Giovanni Guzzetta, Corriere della Sera 23/10/2007, 23 ottobre 2007
Caro direttore, l’intervista di Francesco Rutelli C ( Corriere di ieri) merita tutta l’attenzione che si deve a uno dei principali leader dell’attuale panorama politico
Caro direttore, l’intervista di Francesco Rutelli C ( Corriere di ieri) merita tutta l’attenzione che si deve a uno dei principali leader dell’attuale panorama politico. Che il Paese abbia bisogno di istituzioni rinnovate, dopo più di trent’anni di inutili discussioni sulle riforme, è ormai una drammatica banalità. Ma credo che la proposta di risolvere tutto con l’approvazione di una legge elettorale sul modello del sistema tedesco non sia la soluzione. Gli argomenti addotti non convincono e ancor meno convince l’assunto politico secondo il quale la crisi della legislatura e le eventuali elezioni anticipate sarebbero da ascrivere all’improvvida iniziativa dei referendari. Cominciamo da qui. La richiesta di referendum elettorale è stata presentata nell’ottobre 2006. Da allora tutti hanno toccato con mano l’insipienza di una classe politica che ha cincischiato e cicaleggiato sperando che non riuscissimo a raccogliere le firme. Abbiamo assistito a un dibattito surreale nel quale ha campeggiato la cosiddetta «Bozza Chiti», che non è mai esistita, ma di cui tutti discettavano. E’ passato un anno. Nulla è accaduto. A rischio di essere noioso, lo voglio ripetere nuovamente. Il referendum con il rischio di elezioni anticipate non c’entra proprio nulla. Primo: perché il Parlamento è legittimato a intervenire sempre, prima, durante e dopo. Secondo: perché il referendum ha un obiettivo inequivoco: che i governi e le legislature durino. Veniamo al merito. Dire che il sistema tedesco è l’unica soluzione possibile non è un buon motivo per perseguirla. Il problema è se essa sarebbe una risposta adeguata. Io sono convinto del contrario. Qualora riuscisse a ridurre la frammentazione, il sistema proporzionale con soglia di sbarramento non potrebbe evitare che in Parlamento ci siano almeno 6 raggruppamenti (più o meno pronti a dividersi dopo). An, FI, Lega, Udc, Pd, Prc. Ciò vuol dire che nessuno avrebbe la maggioranza e che le scelte degli elettori sarebbero rimesse alla contabilità delle manovre parlamentari, dopo le elezioni. Grande chiarezza programmatica prima del voto (ammesso che ci si riesca) grandi transumanze e compromessi dopo. Il bipolarismo tedesco è stato il frutto di una serie di elementi non riproducibili, che prescindono dalla legge elettorale. La messa fuori legge, negli anni Cinquanta, dei partiti neonazista e comunista, una lealtà verso gli elettori che ha estromesso dalla grammatica politica parole come ribaltone e trasformismo. Regole parlamentari ferree. Il sistema tedesco ha funzionato bene fin quando i partiti in gioco erano pochi. Adesso che aumentano sono iniziati i problemi. E non sappiamo come verranno risolti. E’ veramente strano che noi ci mettiamo a copiare i modelli proprio nel momento in cui vivono una fase critica. Il professor Giovanni Sartori, che tanti tirano per la giacchetta con l’obiettivo di strumentalizzarne le opinioni, lo ha scritto chiaramente nel suo volume di «Ingegneria costituzionale comparata »: «La formula tedesca presuppone un sistema di due partiti e mezzo, e può difficilmente essere estesa e ancor meno esportata a sistemi di quattro-cinque partiti». Insomma, dire che una soglia alta aiuterebbe non vuol dire che risolverebbe i problemi. Purché siamo d’accordo su quali siano i problemi. Se l’obiettivo è quello di avere un sistema in cui alle elezioni nessuno vince e nessuno perde e tutti rimangono in gioco, per fare e disfare i governi in barba agli elettori, allora il discorso cambia. Forse, quando si pensa alla Germania, si dovrebbe riflettere sul fatto che in mezzo secolo loro hanno avuto una ventina di governi e noi più di cinquanta. Forse si dovrebbe riflettere sul fatto che le coalizioni centriste in Italia si chiamavano pentapartito e tra il 1980 e il 1994 hanno praticato una politica di finanza allegra che ha fatto schizzare il nostro debito pubblico ed il nostro debito pensionistico. Altro che governo della moderazione. La democrazia dell’alternanza, per quanto perfettibile, è un bene da difendere con le unghie e coi denti. Essa è la sola garanzia verso l’immobilismo del potere. Il nostro problema non è il bipolarismo, il nostro problema sono leader che non hanno coraggio di rischiare e che hanno rinunziato ad essere statisti, per godersi il ruolo di notabili. Io credo vi siano in Parlamento tanti riformisti che vigileranno perché ciò non accada. Presidente del comitato promotore dei referendum elettorali