Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  ottobre 23 Martedì calendario

GIOÈ Claudio

GIOÈ Claudio Palermo 27 gennaio 1975. Attore. Tra i suoi film: I cento passi, La meglio gioventù (entrambi di Marco Tullio Giordana). In tv è stato il Totò Riina de Il capo dei capi (ma anche l’Antonio Ingroia di Paolo Borsellino) • «Un Cesare Lombroso dei nostri giorni, o un Desmond Morris che tanto ha studiato e teorizzato il rapporto tra gesti, fisionomia e comunicazione degli esseri umani, farebbero carte false per indagare a fondo le ragioni che hanno spinto otto-dieci milioni di italiani ad associare, a identificare naturalmente Totò Riina, solido e tragico boss corleonese della mafia (milleduecento morti sulla coscienza), con [...] Claudio Gioè, l’attore palermitano mite, misurato e sottile, volto flemmaticamente sorridente, interprete apprezzatissimo della parte del re ombra di Cosa Nostra nella fiction Il capo dei capi che i registi Enzo Monteleone e Alexis Sweet e gli sceneggiatori Bises, Fava e Starnone (romanzando un libro di D’Avanzo e Bolzoni) hanno condotto a un memorabile successo di share, di gradimenti e di clamori polemici su Canale 5. [...] “Avevo sette-otto anni quando mia nonna mi regalò un registratore a cassette, e lì mi venne, per gioco, d’inventare un radiodramma dove facevo vari personaggi, varie voci, suscitando gran divertimento in famiglia. La mia prima performance pubblica fu a sedici anni, al liceo, dove interpretai un fruttivendolo dei mercati di Palermo, una figura comica a tu per tu con Goethe. Poi, quando ero già iscritto a Lettere classiche, mi convinsi a fare un tentativo con l’Accademia d’arte drammatica, dove per provino portai Ricorda con rabbia con inflessioni siciliane, e Mario Ferrero vide in me la passione, e con mia sorpresa fui ammesso, frequentando poi tutti e tre gli anni”. Ma non tarda a tirar fuori una certa irrequietezza, una certa vena indipendente. “Buttai giù una riscrittura di Edipo che realizzai a Palermo, Edipo e controedipo ispirato a Laforgue e a Carmelo Bene, operazione strana ma il pubblico s’entusiasmava, s’emozionava. Subito dopo Lavia mi chiamò all’Eliseo per Il gioco delle parti con Orsini: una tournée di sei mesi, io in scena ogni sera tre minuti, un’esperienza di disciplina che fruttò un po’ di crisi depressiva ma anche un serio apprendistato di meticolosità e reiterazione. E ancora una volta, alla ricerca di un’opportunità tutta mia, appena finito Pirandello costruii da me uno spettacolo, Historia von Doctor Johannes Faustus, un patchwork dall’opera dei pupi su Faust, fino a Thomas Mann, passando per Nietzsche, per Marlowe e ovviamente per Goethe”. Teatralmente non stava mai fermo, e su commissione riscrisse un’Ifigenia (“era un divertissement alla Coward”) ma gli venne in mente anche Caligola Night Live gettandone su carta la traccia mentre era di turno sulle ambulanze di Palermo dove espletò il servizio militare civile. Però intanto incrociò anche il cinema, nel 1998, prendendo parte con Tilda Swinton, musa di Derek Jarman, a The Protagonists di Luca Guadagnino, che andò alla rassegna collaterale del Festival di Venezia. “Ma la vera visibilità l’ottenni nel ruolo di un intellettuale impegnato nel sociale, amico di Peppino Impastato, in Cento passi di Giordana, un film potentissimo che alla sua presentazione mi commosse”. Nel frattempo s’era trasferito a Roma, e ci fu l’altro nuovo salto di popolarità fatto in televisione nei panni dell’operaio licenziato de La meglio gioventù, cui segue, dopo il film Passato prossimo, una piccola parte in Paolo Borsellino di Tavarelli. “Dato che reputo la rabbia intima un grande veicolo creativo, ho ripreso in mano il Caligola Night Live che era un triplo salto mortale nato con la lettura di Camus, e mi sono organizzato, l’ho interpretato riducendo tutto a un solo personaggio. Mi venne a vedere Valsecchi, che poi doveva produrre Il capo dei capi, e mi propose un provino”. In teatro si concretizza intanto [...] l’impresa che ha rappresentato una svolta, il corrispettivo scenico di quel balzo in avanti di Gioè nel grande e nel piccolo schermo. “Mi chiamò il regista Ninni Bruschetta, per far parte de L’istruttoria, oratorio civile fondato sui verbali delle testimonianze al processo per la morte di Giuseppe Fava, su testo del figlio Claudio. Mentre provavamo L’istruttoria commentai con una frasaccia incredula lo sceneggiato su Riina cui m’aveva accennato Valsecchi, e il caso volle che Claudio Fava, lì presente (già co-autore dei Cento passi), mi rispondesse che era coinvolto anche lui nell’impresa sull’ultimo dei Corleonesi. Capii che i destini si incrociavano sempre di più. Tant’è che ad Alexis Sweet, co-regista scritturato per Il capo dei capi, piacque il mio Caligola, e l’altro co-regista, Monteleone, aveva apprezzato molto la mia prova a teatro ne L’istruttoria. Insomma una serie di coincidenze, di cui la prima e la più decisiva è l’essere siciliano, m’hanno portato dritto dritto a fare Riina. Temevo il ridicolo, e invece sono stato preso tanto sul serio da suscitare anche un mucchio di riserve sulla popolarità toccata a un mostro freddo e assetato di potere (con l’aggravante della leggenda d’essere piaciuto a Riina stesso). Ma io non vedo la differenza tra Riina e il delirio d’onnipotenza di un Riccardo III, o di un Caligola [...] Ho studiato a lungo come Riina si muoveva, che sguardo aveva, come ‘recitava’ davanti ai giudici, ogni sua mezza occhiata, ogni suo mezzo tono, ogni sua ruvida piega culturale, il modo in cui non riusciva a stare seduto sulla sedia in aula, il suo atteggiamento sempre impassibile che però tradiva l’istinto di saltare al collo ai pentiti (agghiacciò il tribunale, quel suo sussurrare ‘Ma statti zitto’ al pentito Gaspare Mutolo, suo autista), e insomma m’ha interessato l’uomo, la sagoma, i suoi limiti, le contrazioni, l’uso delle mani e in particolare del pollice, come girava la testa, come reagiva alle descrizioni feroci dei crimini con l’acido, dei delitti messi a segno con le proprie mani dopo aver magari offerto un pranzo alla vittima, e ho spiato la sua rabbia animalesca sotto le apparenze di una prossemica inalterabile, quando si schermiva, quando i testimoni gli davano del lei, il vossia, rispondendo a un cerimoniale scopertamente mafioso [...] Ho avuto a cuore Salvo Randone, Turi Ferro e Leo de Berardinis, ho stravisto per Carmelo, sono un cultore di Petrolini [...] Adoro le scarpe basse, Gadda, Calvino, Caravaggio, Brahms, Mozart, Bernini, l’analogico. Rifiuto i pregiudizi, l’ordine imposto, Kant, l’arte contemporanea, i conflitti tra opposti, Picasso, il digitale, Pollock [...]» (Rodolfo Di Giammarco, “la Repubblica” 27/4/2008). «[...] noi siciliani sappiamo che la mafia sa essere seducente. Il capo dei capi, che ha un cast formato quasi esclusivamente da siciliani, è stato una specie di catarsi collettiva: finalmente abbiamo potuto raccontare questa storia [...]» (Silvia Fumarola, “la Repubblica” 23/10/2007) • «[...] Anch’io, da spettatore, fino alla quarta puntata ho notato la scalata di questi che da niente arrivano alla testa di Cosa Nostra. Ma mi sono rivisto nell’epilogo. Pugni allo stomaco nelle due ultime puntate. Arrivano i morti eccellenti, le stragi. Il mio Riina fa una carezza al figlio e ordina l’assassinio di Pio La Torre. Dopo Capaci si brinda e Bagarella sputa contro le bare in tv. Una discesa all’inferno di uomini travolti dal proprio delirio di onnipotenza. Il loro stesso potere trasformerà i corleonesi in mostri [...]» (Felice Cavallaro, “Corriere della Sera” 21/11/2007).