Luigi Offeddu, Corriere della Sera 20/10/2007, 20 ottobre 2007
DUE ARTICOLI
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
LISBONA – I 27 sono di nuovo insieme, riparte l’Europa, si brinda sulle rive del Tago. Ma tre di quei 27 Paesi sono più insieme – per così dire – di tutti gli altri: hanno la voce forte, fanno capire di essere sempre loro, grandi e influenti come cent’anni fa; e qui non c’entrano la parità o la disparità dei seggi in Parlamento. Germania, Francia, e Gran Bretagna tuonano in coro, nero su bianco: esigono regole forti, più sicurezza e più trasparenza contro le tempeste finanziarie internazionali, più informazioni sui titoli a rischio offerti ai risparmiatori; e assicurano che quella maggiore trasparenza potrà venire da «soluzioni di mercato».
Parlano di finanza, rimandano un po’ vagamente al Consiglio di primavera nel 2008, ma se parlassero d’altro sarebbe forse lo stesso: è lo schieramento a 3 e non a 27, il vero messaggio.
Già lo era stato 4 mesi fa, al Consiglio di giugno, quando il trio aveva parlato per «ammorbidire » la Polonia. Ma ancor di più adesso, in questo giorno e in questo luogo, quello che rintocca è un messaggio politico, più che economico. Come le firme allineate sotto la dichiarazione congiunta: cancelliere Angela Merkel, presidente Nicolas Sarkozy, primo ministro Gordon Brown. Berlino, Parigi, Londra.
« una dichiarazione importante », esclama più tardi Brown, in una saletta del Centro stampa. «Non ho idea di che cosa sia questa dichiarazione, e a che cosa miri», sospira nello stesso istante Romano Prodi, premier italiano, nella saletta accanto: non c’è Roma, con Berlino, Parigi e Londra. Più tardi, D’Alema dirà: « velleitaria l’idea di governare l’Europa con un direttorio a tre».
«Da oggi, basta con le modifiche istituzionali nell’Unione Europea – ruggisce ancora Brown, a pochi metri da Prodi ”. L’Europa avrà nuove priorità: globalizzazione, sicurezza internazionale, i cambiamenti del clima. Ma non si discuterà più di modifiche istituzionali, per molti e molti anni, almeno fino al 2017: non lo tollereremo». Ma no, sospira Prodi dalla saletta accanto, «nessuno può dire che per 10 anni non ci occuperemo più di cambiamenti istituzionali». Chiedono a Brown: «State dicendo basta all’integrazione europea? ». «Non appoggerò più alcun’altra modifica istituzionale » ribadisce cocciuto, a muso sempre più duro.
Poco più tardi, torneranno gli abbracci e i brindisi sull’ Europa ritrovata. E probabilmente, accade qui oggi quel che è già accaduto in altre occasioni comunitarie: siglate le intese generali, dalla risacca della concordia riemergono gli scogli piccoli o grandi dell’euroscetticismo; e i leader si ricordano degli interessi di casa, parlano ai propri elettori. E’ fisicamente a Lisbona, ma pensa certo a Londra, il Brown che ora giura: «Qui abbiamo difeso gli interessi nazionali britannici, sfido chiunque a provare il contrario: sarà la Gran Bretagna a decidere sulle sue questioni vitali ». E pensa alle staffilate beccate oggi dal Sun, oltre 3 milioni di copie, il giornale di Rupert Murdoch già sostenitore di Tony Blair: «Brindando con gli altri leader europei, il premier ha trasformato quel sontuoso banchetto in una squallida Ultima Cena (l’Ultima Cena) per la Gran Bretagna intesa come stato sovrano e indipendente». Brown pensa ancora al nemico conservatore David Cameron, ai connazionali che minacciano un referendum sull’Europa. E forse sempre per questo, ripete: «Non entreremo nell’Euro ». Ma, al di là delle sottigliezze politiche, tutto questo fa ugualmente impressione: come lo fa il vedere nuovi arrivati ancor più riottosi, per esempio i polacchi, schierati accanto agli inglesi nella trincea dell’euroscetticismo tradizionale. Stasera si brinda sulle rive del Tago, ma forse non sarà uno spumante di facile digestione.
Romano Prodi, escluso dall’iniziativa di Parigi, Londra e Berlino per una maggiore trasparenza dei mercati: «Non ho idea – ha detto – di che cosa sia questa lettera»
CORRIERE DELLA SERA, FRANCO VENTURINI
R omano Prodi stava ancora spiegando come l’Italia avesse ben difeso il suo status in sede europea, quando l’insidia scacciata dalla porta è rientrata dalla finestra: Germania, Francia e Gran Bretagna hanno suggellato il vertice di Lisbona con un documento a tre sulle perturbazioni dei mercati finanziari, e così l’ombra del «direttorio » è tornata ad allungarsi sulle nostre ambizioni.
Non sorprende più di tanto che le tre maggiori economie della Ue prendano atto delle recenti difficoltà sollecitando una presa di posizione dell’Ecofin sulla trasparenza dei mercati e sulla gestione dei rischi finanziari. Si può anche essere lieti che su questa materia francesi e tedeschi abbiano imbarcato i britannici, solitamente restii a coordinarsi con altri. Ma il significato politico dell’iniziativa, di cui Prodi si è sinceramente dichiarato all’oscuro quando il vertice era già finito, non si presta a troppi dubbi: non sono le preoccupazioni economico-finanziarie ad aver suggerito la dichiarazione (che in tal caso avrebbe potuto essere sottoscritta da tutti), bensì la volontà di «fare qualcosa a tre», tracciando come altre volte una linea di confine tra chi nell’Europa di oggi è Grande, chi lo è di meno, e chi non lo è.
Le voglie di «direttorio », nell’Unione Europea, sono antiche quanto le debolezze che non garantiscono più all’Italia il tranquillo possesso di una poltrona in prima fila. A ciò si dovrebbe avere il coraggio di riflettere, ogni volta che i soliti Tre ci regalano uno sgradevole assaggio di serie B. Ma nel caso del vertice di Lisbona l’esercizio è risultato particolarmente crudele (anche se la Merkel, Sarkozy e Brown non hanno di sicuro pensato a questo aspetto) perché la delegazione italiana guidata da Prodi e da D’Alema era giunta in Portogallo decisa proprio a recuperare un rango di prestigio che pareva compromesso.
La battaglia dei seggi al Parlamento europeo minacciava di farci perdere la parità con Francia e Gran Bretagna (la Germania era comunque avanti). Non era questione di avere più o meno eurodeputati, bensì di mettere rimedio a una iniziale «distrazione» che modificava al ribasso il nostro biglietto da visita.
E ciò appariva giustamente inaccettabile in una Europa che ha finalmente chiuso (senza gloria) il suo cantiere istituzionale, che marcia verso le cooperazioni rafforzate e le geometrie variabili, e che nel 2009 verificherà il peso relativo di ogni singolo socio con le supernomine del presidente del Consiglio, del presidente della Commissione, del presidente del Parlamento e del nuovo Alto Rappresentante per la politica estera.
La soluzione trovata (parità con Londra ma non con Parigi, criterio diverso che dovrebbe favorirci dal 2014) è un compromesso realisticamente più che accettabile. «Siamo partiti in salita ma ho fatto valere i miei tanti anni di lavoro a Bruxelles », ha commentato un Prodi compiaciuto. Poi, in contropiede, è arrivata la sorpresa franco- tedesca-britannica. E la soddisfazione si è fatta amara. Non è il caso di fasciarsi la testa con la retorica rovesciata propria degli esclusi. L’Europa continuerà per molto tempo ad offrirci occasioni e delusioni, ma per cogliere le prime e limitare le seconde sarebbe vano contare su «ranghi» tradizionali che non esistono più.
Dobbiamo, piuttosto, capire che nella nuova Unione i posti al sole bisogna conquistarseli a colpi di iniziativa, di credibilità e di stabilità. E che queste caratteristiche oggi non le abbiamo, in attesa delle sempre auspicate e mai realizzate riforme.
Quel documento comune di Germania, Francia e Gran Bretagna I posti al sole vanno conquistati a colpi di credibilità