settori viene definito «Agromafia» e comprende l’attività criminale e l’infiltrazione nei mercati alimentari: dai prodotti agricoli, al pesce, alla macellazione clandestina. Un giro d’affari quantificato in 7,5 miliardi. Il documento della Confesercenti cita vari episodi: i 10 mila capi di bestiame spariti in Calabria, ll’Agenzia di Gela che imponeva il trasporto di prodotti ortofurticoli, le indagini sulla mafia calabrese che controlla il mercato di Milano. E non viene risparmiato il mercato del pesce col suo fatturato di circa due miliardi l’anno. Cosa nostra, camorra e ”ndrangheta sembrano molto interessati a questa «miniera», com’è dimostrato dal controllo esercitato dai Mazzei sul mercato ittico di Catania. Lo stesso controllo che ha portato ad imporre sui banchi dei supermercati campani alcuni prodotti e ordinare l’ostracismo per altre marche, per esempio la Granarolo. Con lo stesso «sistema», nella zona di Casal di Principe, veniva imposta una certa marca di caffè sponsorizzata dai signori della camorra. Alla faccia del libero mercato. Francesco La Licata