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 2007  ottobre 18 Giovedì calendario

WASHINGTON

Gli armeni vincono e i curdi pagano. Una frase ad effetto di un commentatore per spiegare quello che accade. Gli armeni vincono - forse - perché il Congresso americano vorrebbe votare una mozione di condanna per il genocidio compiuto dai turchi. I curdi perdono perché vittime dell’ imminente offensiva di Ankara contro il Pkk. Destini incrociati di popoli perseguitati. Alle ferite del passato se ne sono aggiunte di nuove. Provocate dagli scontri regionali, esasperate dalle manovre degne del Grande Gioco, rese pericolose dalla tensione costante tra gli Usa e l’ asse Siria-Iran. In questa cornice il Partito dei lavoratori curdo (Pkk) è una pedina. Pronto ad allearsi con il Diavolo pur di rimanere in piedi davanti ad un nemico determinato quale è la Turchia. Lo dice la sua storia. Tra l’ 88 e il ’ 99, l’ esercito di Ankara ha lanciato non meno di 20 spedizioni punitive, alternate ad una repressione brutale. Dopo la caduta di Saddam, i turchi hanno reso la loro presenza più stabile, mantenendo una brigata a cavallo della frontiera e finanziando formazioni amiche. Eppure il Pkk ha resistito. Malgrado abbia perso il sostegno di Siria e Iran, che finché conveniva hanno fatto da ombrello agli insorti. Il capo assoluto, Abdullah Apo Ocalan viveva tranquillo a Damasco e si spostava nella valle libanese della Bekaa per rilasciare interviste. Un trucco bizantino per non imbarazzare i siriani, ma che era noto a tutti. Poi sotto la minaccia di una pesante punizione militare e di un taglio alle forniture idriche da parte di Ankara, i siriani alla fine lo hanno cacciato innescando il processo che lo ha portato in una galera turca dove sconta l’ ergastolo. La cattura di Apo ha segnato il declino ma non la fine del movimento nato nel 1974 e poi trasformatosi in formazione armata nel 1978. Una ribellione, spezzata da un cessate il fuoco dopo l’ arresto di Ocalan, che è costata la vita a oltre 30 mila persone. Numeri che indicano la risolutezza dei contendenti. Il Pkk è infatti riuscito a difendere comunque una enclave - complici le organizzazioni locali - nel Kurdistan iracheno. Partendo da una serie di piccoli campi - con strutture volanti - o dalle basi sapientemente nascoste sui monti Qandil (al confine con l’ Iran) i ribelli hanno colpito in modo duro i turchi. Imboscate ai guardiani di villaggio - gli jash -, attacchi alle vie di comunicazione e bombe nelle città. Il Pkk, anche se nato come formazione marxista, ha adottato le tecniche mediorientali. In particolare ha arruolato donne e uomini per azioni kamikaze riuscendo ad arruolare un gran numero di donne. Ankara ha voluto battere sul tempo il Partito. Un rapporto dell’ intelligence turca, intitolato «Pkk 2008» e presentato al premier Erdogan, ha evidenziato: 1) I ribelli, compresi tra i 2000 e i 3000 uomini, sono pronti ad attacchi spettacolari. 2) Il Kurdistan iracheno è diventato «il letto caldo» dei separatisti svolgendo lo stesso ruolo che aveva la Bekaa negli anni ’ 80. 3) I siriani hanno impedito qualsiasi attività del gruppo. 4) I cassieri del partito sono impegnati nel ricostruire la catena finanziaria alimentata da raccolta di fondi, estorsioni e traffici (passaporti, clandestini). Un’ attività concentrata in Belgio, Svezia, Germania, Francia. I turchi hanno poi lavorato nell’ ombra. Cercando di esasperare le divisioni interne al Pkk esplose dopo la caduta di Apo e cresciute negli ultimi anni. Decine di peshmerga hanno abbandonato la lotta, altri si sono consegnati alle autorità. Tensioni interne testimoniate da un episodio. Un kamikaze si è fatto saltare durante una riunione sui monti Qandil uccidendo Riza Altun, uno dei membri fondatori. Per quanto ridimensionato il Pkk è rimasto una realtà con cui fare i conti. La sua presenza rammenta al mondo che in Turchia i curdi sono un popolo oppresso. I suoi colpi di mano aggiungono instabilità in un quadrante delicato e mettono a rischio il Kurdistan iracheno, l’ unica parte di Iraq relativamente «tranquilla». La Casa Bianca vorrebbe dare un mano alla Turchia, se non altro perché la logistica che sostiene l’ esercito Usa in Iraq passa da questa parte. Ma deve agire con cautela e c’ è di mezzo il massacro degli armeni. I curdi iracheni non vogliono vedere i loro fratelli massacrati e, al tempo stesso, intendono rassicurare quanti - Siria, Turchia, Iran - temono che nasca un’ entità curda indipendente. Paure mescolate a interessi che confermano il detto: «I curdi non hanno amici ma solo montagne». * * * In lotta TURCHIA Almeno 12 milioni di curdi vivono nell’ Est della Turchia, dove combattono dal 1920 per il riconoscimento del diritto all’ autodeterminazione. La lotta si è intensificata nei primi anni Settanta, con la formazione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk, nella foto una manifestazione di protesta curda) IRAQ Sono circa quattro milioni i curdi iracheni, due i partiti principali: il Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e l’ Unione patriottica del Kurdistan (Puk) * * * 2000 RIBELLI DEL PKK Secondo l’ intelligence turca, gli uomini del Pkk, pronti a effettuare «attacchi spettacolari» contro il governo di Ankara, sarebbero tra i 2 mila e i 3 mila. E si muoverebbero anche nel Kurdistan iracheno * * *

Olimpio Guido