Domenico De Masi, Corriere della Sera 20/10/2007, 20 ottobre 2007
Dopo due secoli e mezzo di Illuminismo, con tutto il fanatico entusiasmo che ne è derivato nei confronti della razionalità, ancora andiamo avanti con i pregiudizi
Dopo due secoli e mezzo di Illuminismo, con tutto il fanatico entusiasmo che ne è derivato nei confronti della razionalità, ancora andiamo avanti con i pregiudizi. Insieme al mito del «buon villaggio», contrapposto alla metropoli tentacolare, resiste e si rafforza il mito della città che ancora pochi anni fa era bella e pacifica mentre oggi sarebbe lercia e violenta. Per secoli la città è stato il luogo sicuro e ordinato, regolato dalle norme garantite dal signore o dal vescovo, murata per difendere i cittadini dai barbari. L’avvento della società industriale ha sconvolto questa città antica sia nelle sue dimensioni che nelle sue funzioni e nella sua estetica. «Le cifre – ha scritto Le Corbusier – dimostrano che la grande città è un fenomeno di data recente. Dal 1780 al 1910, in cent’anni, Parigi è passata da 600.000 a 3.000.000 di abitanti; Londra da 800.000 a 7.000.000; Berlino da 180.000 a 3.500.000; New York da 60.000 a 5.500.000». Questo urbanesimo forzato riempì le città di fabbriche e di nebbia, costrinse alla rapida costruzione di nuovi quartieri, ingolfò strade e piazze con automobili e tram, ignorò le proporzioni che il Rinascimento aveva indicato come auree tra spazio e costruzioni, tra uomini e abitazioni, tra pratica ed estetica. Nacque però il mito della città dinamica e vitale, contrapposta alla campagna pigra e superata. Lo stesso Le Corbusier, nel 1924 enfaticamente scrive: «Dalle grandi città, cellule e focolai del mondo, vengono la pace e la guerra, la ricchezza o la miseria, la gloria, il trionfo dello spirito e della bellezza. La grande città rispecchia la potenza dell’uomo... La grande città detta legge, in pace e in guerra, in materia di lavoro. Le grandi città sono le fabbriche ideali dove si elabora l’operare del mondo intero. Le soluzioni raggiunte nelle grandi città si diffondono nelle province: questioni di mode, di stile, di tecnica, movimenti di idee». Il mito della città bella, forte, produttiva, benché imbruttita dalle fabbriche e deformata dall’espansione incontrollata, si è stampata come imprinting nella nostra memoria collettiva e riemerge ogni volta che si compara la situazione attuale a quella di qualche decennio fa. Eppure, basta guardare le foto del Touring e di Alinari o basta rivedere film come Ladri di biciclette per constatare che la Roma di cinquant’anni fa aveva meno automobili, ma parcheggiate senza alcun criterio, aveva piazze meno affollate, ma disselciate e piene di immondizia, non aveva isole pedonali né sensi unici. Stessa cosa se si rivede Miracolo a Milano o l’Oro di Napoli. Intorno alla metà del Cinquecento pare che a Parigi circolassero soltanto due vetture: quella della regina e quella della principessa Diana de Poitiers. Poi, via via, l’uomo, che è uno degli animali più lenti del creato, ma che ha sempre sognato la conquista della velocità, si è ricacciato nella lentezza a causa di una gestione irrazionale dei mezzi e dello spazio urbano. Ma la metropoli funzionale di Le Corbusier e la post-moderna Las Vegas non sono che due tappe intermedie nel cammino secolare che intercorre tra la città murata e la nuovissima megalopoli in cui i cittadini interagiscono virtualmente, l’economia trasforma l’ozio in lavoro e il consumo in produzione. L’effetto complessivo è che le nostre città sono molto più belle, protette e amate di mezzo secolo fa: nessuno oggi potrebbe addossare un nuovo edificio a una chiesa antica; nessuno potrebbe costruire impunemente un paio di piani sopra il cornicione di un palazzo dell’Ottocento; i manifesti che tappezzano i muri sono graficamente più curati; le insegne luminose rivelano un senso estetico più scaltrito; l’arredo urbano ha maggiori pretese e spesso viene affidato a designer di alta qualità. Gli archistar – da Piano a Fuksas, da Gregotti a Portoghesi – stanno imponendo un nuovo Rinascimento a tutti i nostri centri urbani. Accanto a nuove costruzioni, architettonicamente mirabili, vecchi edifici vengono restaurati; fabbriche dismesse vengono trasformate in atelier, università, centri culturali e auditorium; le piazze più belle vengono preservate dal traffico e trasformate in isole pedonali, accoglienti e godibili. Con ciò non intendo dire che i centri attuali siano più belli di quelli del Cinquecento. Quando Brunelleschi ha creato la cupola del Duomo, Firenze aveva 19.000 abitanti, cresceva lentamente e, quindi, era molto più facile sia costruirla armoniosamente che conservarla scrupolosamente. Ma, se si considera la complessità organizzativa e il gigantismo delle megalopoli attuali, si comprende che, tutto sommato, le battaglie ambientaliste e la scolarizzazione diffusa hanno sensibilizzato cittadini e amministratori all’amore e alla valorizzazione delle proprie città che, negli ultimi duecento anni, non sono mai state belle come lo sono ora.