Vari, 19 ottobre 2007
TREDICESIMO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW)
IL FOGLIO 19/10/2007
Henry Paulson, dopo avere escogitato una soluzione conforme al mercato per i Siv (Special Investment Vehicles) delle grandi banche in crisi di liquidità, consistente nel Fondo privato di 75 miliardi che ne comprerà i titoli e si finanzierà a breve con la garanzia delle banche madri, senza che queste debbano disporre di parametri patrimoniali aggiuntivi, ora si preoccupa di un altro aspetto della crisi: le insolvenze di proprietari che hanno contratto i mutui. In caso di carenza di mezzi per pagare le rate dei mutui, ci saranno famiglie assoggettate al sequestro degli immobili. Accanto al problema economico e sociale che così si può determinare per le famiglie coinvolte – destinate a crescere – ci sarebbe anche una caduta dei corsi degli immobili, dovuta alla loro vendita massiccia da parte delle banche. Peraltro esse si rifarebbero solo parzialmente data la probabile diminuzione dei valori delle case. Secondo Paulson, le banche dovrebbero convertire gli attuali mutui in altri a più lunga scadenza con rate, di conseguenza, minori. Avrebbero convenienza a farlo, perché hanno interesse a evitare che gli immobili, che costituiscono la loro garanzia, perdano di valore. Dovrebbero, pertanto, unirsi in pool con gli operatori che hanno comperato i loro debiti, imitando il fondo privato costituito come ombrello per le Siv. In tutti i casi di doppia o anche tripla cartolarizzazione dei debiti, il pool di banche può risolvere il problema della collaborazione fra operatori che hanno acceso i mutui e operatori che li hanno acquistati.
Paulson, con la competenza acquisita quando era ai vertici di Golsman Sachs, saprà trovare gli incentivi alla formazione di questi pool, mantenendo la sua linea per cui il Tesoro non deve impiegare denaro del contribuente per risolvere problemi del mercato. Tuttavia questo tipo di rimedi può incontrare alcune difficoltà logistiche. Ma il governo federale degli Stati Uniti ha una banca pubblica, la Home Depot, competente per il credito alla casa, che può effettuare i rifinanziamenti a lungo termine suggeriti da Paulson. Si tratta di fare in modo che abbia i mezzi adeguati all’ordine di grandezza del problema.
LA REPUBBLICA 19/10/2007
HUGO DIXON
I problemi che affliggono i mercati finanziari saranno al primo punto dell´ordine del giorno del prossimo vertice G7 a Washington. Sono due le cose che i ministri capitanati dallo statunitense Hank Paulson e le banche centrali dovrebbero fare per evitare il ripetersi della crisi. Così come sono due le tentazioni a cui non dovrebbero cedere. Riguardo alle prime, sarebbe bene ammettere che a innescare la bolla creditizia è stato l´allentamento monetario che ha caratterizzato gli ultimi anni, giacché senza la bolla non ci sarebbe stato alcun collasso. Chiedersi come questo particolare possa essere sfuggito alle banche centrali è più che lecito. La risposta sta nel fatto che, presi per mano dall´ex numero uno della Federal Reserve, Alan Greenspan, gli istituti centrali erano troppo intenti a controllare i prezzi al consumo, che però rappresentano solo uno degli aspetti dell´inflazione. chiaro quindi che, in futuro, le banche centrali dovranno controllare anche i prezzi degli asset. In secondo luogo, il G7 è chiamato ad approfondire anche le modalità con cui le banche vengono regolamentate. L´attuale sistema incoraggia le banche a fare affidamento sul prestito a breve scadenza e ad investire in attività illiquide a lungo termine, come i mutui. Un modus operandi che dà i suoi frutti, almeno fino a quando la liquidità sgorga nel circuito, giacché il denaro a breve termine è più a buon mercato rispetto a quello a lungo termine. Questo modo di procedere rende però l´intero sistema finanziario vulnerabile a una crisi di fiducia, come quella registrata lo scorso agosto. La soluzione sta quindi nel rielaborare le regole internazionali sui capitali bancari: più le banche fanno affidamento sui fondi a breve termine, maggiore sarà il cuscinetto finanziario di cui dovranno disporre.
Capitolo tentazioni. I membri del G7 dovrebbe resistere e non regolamentare gli hedge fund. Un´idea che piace a Francia e Germania. Va considerato il ruolo marginale rivestito dagli hedge fund nell´ambito della crisi creditizia, senza contare che un´eventuale regolamentazione delle loro attività si rivelerebbe con tutta probabilità un´azione inefficace oltre che tirannica. Meglio regolamentare come si deve le banche, anche perché evitando loro di avventurarsi in finanziamenti rischiosi si corre meno il rischio che esse offrano denaro facile a società-veicolo non regolamentate come i «conduit», che di danni ne hanno causati tanti nell´ambito della crisi. Mentre agli hedge fund dovrebbe essere consentito di autodisciplinarsi.
La seconda tentazione da cui il G7 deve guardarsi è la regolamentazione delle agenzie di rating. Dopo tutto, società del calibro di Moody´s e S&P´s avevano appioppato rating AAA ai mutui sub-prime statunitensi, il cui valore è poi crollato. Anzi, il G7 dovrebbe cercare di deregolamentare anziché regolamentare le agenzie. Il fatto che i loro rating abbiano tanta influenza sui mercati è dovuto alla semiufficialità ad essi attribuita secondo la legge statunitense e al modo in cui essi vengono recepiti nei regolamenti internazionali sui capitali bancari. Tolta la semiufficialità, le valutazioni di queste agenzie diventerebbero comuni opinioni alla stregua di quelle fornite da altri. Se Paulson e colleghi riusciranno a marciare in questa direzione renderanno il sistema finanziario mondiale molto più sicuro in futuro, senza peraltro pregiudicarne la vivacità.
e Edward Hadas
(Traduzione a cura di Mtc)
DAGOSPIA, 19/10
5 – DERIVATI E AVARIATI
Quando tornerà da Washington, Mario Draghi dovrà precipitarsi in Parlamento. La commissione finanze della Camera lo sta aspettando per dare spiegazioni sul tema dei derivati che le banche italiane hanno venduto ai clienti e agli enti locali. L’effetto Gabanelli (la conduttrice del programma "Report" di domenica scorsa), è stato devastante. Si calcola che Unicredit abbia perso dopo la trasmissione 5 miliardi di euro di capitalizzazione. Ma non è finita qui perchè il faro di "Report" ha acceso la lampadina di Paolo Del Mese, il risorto-deputato salernitano che presiede la Commissione finanze della Camera.
Paolo Del Mese (cugino di Emilio Del Mese, ex-responsabile del Sisde) ha un’aria tranquilla e fuma sigari da quando è nato. Molti lo ricordano nel 1992 quando Giulio Andreotti lo nominò sottosegretario alle Partecipazioni Statali. Dopo alcune disavventure giudiziarie è ritornato improvvisamente alla ribalta e ieri in modo perentorio ha chiesto a Draghi e a Lamberto Cardia di spiegare che cosa è veramente successo per i risparmiatori italiani.
CORRIERE DELLA SERA, 23/10/2007
GIACOMO FERRARI
MILANO – Le avvisaglie si erano già manifestate venerdì scorso, quando sul finale di seduta gli indici di Wall Street avevano subìto una forte accelerazione al ribasso. Era il ventennale del secondo crollo più pesante della storia, superiore in percentuale a quello del ’29. Ma non è certo soltanto il valore simbolico di questa infausta ricorrenza la causa del malessere che ha investito le Borse mondiali. Ieri la discesa è proseguita. Anche perché in mattinata dall’Asia sono arrivati nuovi segnali negativi, con Tokio in calo del 2,2%. Per fortuna a metà seduta l’allarme si è attenuato. Il listino americano ha aperto in calo sì, ma senza i picchi temuti. E, in seguito, i due indici principali, il Dow Jones e il Nasdaq, hanno virato al rialzo, grazie anche al balzo del titolo Apple in cont rotendenza (+1,88%) sulle attese di una buona trimestrale.
A risollevare il morale degli operatori ha contribuito inoltre la previsione di un nuovo taglio dei tassi d’interesse da parte della Fed nella riunione del prossimo 31 ottobre. L’Europa ha recepito solo in parte il miglioramento della Borsa Usa, riuscendo così a limitare i danni, con perdite di poco superiori al punto percentuale (-1,38% Parigi, -1,13% Francoforte, -1,05% Londra). Quanto a Piazza Affari, S&P-Mib e Mibtel hanno subìto flessioni di dimensioni quasi identiche (-1,62% e -1,63% rispettivamente).
Una giornata difficile, dunque, non un crollo, come in un primo momento si era temuto. Ma i timori non sono affatto superati. L’economia Usa è in frenata e le tensioni politiche nelle aree «calde», a cominciare dalla Turchia, inducono al pessimismo. Preoccupazioni di cui si sono fatti carico i ministri dell’economia e i governatori riuniti nel fine settimana all’assemblea del Fondo Monetario. A margine del summit, il direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni è tornato a parlare della crisi dei mutui subprime, alla quale viene fatta risalire la responsabilità delle turbolenze borsistiche da agosto a oggi.
Ricordato che sul sistema bancario italiano la bufera ha avuto un «impatto limitato», Saccomanni ha invitato a «non demonizzare» gli strumenti finanziari più sofisticati, come derivati e prodotti strutturati. L’innovazione finanziaria, ha detto, «nulla ha a che fare con la situazione attuale, che invece si ricollega a un problema di valutazione del rischio». Infine, citando le parole dell’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, ha concluso affermando che l’innovazione in finanza porta inevitabilmente a una fase di «distruzione creativa ». I subprime, per esempio, sono già scomparsi dal mercato.
DAGOSPIA, 24/10/2007
9 - MERRILL LYNCH IN ROSSO DI 2,3 MLD DLR PER SVALUTAZIONI…
(Agi/Reuters) - Il colosso finanziario Usa Merrill Lynch annuncia che nel terzo trimestre effettuera’ svalutazioni per 7,9 miliardi dollari, una cifra nettamente superiore ai 5 miliardi di dollari inizialmente stimati. La conferma arriva dopo le anticipazioni del New York Times e del Wall Street Journal. Le svalutazioni sono legate alle perdite subite nei mutui subprime, negli asset-backed securities e nei prestiti al leverage e costringono Merrill Lynch a denunciare il suo primo bilancio in rosso da sei anni a questa parte. Le perdite nel terzo trimestre ammontano a 2,3 miliardi di dollari (2,85 dollari ad azione), contro gli utili di 2,2 miliardi di dollari di una anno fa. Sulla scia di questa notizia il titolo di Merrill Lynch perde il 4% nel prelistino di Wall Street.
10 - MERRILL LYNCH: POSSIBILI ULTERIORI SCOMPIGLI SU MERCATO CREDITO…
(Agi/Reuters) - Merrill Lynch ritiene possibili ulteriori scompigli nel mercato del credito. Lo ha detto il numero uno della societa’ Stan O’Neal precisando che le svalutazioni cui il colosso finanziario e’ stato costretto (7,9 miliardi dollari, una cifra nettamente superiore ai 5 miliardi di dollari inizialmente stimati) sono frutto di errori di valutazione nella gestione del rischio.
LA REPUBBLICA, 25/10/2007
ARTURO ZAMPAGLIONE
NEW YORK - Un altro brusco cedimento del mercato immobiliare americano e le maxi-perdite della Merrill Lynch (2,24 miliardi di dollari nel trimestre, dopo 7,9 miliardi di svalutazioni) legate ai mutui subprime, hanno portato ieri a flessioni significative in Borsa. A un´ora dalla chiusura il Dow Jones perdeva oltre l´1%, il Nasdaq quasi il 3%: tra le più colpite, le società assicurative, anche per effetto della "palla di fuoco" californiana che ha già distrutto 1300 case e determinerà la richiesta di miliardi di dollari di risarcimenti. Il Nasdaq ha risentito del crollo della Amazon, l´immensa libreria on-line di Jeff Bezos che ha perso quasi il 15 per cento a causa di risultati meno brillanti delle aspettative degli analisti.
Dietro a questo malessere finanziario c´è ancora e soprattutto la crisi del mattone. Nel mese di settembre, secondo i dati pubblicati ieri dalla National association of realtors, l´organizzazione degli agenti immobiliari, le vendite di appartamenti e villini già esistenti (cioè non di nuova costruzione) hanno avuto uno scivolone dell´8 per cento, il doppio delle previsioni, toccando il livello più basso degli ultimi otto anni. La ragione? La difficoltà di trovare mutui per finanziare gli acquisti e il pessimismo sulle prospettive a medio termine. Al tempo stesso i prezzi mediani delle case sono scesi del 4,2 per cento rispetto al settembre del 2006 (211mila dollari rispetto a 224mila). E in attesa che il governo rilasci giovedì le cifre di settembre sulle case di nuova costruzione (gli economisti si aspettano un -4,7 per cento), aumenta la quantità di immobili in cerca di acquirente: quelle sul mercato saranno smaltite, al ritmo attuale degli scambi, non prima di 10 mesi e mezzo. Queste cifre non solo confermano che la crisi non si è arginata, ma arrivano a una settimana dalla riunione della Federal Reserve sui tassi di interesse. Gli analisti ritengono che il presidente Ben Bernanke e i suoi colleghi siano pronti a ridurre ulteriormente il costo del denaro. Ma di quanto? Fino a qualche giorno fa si dava per certa una riduzione di un quarto di punto, dopo quella di mezzo punto varata a settembre. Ma ora, di fronte a questa persistenza del malessere immobiliare, ci si chiede se 25 punti base in meno nel tasso saranno sufficienti a evitare un ulteriore tracollo.
Ed è proprio questo il dilemma in cui si dibattono membri del Fomc, il comitato del credito della Fed: optando la settimana prossima per un quarto di punto, rischiano di deludere i mercati azionari e provocare un vero e proprio crollo a Wall Street; d´altra parte mezzo punto in meno può essere visto come il segnale di allarme di una recessione imminente e portare, tra l´altro, a una vampata inflazionistica e a un tracollo del dollaro. Le cifre fornite ieri dalla Merrill Lynch, il gigante di Wall Street che è il maggiore sottoscrittore di Cdo, cioè delle obbligazioni garantite da altri strumenti, a cominciare dai mutui, dimostrano la profondità e persistenza dei problemi del credito. La società finanziaria guidata di Stanley O´Neal ha annunciato svalutazioni per 7,9 miliardi di dollari nel business del reddito fisso: molto di più dei 5 miliardi di cui aveva parlato all´inizio del mese. L´annuncio della Merrill Lynch ha fatto ipotizzare un avvicendamento del chief executive dallo stipendio d´oro: l´anno scorso, compreso il bonus, aveva guadagnato 51 milioni di dollari.
CORRIERE DELLA SERA, 27/10/2007
GIANCARLO RADICE
MILANO – Salvare Merrill Lynch. E salvare se stesso. Per Stanley O’Neal, presidente e amministratore delegato della banca d’affari newyorkese, sembra cominciata una corsa contro il tempo. Nelle scorse settimane ha ripreso i contatti con Wachovia, gruppo bancario con base a Charlottesville, nella prospettiva di un avvicinamento che potrebbe portare alla fusione fra i due istituti. E contemporaneamente sta valutando la possibilità di cedere la partecipazione, pari al 20%, nel capitale dell’agenzia d’informazione finanziaria Bloomberg. A rivelarlo, citando fonti di mercato, è il
New York Times, dando il via a una corsa agli acquisti che ieri ha portato il titolo Merrill Lynch a un rialzo vicino al 7% Alla base di tanto movimento c’è la difficile situazione finanziaria del gruppo, molto esposto sulle obbligazioni collaterali garantite da titoli immobiliari, in particolare i subprime.
Due giorni fa Merrill Lynch ha infatti reso noto i dati del terzo trimestre 2007, che si è chiuso in rosso per 2,31 miliardi di dollari, la maggiore perdita nei suoi 93 anni di storia, dovuta alla svalutazione per 8,4 miliardi di dollari di titoli collaterali ai prestiti immobiliari per 8,4 miliardi di dollari. Un’operazione che ha accentuato le pressioni degli azionisti e degli investitori perché O’Neal si faccia da parte.
Le avances verso Wachovia, condotte dal presidente senza informarne preventivamente il
board, vanno dunque inserite in questo scenario. E che Merrill Lynch possa diventare bersaglio di un takeover da parte dell’istituto della Virginia sembrano pensarlo anche alcuni analisti molto ascoltati. Come, per esempio, Mike Mayo, di Deutsche Bank, che è arrivato anche a indicare un prezzo compreso fra i 100 e i 120 dollari per azione. Altri analisti appaiono invece più propensi a liquidare la questione come semplici speculazioni di mercato. Tantopiù che Merrill Lynch, nonostante che il titolo sia ancora del 30% sotto rispetto a inizio anno, ha una capitalizzazione di oltre 52 miliardi di dollari. E secondo Richard Bove, un analista di Punk Ziegel interpellato dall’agenzia Ap, si stima che per mandare in porto un takeover
sarebbero necessari quasi 100 miliardi di dollari. «Wachovia non potrebbe acquistare Merrill Lynch senza distruggere completamente se stessa» taglia corto Bove.
Sia i vertici della banca di Charlottesville sia di quella newyorkese hanno per ora opposto un «no comment» alle ipotesi di una loro aggregazione. O’Neal avrebbe spiegato i contatti come un modo per offrire agli azionisti di Merrill Lynch «il maggior numero di opzioni possibili su cui basare le loro scelte ».
Ma per il presidente il tempo a disposizione sembra vicino alla scadenza. A Wall Street si dà ormai per certa la sua uscita. E circolano già i nomi dei possibili successori. Due soprattutto: Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e John Thain, l’amministratore delegato della società che gestisce la borsa newyorkese, il New York Stock Exchange Euronext.
LA STAMPA, 30/10/2007
FRANCESCO SEMPRINI
Anche un record può chiudere bruscamente una carriera a Wall Street, soprattutto se è un record negativo. Stanley O’Neal, amministratore delegato di Merrill Lynch, lo ha imparato a sue spese rassegnando le dimissioni dopo che la terza banca d’investimento americana ha denunciato tra luglio e settembre la perdita trimestrale più alta in 93 anni di vita. O’Neal è un’altra vittima eccellente della crisi dei mutui ad alto rischio e del conseguente deterioramento del mercato del credito: la perdita di 2,24 miliardi di dollari registrata è da ricondurre infatti ai 7,9 miliardi di dollari di svalutazioni su attività legate ai mutui «subprime». A queste si aggiungono svalutazioni per 463 milioni di dollari legate a obbligazioni invendute al servizio di operazioni di leveraged buyout. I conti in rosso del terzo trimestre hanno spinto gli undici membri del consiglio di amministrazione, nove dei quali nominati su indicazione dello stesso O’Neal, a raccomandare le dimissioni del top manager.
Per la banca - che in quasi un secolo di storia ha basato il suo prestigio tessendo rapporti di grande lealtà e stima con dipendenti e manager, tanto da guadagnare l’appellativo di «Mamma Merrill» - l’allontanamento forzato dell’amministratore delegato rappresenta uno strappo rispetto alla tradizione interna. Nonostante la sua gestione brillante che ha permesso al titolo della banca di guadagnare in cinque anni il 52% in termini di valore, le dimissioni di O’Neal sono state tuttavia una scelta quasi obbligata anche se sofferta. «Merrill rischiava di diventare una tana di serpenti dilaniata dalle lotte intestine - spiega Richard Bove, analista di Punk Ziegel - con le dimissioni di O’Neil si è evitato che accadesse».
Con la partenza dell’amministratore delegato la società chiude uno dei capitoli più delicati della sua storia, quello successivo allo scoppio della bolla speculativa di inizi decennio. Fu proprio l’abilità di O’Neal a traghettare Merrill oltre le acque degli scandali finanziari che inquinarono il mondo imprenditoriale e bancario americano degli anni Novanta.
Discendente di uno schiavo deportato dall’Africa nel Diciottesimo secolo, Stanley nasce nell’ottobre del 1951 a Roanoke, in Alabama. Si trasferisce a 11 anni a Doraville non lontano da Atlanta, dopo che il padre viene assunto in una catena di montaggio di General Motors. Lo raggiungerà dopo il diploma liceale, ma da subito capisce che il mestiere di operaio gli va stretto e grazie a una borsa di studio di Gm frequenta il college continuando a lavorare metà giornata. Dopo la laurea alla Kettering University ottiene il Master in business administration ad Harvard sempre grazie agli incentivi allo studio offerti dal colosso di Detroit di una cui controllata, la Hughes Electronics and Data System, diventa presto responsabile. Lì sviluppa la passione per la finanza e gli investimenti, grazie alla quale approda come manager in Merrill Lynch a soli 35 anni.
La sua carriera nella banca d’affari è un’inarrestabile scalata verso i piani alti, così nel 1997 entra nelle grazie del nuovo amministratore delegato David Komansky che lo mette a capo delle principali divisioni, sino al 2002 quando lo vuole come successore.
Il dopo O’Neal è ancora incerto per Merrill Lynch, la rosa dei candidati è piuttosto ampia ma Daniel Tully, ex a.d. negli anni Novanta e attuale azionista della banca non esclude una gestione provvisoria che permetta alla società di guadagnare tempo «non solo per individuare le persona giusta ma per dimostrare che Mamma Merrill gode ancora di buona salute».
CORRIERE DELLA SERA, 1/11/2007
GIANCARLO RADICE
MILANO – Ubs conferma il primo bilancio trimestrale in rosso degli ultimi cinque anni e avverte che le sue attività nel reddito fisso «sono esposte a un ulteriore deterioramento del mercato immobiliare Usa». E’ un momento nero per il gigante bancario elvetico, colpito come nessun altro grande istituto europeo dalla crisi dei mutui subprime.
Ieri il gruppo di Zurigo, considerato in genere molto prudente negli investimenti, ha reso noto di aver chiuso il terzo trimestre 2007 in passivo di 830 milioni di franchi, poco meno di 500 milioni di euro, a causa di 3,68 miliardi di franchi di perdite della sua divisione specializzata in titoli collaterali legati ai crediti ipotecari sul mercato americano. Un «buco nero» che ha cancellato di colpo i buoni risultati registrati negli altri settori. Lo stesso Marcel Rohner, amministratore delegato da appena 4 mesi, ha ammesso tutta la sua delusione. Ha però assicurato che «i conti torneranno in utile nel quarto trimestre dell’anno». Ma quanto a cosa accadrà più avanti, non ha potuto escludere, appunto, un «deterioramento della situazione ». La stessa sensazione sembra piuttosto diffusa sul mercato. Molti analisti si aspettano altre cattive notizie a breve: «Non credo che i conti siano stati completamente ripuliti - ha dichiarato al
New York Times Christopher Wheeler, economista della Bear Stearns a Londra - . Penso anzi che Ubs avrà un brutto colpo anche nel quarto trimestre». Dal canto suo Rohner, interpellato durante la conference call di ieri, non ha voluto specificare se ci saranno altre svalutazioni sulle attività legate ai prestiti immobiliari americani. «Il campo delle possibilità si sta ampliando», si è limitato a dire. Ufficialmente Ubs ammette di avere investito il corrispondente di 16,8 miliardi di dollari in titoli collaterali ai prestiti ipotecari, e altri 20,2 miliardi di dollari nelle obbligazioni «supersenior », che vengono ripagate prima di altri titoli in caso di default. «Larga parte dei profitti attesi per il quarto trimestre verranno spazzati via da svalutazioni comprese fra 1,5 e 2 miliardi di dollari», prevede Wheeler. Nel complesso, comunque, la maggior parte degli analisti è concorde nel sostenere che Ubs si è mossa con maggiore incisività, rispetto a istituti americani come Merrill Lynch, nell’affrontare il problema dei mutui.
CORRIERE DELLA SERA, 2/11/2007
GIACOMO FERRARI
MILANO – L’effetto Fed è durato lo spazio di 24 ore. Wall Street, che mercoledì aveva reagito con un deciso rialzo alla decisione della Banca centrale Usa di tagliare il costo del denaro, ieri ha cambiato repentinamente rotta. Non è stata tanto la modesta entità della riduzione dei tassi (soltanto un quarto di punto, misura peraltro largamente attesa) a frenare gli entusiasmi, quanto le valutazioni che hanno accompagnato questa decisione. Ben Bernanke, il presidente della Fed, ha infatti lasciato intendere che questo sarà l’ultimo ribasso. E il mercato, abituato a scontare eventi futuri anche molto lontani, non ha gradito. Nemmeno i dati statistici sulla crescita Usa – +3,9% su base annua nel terzo trimestre 2007 – sono bastati a mitigare la delusione degli operatori. Il Dow Jones ha così imboccato, nel corso della seduta di ieri, il tunnel del ribasso. Per chiudere poi con una flessione del 2,60%. Giù anche il Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici, che ha ceduto a sua volta il 2,25%. E a poco è valsa la decisione della Federal Reserve di immettere nel sistema nuova liquidità per 41 miliardi di dollari, in quella che appare, quanto a dimensioni, la manovra monetaria più consistente dopo l’11 settembre 2001.
Dagli Usa l’onda ribassista
si è rapidamente estesa all’Europa, dove gli arretramenti sono stati altrettanto significativi: i più elevati delle ultime otto settimane. A perdere di più sono state le Borse di Londra (-1,87%), Parigi (-2%), Francoforte (-1,73%) e Milano (-1,97% sull’indice S&P-Mib). Si stima che, in termini di capitalizzazione complessiva, siano andati in fumo almeno 137 miliardi di euro. Tanto in America quanto in Europa sono stati i titoli bancari a trascinare i listini al ribasso. A Wall Street la scintilla è partita da Citigroup (poi calata del 6,89%) sull’ipotesi di un nuovo aumento di capitale necessario per migliorare i coefficienti patrimoniali erosi dalla crisi dei mutui subprime. Nel Vecchio Continente, invece, la bufera ha coinvolto Crédit Suisse, che stima in 1,1 miliardi di franchi svizzeri la perdita legata all’attività sui prodotti strutturati (il titolo ha ceduto il 3,7%). Ma non è finita. Anche Piazza Affari ha avuto la sua maglia nera nel comparto bancario. Si tratta di Unicredito, la cui quotazione di riferimento ha subìto una flessione del 4,68%. La capitalizzazione dell’istituto guidato da Alessandro Profumo è scesa così agli stessi livelli di maggio, prima della fusione con Capitalia. Come dire che è stato azzerato l’intero valore della banca aggregata. E non a caso proprio Unicredito è uno dei pochi gruppi creditizi italiani coinvolti (sia pure marginalmente) nella bufera dei subprime e in quella dei derivati valutari.
Ma, se le banche hanno subito i danni maggiori, ieri Wall Street ha dovuto fare i conti con le frenate di alcuni titoli industriali, in particolare automobilistici. Ford, per esempio, le cui vendite di auto in ottobre sono crollate del 9,5%, ha ceduto il 4,17%. E Chrysler, alle prese con il problema del taglio di 12 mila posti di lavoro, è scesa del 2,59%.
CORRIERE DELLA SERA, 2/11/2007
M.MAR.
C’è chi perde il posto a causa di una donna (come il recente caso di Todd Thomson, responsabile delle gestioni di Citigroup, accusato di aver fatto favori e rivelazioni alla giornalista Maria Bartiromo) e chi per un torneo di Bridge. Warren Spector, 49 anni, era fino a quest’estate vicepresidente della banca d’investimento americana Bear Sterns. Con circa 37 milioni di dollari guadagnati nel 2006 tra salario e bonus, Spector era anche uno degli uomini più pagati e più stimati a Wall Street. Il suo punto di forza, i mutui subprime, sui quali aveva puntato decisamente e che, grazie al boom immobiliare avevano contribuito negli ultimi a far crescere gli utili della banca (2,1 miliardi di dollari di profitti nel bilancio 2006). Spector figura inoltre al 225˚ posto della classifica mondiale dei giocatori di bridge. Una passione, quella per le carte, che il manager condivideva con il suo principale, il ceo, James Cayne (611˚in classifica).
Ma, a quanto ha rivelato nei giorni scorsi l’agenzia Bloomberg, a metà luglio, quando la banca cominciava ad accusare gravi perdite nei mutui subprime, che la avrebbero portata a chiudere due fondi, contabilizzare un passivo di oltre un miliardo, perdere il 25% in Borsa e licenziare 350 persone, Spector non era nel suo ufficio. Per quasi due settimane il capo del settore mutui e reddito fisso si era infatti trattenuto a un importante torneo di bridge a Nashville, in Tennessee, avendo cura, per non perdere la concentrazione, di staccare il telefonini e non guardare l’e-mail. A suo ritorno, la lettera di licenziamento da Cayne, anche lui partecipante al torneo di Nashville, ma per solo due giorni .
Nel torneo Spector si è piazzato 95˚ posto tra 4.822 giocatori.
LA REPUBBLICA 2/11/2007
ETTORE LIVINI
ETTORE LIVINI
MILANO - L´onda lunga della crisi dei subprime ha già spazzato via 30 miliardi di dollari dai conti delle banche mondiali. Malgrado le rassicurazioni di Bush, le ciambelle di salvataggio del Tesoro Usa e i tagli ai tassi della Fed, infatti, gli americani che non riescono a pagare le rate dei mutui sono sempre di più. E i loro problemi finanziari, moltiplicati dalle alchimie dei derivati e trasferiti nei portafogli di banche e risparmiatori in tutto il mondo, sono diventati una valanga di proporzioni inattese.
«La crisi potrebbe costare 150-200 milioni di dollari», aveva buttato lì il Governatore della Fed Ben Bernanke nello scetticismo generale (tutti pensavano a cifre molto inferiori) a inizio settembre. Quella stima, invece, a giudicare dai primi conti del sistema creditizio, rischia di essere approssimata per difetto. Da qualche settimana a questa parte, infatti, il numero delle banche costrette a mettere a bilancio perdite miliardarie legati ai mutui a rischio sta crescendo vertiginosamente. E, come si temeva, lo tsunami non è rimasto confinato al mondo dorato della finanza Usa.
L´ultimo campanello d´allarme, ad esempio, è suonato a Zurigo, sede del Credit Suisse, a migliaia di miglia dall´epicentro della crisi. Nell´era della finanza globale, però, le distanze non contano. I traballanti mutui americani viaggiano per conto loro, nascosti dai maghi della finanza strutturata nel calderone di bond esotici e cartolarizzazioni miliardarie. Per poi esplodere – com´è successo ieri – in piena Svizzera, in una città dove a memoria d´uomo si fatica a ricordare una rata immobiliare in sofferenza. Il conto per la banca elvetica è stato altissimo: nel bilancio del terzo trimestre sono stati contabilizzati in perdita 1,9 miliardi di dollari. Una misura necessaria per far fronte «alle condizioni estreme dei mercati», come ha detto ieri senza andar troppo per il sottile il numero uno del gruppo Brady Dougan.
Il Credit Suisse è solo l´ultimo esempio di una catena di Sant´Antonio planetaria di perdite. Se la Fed riesce con accanimento terapeutico a tenere a galla i mercati, Bernanke & C. possono far ben poco per salvare i conti del credito. E in qualche caso le voragini aperte dai subprime sono da capogiro. L´Oscar del rosso spetta a Merrill Lynch, costretta a sobbarcarsi 8,4 miliardi di passivo, costati la poltrona al numero uno Stanley O´Neal, uscito di scena senza puntare troppo i piedi grazie a una buonuscita (malgrado tutto) di 161 milioni. Tra le banche d´affari – che pure continuano a essere macchine da soldi – piangono anche Morgan Stanley (1 miliardo) e Bear Stearns (0,4) mentre nel mondo del credito pagano un pedaggio salato Citigroup (3,5 miliardi) e Bank of America (3,5 pure lei).
Al di qua dell´Atlantico, Northern Rock a parte, la svizzera Ubs ha già contabilizzato una perdita di 4,4 miliardi («non basterà, rischia di arrivare a 8», ha detto ieri Merrill Lynch) mentre in Germania, dove il Governo ha salvato dal collasso SachsenLb e Ikb, la gloriosa Deutsche Bank ha perso sui mutui 3,1 miliardi.
Dove arriverà il conto finale del buco in banca? Per ora siamo a quota 30 miliardi. Ma – avvertono gli esperti – è solo all´inizio. Le autorità monetarie, anche in Italia, hanno abbandonato gli slogan ottimistici dei primi giorni e iniziano ad ammettere che qualche problema, anche se limitato, potrebbe spuntare. Il contagio subprime, del resto, ha già attraversato anche il Pacifico con la giapponese Nomura che ha bruciato 1,2 miliardi.
LA STAMPA, 2/11/2007
Ha vissuto le turbolenze finanziarie di Wall Street trincerandosi nelle 18 buche dei campi da golf, o rifugiandosi fra i tavoli da bridge dei club del jet set americano. Ha pilotato solo a distanza la sua banca d’investimento nei mari in burrasca della crisi dei mutui facili preferendo le partite di poker su Internet, e, nei momenti di maggiore tensione, trovando un po’ di pace in svaghi al limite della legalità. E’ James Cayne, amministratore delegato di Bear Stearns, finito sotto accusa per essere stato il grande assente nella cabina di regia di Wall Street durante il momento più difficile degli 84 anni di vita della quinta banca d’investimento americana.
Cayne, uno dei manager di Wall Street più pagati nel 2006 con 34 milioni di dollari intascati e una partecipazione nel capitale della società superiore al miliardo, è noto per stravaganza, ma mai prima d’ora era stata mossa una critica così severa alla sua gestione degli affari e che potrebbe costargli il posto.
L’imprevisto arriva all’inizio di giugno: l’avvio della fase più acuta della crisi coincide con l’inizio del rituale estivo del dirigente, spiega la ricostruzione compiuta dal Wall Street Journal. Cayne parte giovedì pomeriggio con l’elicottero alla volta dei campi da golf di Deal, in New Jersey (1.700 dollari per 17 minuti di volo), e alterna per tutto il fine settimana le 18 buche del «green» con partite di poker online, bridge e incontri con i nipoti nella villa al mare. E’ in quel periodo che una grande banca creditrice ritira le attività poste a garanzia di un prestito da 400 milioni di dollari: sono le prime avvisaglie di cedimento di uno dei due hedge fund gestiti da Bear Stearns. Quel giorno Cayne è irrintracciabile, sta giocando a golf e non ha il cellulare.
La crisi si allarga e molti tremano a Wall Street. Non il numero uno di Bear Stearns che il 18 di luglio, insieme alla moglie Patricia, una neuropsichiatra avida giocatrice, vola a Nashville per partecipare allo Spingold Ko, famoso torneo di bridge della durata di dieci giorni. Lo raggiunge Warren Spector, condirettore generale della banca e responsabile della gestione degli hedge fund. A parte la conferenza telefonica mattutina, i due sono irrintracciabili: i coniugi Cayne terminano la gare tra le prime tre posizioni, ma a Wall Street le cose precipitano. Il 27 luglio, al ritorno dell’amministratore delegato, Bear Stearns è costretta a mettere a disposizione di uno dei due fondi un finanziamento straordinario di 1,6 miliardi di dollari. Per Cayne è colpa di Spector «perché è stato lontano durante la crisi»: lo chiama e lo invita a dimettersi. Spector lascia il 3 agosto mentre il numero uno è impegnato in una conferenza telefonica con gli analisti: saputa la notizia l’a.d. si alza e abbandona l’incontro lasciando cadere nel vuoto le domande dei partecipanti. Ci pensa il direttore finanziario Samuel Molinaro a rispondere agli esperti: «Le condizioni del mercato obbligazionario sono le peggiori mai viste» dice. Wall Street crolla e il Dow Jones perde sino a 300 punti.
E’ in momenti come questi, di particolare tensione, così come al termine di stancanti partite a bridge, che Cayne troverebbe un po’ di serenità in una canna di marijuana, dicono alcune fonti al Wsj che chiede conferme al diretto interessato: «Ha mai fumato erba durante un torneo di bridge o in altre occasioni?».
«Mi spiace - replica Cayne - non rispondo ad accuse generiche».