Guido Olimpio, Corriere della Sera 19/10/2007, 19 ottobre 2007
WASHINGTON
Nella dichiarazione finale di Teheran i cinque presidenti dei Paesi che si affacciano sul Caspio hanno dedicato un paragrafo allo storione. Va protetto dalla pesca di frodo e dall’inquinamento. Giusto. Su questo punto i leader di Iran, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan si sono trovati d’accordo. Poche righe più avanti hanno sostenuto la necessità che i futuri accordi sul Caspio rispettino le sovranità dei cinque Stati. E anche su questo si sono trovati d’accordo. A parole. Perché il controllo delle acque – come delle risorse energetiche della regione – è al centro di un’aspra contesa. Rivalità locali complicate dall’aggressiva campagna di società occidentali decise a ottenere buoni contratti e dalla nuova competizione Usa-Russia.
La scontro tra i «pescatori» parte – come ricorda l’Herald Tribune ”
da una diatriba: il Caspio è un mare o è un lago? Nel primo caso va diviso in cinque parti tenendo conto della lunghezza di costa di ogni Paese che disporrà come crede delle risorse contenute. Nel secondo caso gli Stati dovrebbero affidarsi a intese ad hoc. Difficile però trovare l’intesa quando c’è di mezzo il petrolio. Iran e Urss avevano stabilito che il Caspio dovesse essere considerato un lago e quindi potevano dividersi equamente lo sfruttamento. Ma con il disfacimento dell’Unione Sovietica attorno al tavolo si sono presentati altri tre commensali, pronti a reclamare la propria fetta di torta. All’inizio, Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan hanno accettato di rispettare le vecchie regole. Un assenso poi messo in discussione – ricorda ancora l’Herald Tribune – dal governo di Baku nel 1998. L’Azerbaigian definì il Caspio un «mare», quindi serviva una nuova divisione. Prospettiva che ha allarmato Mosca e Teheran, entrambe penalizzate dalla possibile ripartizione. Ai sospetti di natura economica si sono aggiunti quelli politici. L’Azerbaigian mantiene ottimi rapporti con Israele – si racconta che il Mossad garantisca la protezione del presidente Aliev – e con gli Stati Uniti, visti da russi e iraniani come degli intrusi.
Nell’impossibilità di trovare una mediazione e preoccupata di contrastare il passo agli americani, Mosca ha cercato la via degli accordi separati. Putin ne ha firmato uno con l’Azerbaigian e un altro con il Kazakistan, lasciando fuori dalla porta gli ayatollah. La mossa ha accresciuto la diffidenza del-l’Iran, già isolato per la sua politica in Medio Oriente e i programmi di riarmo. I mullah hanno puntato le loro antenne verso il confine nord in cerca di segnali. La comunità azera in Iran e lo stesso Azerbaigian nell’interpretazione di alcuni analisti potrebbero fare da sponda a manovre straniere (americane). Inquietudini condivise dai russi dopo un paio di ceffoni dati dal vicepresidente Dick Cheney in visita nella regione. Pesanti attacchi verbali nei confronti di Vladimir Putin lanciati usando come podio le capitali di Kazakistan e Azerbaigian.
Agli occhi del Cremlino, gli americani stanno perseguendo un’agenda precisa nell’area del Caspio mirata a ridurre l’influenza russa e ad ottenere vantaggi per le loro compagnie. Non è un mistero che gli Stati Uniti si sono pronunciati a favore dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, la pipeline che permette di trasferire il greggio dalla Georgia alla Turchia senza passare per il territorio russo. Ancora più ambizioso il progetto di una condotta per il gas naturale sull’asse Turkmenistan-Azerbaigian- Europa occidentale passando sul fondo del Caspio.
Un intreccio di relazioni circondato da un gioco di ombre, baratti e allusioni. Tra i cinque del Caspio, russi e iraniani sono lesti nel segnalare gli intrighi dei nemici esterni, presunti perturbatori e soprattutto pericolosi concorrenti commerciali. Ricevendo il presidente azero Aliev, l’ayatollah Khamenei «si è detto sicuro che l’Azerbaigian sarà forte abbastanza per resistere a quanti si oppongono a migliori relazioni tra i due Paesi». Vladimir Putin si è fatto precedere dalla voce di un complotto per ucciderlo e seguire dall’annuncio che il programma nucleare iraniano non è pericoloso. Per questo non ha alcuna intenzione di sospendere l’assistenza tecnica agli iraniani determinati a dotarsi della Bomba. Chissà che il dossier atomico non diventi una preziosa moneta di scambio insieme al petrolio e, perché no, allo storione del Caspio.