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 2007  ottobre 23 Martedì calendario

ROMA – In un anno sono stati costretti a versare sei miliardi di euro. Questa è la cifra che i commercianti taglieggiati dal racket hanno fatto finire nelle casse della criminalità organizzata

ROMA – In un anno sono stati costretti a versare sei miliardi di euro. Questa è la cifra che i commercianti taglieggiati dal racket hanno fatto finire nelle casse della criminalità organizzata. Sono 160.000 le vittime, ben 132.000 vivono nelle quattro regioni (Sicilia, Campania, Calabria e Puglia) dove le cosche continuano a imperare. Addirittura il doppio della cifra, 12 miliardi di euro, è il giro di affari degli usurai. Contano sul versamento di 150.000 imprenditori che nella maggior parte dei casi finiscono «strozzati» da un tasso di interesse che si è ormai stabilizzato sul 10 per cento mensile. Una morsa che tra il 2004 e il 2006 ha provocato la chiusura di 165.000 attività commerciali e 50.000 alberghi.  impietosa e drammatica la fotografia dell’Italia sotto ricatto mafioso scattata dalla Confesercenti. Perché dimostra come i clan abbiano ormai raggiunto un fatturato di 90 miliardi di euro l’anno, pari al 7 per cento del prodotto interno lordo e siano così diventati la più redditizia industria del Paese. E perché fa emergere quegli accordi illeciti che anche le aziende più importanti sarebbero state costrette a sottoscrivere per ottenere gli appalti. Nel rapporto sono citate Condotte spa, Impregilo e Italcementi, che però con note ufficiali smentiscono qualsiasi rapporto: «Siamo estranei a questi fatti ».  severo il giudizio della Confesercenti nei confronti delle grandi imprese «che scendono a patti per "quieto vivere", quasi a sottoscrivere una polizza preventiva. La connivenza rende più forti rispetto alla concorrenza. Nel cantiere sotto controllo mafioso si lavora e basta, i diritti sindacali non esistono, le norme di sicurezza sono un’optional ». Pagano loro, ma pagano soprattutto i «piccoli». Per avere un banco in un mercato di Napoli, un ambulante versa alla camorra tra i 5 e i 10 euro al giorno. Nei costi di gestione di un negozio, il titolare mette in conto tra i 100 e i 200 euro al mese. Una cifra che a Palermo sale e oscilla tra i 200 e i 500 euro. Nel capoluogo siciliano l’apertura di un cantiere prevede uno stanziamento in favore dei clan di 10.000 euro, per un supermercato ce ne vogliono 5.000. I numeri che riguardano il sud fanno impressione, ma i «taglieggiati » sono ormai in tutta Italia. Nel Lazio pagano il «pizzo» 6.000 commercianti; 5.000 in Lombardia con una «pressione » più forte nelle zona sudovest di Milano, in Brianza e a Varese; 2.000 in Piemonte, Abruzzo, Emilia Romagna. «Il racket – denuncia la Confesercenti – vive e cresce nella dimensione della quotidianità, si impone come fatto abitudinario, entra nella cultura della gente e quindi nelle botteghe, nelle aziende, nei cantieri, negli studi professionali. " Accusì vi facemo travagghiari in pace", assicurano i criminali. La loro richiesta è diventata "soft", ma non per questo meno opprimente e generalizzata. Paradossalmente più forti sono i colpi inferti dalle forze dell’ordine, più pressanti diventano le esigenze di denaro da parte delle cosche che devono mantenere un numero più alto di carcerati». Chiede soldi la criminalità, ma riesce anche a condizionare i prezzi del mercato ortofrutticolo e di quello della carne, fino ad «opprimerlo». «Dalla fornitura della merce ai servizi di confezionamento – è scritto nella relazione – dalla trasformazione all’autotrasporto ai servizi di facchinaggio, non vi è un solo segmento dell’intera filiera che non subisca il controllo o la pressione della criminalità». Un peso che naturalmente grava anche sull’industria del turismo diventata «uno degli affari più lucrosi per i clan che investono in alberghi, residence e villaggi turistici».