Federico Fubini, Corriere della Sera 23/10/2007, 23 ottobre 2007
DAL NOSTRO INVIATO
WASHINGTON – David Rubenstein, l’uomo che sei mesi fa prevedeva per il 2008 la prima operazione di private equity da cento miliardi di dollari, non è cambiato. Il mondo invece sì e ora Rubenstein, fondatore e direttore generale di Carlyle, conta i «quattro o cinque» mesi che ci separano dalla prossima offerta da 10 miliardi. «In questa fase non si va oltre i due», ammette sulla base della sua esperienza da capo di uno dei più grandi fondi al mondo specializzati nelle scalate a debito, con 75 miliardi in gestione.
La crisi d’agosto ha paralizzato il private equity. Come vede la situazione nel settore?
«Quando la musica si è fermata, come nel gioco della sedia, restavano operazioni aperte con le banche per 300 miliardi. Ma entro fine anno saranno chiuse, benché a volte in termini molto più favorevoli agli istituti di credito, e allora il sistema sicuramente ripartirà».
Rivedremo le guerre di offerte fra i cosiddetti fondi-locusta, come vi chiamano i vostri detrattori?
«Prevedo qualche novità. Gran parte dei fondi di private equity si quoteranno in Borsa. E tutti dovranno confrontarsi a un’enorme concorrenza dei fondi speculativi e da parte dei fondi sovrani, quelli controllati dai governi dei Paesi emergenti».
I fondi sovrani sono molto più liquidi persino di Carlyle. Non rischiate che alla fine vi taglino fuori?
«Non credo proprio che batteremo in ritirata. I fondi di private equity hanno successo perché incentivano i loro professionisti in modo attraente, dunque riescono a arruolare persone di grande talento. I fondi sovrani invece sono entità pubbliche, con salari orientati dai governi. E non dimentichiamo che storicamente i governi sul mercato non sono efficaci come le organizzazioni private».
Sarebbe questa l’unica differenza fra voi e loro?
«Be’, noi occidentali abbiamo esportato il nostro modello in Medio Oriente, in Cina, nel resto dell’ Asia. Ora gli investitori di queste regioni del mondo useranno le stesse tecniche del private equity per fare acquisizioni nei mercati più sviluppati. In termini economici, sarà uno scontro delle civiltà e certa gente non ne sarà felice. Ma questi Paesi hanno molto denaro da reinvestire, dobbiamo riconoscere questa realtà».
C’è chi teme interferenze politiche degli investitori russi o cinesi. E lei?
«C’è un rischio potenziale in questo senso, ma prevedo che non ci sarà una vera reazione difensiva finché non si creerà uno scandalo».
Anche Carlyle è fra i fondi di private equity pronti a quotarsi l’anno prossimo?
«Non ho detto questo. Ho detto che molti lo faranno, noi non abbiamo ancora preso nessuna decisione. Stiamo studiando questa ipotesi, dobbiamo vedere cosa faranno i nostri concorrenti».
Pensa che possa avere senso per voi andare in Borsa ora?
«Penso che molte aziende di private equity lo faranno, specialmente quelle grandi. Ma, ripeto, nel nostro caso non abbiamo ancora deciso».
Siete molto attivi in Italia già da qualche anno. soddisfatto?
«I nostri investimenti in Italia sono stati molto redditizi, siamo molto felici di quel che abbiamo fatto ma vogliamo fare ancora di più. Abbiamo una persona eccezionale che guida le nostre operazioni in Italia, Marco De Benedetti. Sta lavorando molto bene, dunque vogliamo essere più attivi in futuro».
Trova che il Paese sia abbastanza aperto?
«Per le scalate a debito l’Italia in passato non è stata un mercato attraente come Francia, Germania o Inghilterra. Ma sta cambiando grazie alla crescita della nuova economia e dunque sì, penso che sarà più attraente di quanto non sia stata finora».