Enrico Marro, Corriere della Sera 23/10/2007, 23 ottobre 2007
ROMA – passato un mese da quel 18 settembre, quando a Milano, al convegno per Walter Veltroni leader del Partito democratico, fece scalpore la proposta di un contratto unico di lavoro, che spazzi via la dicotomia tra contratti a termine e a tempo indeterminato
ROMA – passato un mese da quel 18 settembre, quando a Milano, al convegno per Walter Veltroni leader del Partito democratico, fece scalpore la proposta di un contratto unico di lavoro, che spazzi via la dicotomia tra contratti a termine e a tempo indeterminato. Col contratto unico, invece, si verrebbe assunti attraverso un percorso a tappe: nei primi 3 anni si può essere licenziati dietro indennizzo, poi scattano le regole dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (licenziamenti senza giusta causa vietati nelle aziende con più di 15 dipendenti). La proposta, elaborata 2 anni fa dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi sul sito lavoce.info, era stata rilanciata a Milano da Tiziano Treu, giuslavorista, presidente della commissione Lavoro del Senato e consigliere di Veltroni. Treu aveva fatto di tutto per presentarla al meglio, inquadrandola in una «discussione in sede europea » e sottolineando che il contratto unico mirava a dare una risposta alla precarietà, portando alla progressiva eliminazione dei contratti a termine. Anche il momento sembrava giusto: in Francia, Nicolas Sarkozy mostrava di voler attuare anche lui il contratto unico, una delle proposte con le quali aveva vinto le elezioni. Poi è successo che al di qua e al di là delle Alpi la proposta è finita di fatto nel congelatore. In Francia per l’opposizione dei sindacati e il mancato sostegno delle imprese. In Italia perché il solo accennare all’ipotesi del contratto unico ha ridestato i fantasmi della battaglia sull’articolo 18. Improponibili per un governo di centrosinistra, per di più dalla maggioranza fragile e spesso ostaggio delle sinistre radicali. Così Treu spiega che la proposta rimane «interessante», come aveva detto Veltroni, ma spiega che il percorso è lungo. Il Pd deve prima darsi i propri organismi e poi toccherà al programma: «Ne parliamo fra 3-4 mesi». Nel frattempo, osserva, l’approvazione del disegno di legge sul protocollo welfare può porre le basi, attraverso la riforma degli ammortizzatori sociali (indennità di disoccupazione e cassa integrazione) per «una discussione meno drammatica». Che potrebbe trovare interlocutori attenti e disponibili anche nel centrodestra. Maurizio Sacconi, responsabile Lavoro di Forza Italia, ricorda che ha depositato qualche mese fa un disegno di legge per il completamento della Biagi, «che contiene anche una delega per il contratto a tutela progressiva», in pratica il contratto unico, «che Marco Biagi aveva suggerito nel file Marina (il nome della moglie, ndr) », rimasto nel computer quando il giuslavorista fu ucciso dalle Brigate Rosse, e che «Marco sperava potesse essere il punto di mediazione per uscire dallo scontro sull’articolo 18». Ma il disegno di legge, conclude Sacconi, non ha mai cominciato l’iter parlamentare. «E dopo la manifestazione di sabato delle sinistre mi pare impensabile che questa maggioranza sia in grado di procedere». Più realistico affidarsi alle parti sociali. Dai riformisti della Cgil (per esempio, dal segretario della Camera del lavoro di Milano, Onorio Rosati) è venuta qualche timida apertura. E Maurizio Beretta, direttore della Confindustria, dice: «Non siamo mai entrati nel merito. Ma dopo l’approvazione del protocollo sul welfare, sarebbe finalmente ora di aprire una discussione col sindacato sulle nuove relazioni industriali e sul modello contrattuale. dal 2004 che aspettiamo (allora fu il leader della Cgil a rifiutare il confronto, ndr) e magari si potrà parlare anche di proposte come questa».