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 2007  ottobre 25 Giovedì calendario

Non ha mai messo piede in una discoteca Antonio Di Pietro, e già questo lo rende simpatico, t un italiano da romanzo, lui

Non ha mai messo piede in una discoteca Antonio Di Pietro, e già questo lo rende simpatico, t un italiano da romanzo, lui. Parla il tedesco degli emigrati di Pane e cioccolata, è un internauta, è una star di Youtube, il sito web da dove relaziona riguardo alle riunioni del governo, ed è molto amato dalle donne. Ed è amato anche dagli antipolitici di sinistra, Di Pietro. Non è riuscito a far funzionare l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, né la 106 (la Strada statale ionica che parte da Taranto), ma è l’unico ministro del governo Prodi a cavarsela nei sondaggi. Uomo di carattere, il ministro delle Infrastrutture è furbo, furbacchione secondo accurata fenomenologia. Sarebbe stato un perfetto uomo di legge e ordine a destra e invece se ne sta a sinistra. Non è un acculturato salottiero, uno di quelli che lui disdegna vedendoli asserragliati fra i piani nobili della sinistra, e piace tanto anche agli antipolitici di destra: è ruvido, orbo di carinerie, ed è muscolare per l’appunto, ma anche uno strepitoso incrocio di due innesti arcitaliani, qualcosa tipo Cola di Rienzo e Alberto Sordi. Un giorno capopopolo, un giorno furbacchione. Ogni giorno tutte e due le sue nature: si rade ma il pelo gli sbuca subito dalle gote, duro. Indossa la cravatta del piacione ma gli ribolle l’aplomb del giustiziere. Magari è anche pericoloso, perché è un marcantonio della sostanza, lui, e sono sempre guai ad andargli contro. Mal gliene incolse, infatti, ad Alfonso Pecoraro Scanio in pieno Consiglio dei ministri: litigandoci, si vide laureato col marchio... insomma, con un marchio. Antonio Di Pietro da Monenero è la più compiuta maschera dell’Italia. Non è un caso che sia finito pastorello nel presepio. La sua faccia è così innervata negli umori sbrigativi dell’integerrimo che subito è diventata parte del paesaggio nazionale. Nel risultato di cui godiamo le gesta troviamo la sceneggiatura di tutto un registro d’emozioni: guardingo e gigione al contempo, narciso e bisognoso di affetto, tenero e ruspante, Di Pietro è di destra e di sinistra contemporaneamente. "Tecnico" dice di sé. Sul caso Unipol ha, infatti, menato come un fabbro, e l’incudine era la faccia di Massimo D’Alema, anche a dispetto delle accuse d’ingratitudine, quelle di Nicola Latorre: "E pensare che per superare il netto rifiuto dei compagni l’abbiamo candidato al Mugello". Di sinistra e di destra, Di Pietro di lotta e di governo, oggi alleato di Gianfranco Fini, non ha mai negato la sua bilocazione ideale: "La mia pregiudiziale è politica e ha un nome e cognome: si chiama Silvio Berlusconi". Di destra e di sinistra, Di Pietro mantiene l’alleanza con Fini. Il loro patto è un detonatore ad alto grado tenuto fermo sullo scacchiere politico nel frattempo che Di Pietro, tiratosi fuori dai disastri del governo di cui è esponente di primo piano, giorno dopo giorno aggiusta la propria posizione. Quando, sull’onda delle polemiche sulla cacciata del generale Roberro Speciale, Tommaso Padoa-Schioppa tentò di salvare le deleghe a Vincenzo Visco, fu Di Pietro a convincere il collega ministro dal desistere nella difesa di Visco perché "una cosa è sentire le registrazioni, una cosa è leggere le carte". Forte del suo fiuto da poliziotto il leader dell’Idv capì che la polemica non si sarebbe fermata alla semplice lettura dei brogliacci delle intercettazioni, ma a ben più rivelatoci toni e modi del parlato. Ecco, non ha mai messo piede in una discoteca Di Pietro, ma sa bene di quale legno è fatta la scopa della giustizia. La giornata di Di Pietro è la giornata di un furbo infallibile. Se ne sta chino sui fogli dove riversa il suo eterno mattinale, sempre pronto allo scatto da predatore diffidente. Un moto d’irruenza, questo, sottolineato da un preciso segnale: butta gli occhiali da lettura sul tavolo mentre sul naso e sulla fronte gli s’ammonticchiano le vene più fumine. Dopo di che il sorriso, la serenità del giusto. E la conferma della sua capacità di fiuto. Il Di Pietro di lotta e di govemo, il Di Pietro di destra e di sinistra (indigesto al centro), è un Mastro don Gesualdo che ha fatto della politica la sua guerra dei vinti. Terrorizzato e affiscinato al contempo, della politica Di Pietro ha fatto il luogo dove vorrebbe mettere sé senza che trovi però la realizzazione. Come Forza Italia, la sua Italia dei valori, pur con fior di collaboratori e dirigenti, è l’unico partito che non celebra congressi. Solo qualche furba assemblea, nulla però che rimandi alla delega, alla condivisione e alla partecipazione. Tutto come da sceneggiatura si dirà, perché la politica è anche il luogo del suo contrappasso. Già bandiera della moralizzazione, il Di Pietro di destra e di sinistra col suo partito portatile è un simpatico furbacchione che sa far di conto: il poco gli basta, l’assai gli è di troppo.