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 2007  ottobre 19 Venerdì calendario

La Stampa, venerdì 19 ottobre Quando fummo catturati, vennero fatti due interrogatori a Stefio e Quattrocchi

La Stampa, venerdì 19 ottobre Quando fummo catturati, vennero fatti due interrogatori a Stefio e Quattrocchi. Io e Cupertino non fummo interrogati. Quattrocchi, quando venne fermato, aveva il porto d’armi inglese, il badge, il giubbotto antiproiettile. Era l’unico ad essere armato. Stefio era l’unico di noi che parlava inglese correttamente e ha fatto da interprete anche nell’interrogatorio di Fabrizio...». Chi parla si chiama Maurizio Agliana, nato a Prato, classe 1967, di mestiere body-guard. E’ uno dei quattro rapiti in Iraq nel 2004, detenuto 58 giorni dalle Falangi Verdi di Maometto, salvato in un rocambolesco blitz di soldati americani. In tre si salvarono, uno morì. Per tutti resta un mistero perché i terroristi abbiano scelto proprio Quattrocchi. Forse per lo sguardo troppo fiero? O per via delle armi? Improbabile. In Iraq tutti erano armati. Gli investigatori hanno approfondito, tra le altre, soprattutto una pista: Quattrocchi pagò perché i rapitori lo credettero una spia degli israeliani. Gli altri tre infatti si sfilarono dai guai potendo dimostrare che erano arrivati in Iraq da appena quattro giorni. Quattrocchi, no. Nei fatti, lo isolarono. Il computer Dei rapitori, Agliana non parla volentieri. E’ come se volesse rimuovere quell’esperienza. Ma è impossibile eludere le domande di chi ha il dovere di scavare in quella storia, i magistrati. C’è poi un particolare che agli occhi degli investigatori potrebbe essere la chiave della tragedia. «Solo Salvatore Stefio - risponde infatti Agliana a una domanda specifica - si era portato un computer portatile. C’erano i dati e l’attività della Presidium (società di Stefio, ndr). E’ stato preso dai sequestratori che lo hanno aperto e ne hanno analizzati i files». Ecco, il computer. I terroristi lo trovarono nella macchina degli italiani. Divenne presto un problema. «Da un file del portatile di Stefio i sequestratori hanno saputo che una società di Spinelli (un altro dei reclutatori, ndr), la STTA, aveva usufruito di istruttori anche israeliani per organizzare corsi di addestramento. Spinelli era stato in Israele a seguire un corso di addestramento e aveva stretto rapporti commerciali con istruttori israeliani. La Presidium si rivolgeva alla STTA per organizzare corsi di difesa personale». Il garante Stefio Bastò soltanto evocare quel nome, Israele, per metterli nei guai. «Fra i sequestratori c’era un magrebino che ci avvicinava da solo a volto scoperto. Stentatamente parlava italiano, aveva un computer personale. Ci fece rilevare il legame con Israele. Il magrebino ci disse che per noi era un problema che avrebbe ostacolato la nostra liberazione. Stefio cercò di convincerlo che si trattava di un file riguardante un’altra società, però non credo sia riuscito a convincerlo». A quel punto i quattro rapiti precipitarono nel panico. «Per primo è stato sentito Stefio, il quale si è fatto garante anche per noi. Insieme abbiamo deciso che avrebbe parlato per primo lui». Già, Stefio. L’unico che parli inglese decentemente. L’unico che ha l’allure dirigenziale. E quando Agliana dice «Stefio si è fatto garante anche per noi», sembra di capire che l’affidarsi a lui fosse una mossa condivisa da tutti e quattro gli ostaggi. Poi però precisa: «La nostra linea difensiva consisteva nell’ammettere le nostre mansioni di sicurezza. Sottolineammo però tramite Stefio che ci trovavamo a Baghdad da pochi giorni. Circostanza non sostenibile per Quattrocchi». Già, non sostenibile. «Sul passaporto di quest’ultimo, esaminato dai sequestratori come il nostro, sicuramente c’era traccia del suo arrivo in Iraq, penso nel novembre 2003». Linea difensiva Questa dunque fu la linea difensiva. «Decisa insieme», spiega Agliana. E’ più esplicito un altro dei sequestrati, Umberto Cupertino. «Gli unici a essere interrogati dai sequestratori - dice a sua volta - sono stati Stefio e Quattrocchi. Il primo parlava anche a nome nostro, cioè mio e di Agliana». Quattrocchi, che pure non parlava inglese, invece, si dovette difendere da sé. Nelle parole di Cupertino torna il magrebino che capisce l’italiano. Torna la storia del dannato computer di Stefio. «E’ stato preso dai sequestratori. Penso sia stato analizzato perché c’era un tecnico di computer, un nordafricano che ci disse di essere ricercato nel suo paese. Questo nordafricano trovò nel computer di Stefio una lettera di Spinelli che faceva riferimento a un contatto con gli israeliani. Stefio, parlando con lui un po’ in italiano, e un po’ in inglese, gli disse che il contatto era relativo a un lavoro in Italia, il nordafricano rispose che lo avrebbe riferito ai suoi capi». Il terrorista che parlava italiano in seguito è stato intervistato da un giornale inglese. «Dai documenti e da quanto emergeva dai loro computer - ha raccontato il sedicente Abu Yussuf - abbiamo scoperto che il loro lavoro era molto di più di quanto sostenevano e che avevano anche lavorato e si erano addestrati con gli israeliani». Tanto bastò, insomma, per condannare Quattrocchi a morte. Nei giorni scorsi, la procura di Bari ha chiesto un rinvio a giudizio per Salvatore Stefio e il suo socio Giampiero Spinelli in quanto «reclutatori di mercenari». Sostiene l’avvocato Francesco Colonna, che difende Spinelli: «Anche se si tratta di un lavoro può non piacere, i body-guards non sono mercenari e questo processo non ha basi giuridiche». Francesco Grignetti