Riccardo Sorrentino, Il Sole 24 Ore, 5/5/2007, 5 maggio 2007
La globalizzazione che rafforza gli Stati 2 maggio 2007 La lista è lunga: Dubai e Oslo, Pechino e Singapore
La globalizzazione che rafforza gli Stati 2 maggio 2007 La lista è lunga: Dubai e Oslo, Pechino e Singapore. E ora Mosca. Anche la Russia ha deciso di dotarsi di un Fondo sovrano di ricchezza: modificherà, in modo da dargli maggior efficienza, il suo Fondo petrolifero. A partire dal 1° febbraio 2008 sarà diviso in due parti: il primo, di dimensioni pari al 10% del Pil, sarà investito con le tradizionali modalità seguite per le riserve valutarie, e quindi con particolare prudenza. Il secondo, il Future Generations Fund - simile in questo al Government Pension Fund norvegese - si occuperà di attività più rischiose, innanzitutto azioni. Avrà a disposizione 30-32 miliardi di dollari, potrà poi crescere a un ritmo di 40 miliardi l’anno. I FONDI SOVRANI DI RICCHEZZA Non è un fatto nuovo: molti Governi, soprattutto nei Paesi emergenti, stanno cercando modi più redditizi per investire le riserve valutarie in eccesso o i ricavi - tasse e royalties - generati dalle ricchezze naturali. Trasformano così queste risorse - valute, petrolio, minerali - in attività finanziarie. Evitano in questo modo di essere dipendenti da un solo mercato o quasi - quello del greggio o quello dei titoli di Stato americani - e nello stesso tempo utilizzano all’interno del Paese solo i fondi che l’economia può assorbire senza surriscaldarsi. UNA LISTA MOLTO LUNGA Sono circa 25 ormai i fondi sovrani di ricchezza nel mondo. Alcuni, come quello russo ancora oggi, sono gestiti in modo molto conservativo, altri sono invece da tempo più aggressivi. I più grandi, l’Adia degli Emirati arabi (875 miliardi di dollari) e la Gic di Singapore (330 miliardi) sono avvolti da totale segretezza: le loro esatte dimensioni sono ignote. Tra quelli più trasparenti - o meno opachi - i modelli sono due: la Temasek di Singapore, da 100 miliardi di dollari, che funziona come un’holding industriale e finanziaria e acquista pacchetti anche di maggioranza o totalitarie di aziende internazionali; e il Fondo petrolifero norvegese, da 300 miliardi; un vero fondo finanziario che invece acquista piccole quote in modo da rispecchiare l’importanza economica dell’azienda sui mercati. COLPI DI STATO... Impossibile però pensare che, con una massa di denaro di queste dimensioni, i Governi non li utilizzino anche per scopi politici, più o meno slegati da quelli strettamente economici che rappresentano solo un vincolo. Temasek, per esempio, è stata uno strumento fondamentale per lo sviluppo industriale di Singapore, un tempo un porto di pescatori. Oggi, proiettata all’estero e soprattutto in Asia - ha dato più volte l’impressione di essere il braccio finanziario dello Stato oltreconfine. Le sue acquisizioni in Thailandia hanno per esempio generato una crisi politica nel Paese che è sfociata in un colpo di Stato militare. Temasek aveva acquistato dal premier deposto Thaksin Shinawatra, nel 2006, la compagnia telefonica Shin. I generali di Bangkok, timorosi che un Governo straniero potesse intercettare e utilizzare per propri scopi conversazioni delle forze armate, si sono allarmati e, a settembre, hanno preso il potere. Una delle prime iniziative è stata quella si "spingere" Temasek fuori dal Paese. I loro sospetti erano rinforzati dalla storica politica estera di Singapore, che punta spesso ad "allevare" e sostenere giovani leader dei Paesi vicini. ...E INTERFERENZE SULLE AZIENDE Anche Oslo, in circostanze e con modalità completamente diverse, usa il suo fondo per scopi politici e per incidere quindi sulla gestione di alcune società. Il motivo economico c’è e non va sottovalutato: in investimenti di lunghissimo periodo, anche il minimo rischio - quelli causati dai presunti o reali abusi di Wal-Mart sui dipendenti, o dai danni ambientali della Drd Gold - può assumere in prospettiva un peso enorme. Con l’evoluzione della giurisprudenza, queste aziende potrebbero per esempio essere condannate a enormi risarcimenti. Il Fondo, gestito dalla Banca centrale, fa quindi moral suasion sulle aziende, partecipa alle assemblea, si schiera spesso contro il management, e sempre in nome di una corretta corporate governance. Alcune imprese, come la stessa Wal Mart e l’italiana Finmeccanica - ma questo avviene anche in fondi privati - sono poi escluse dagli investimenti. Anche in questo caso non mancano né iniziative né ricadute strettamente politiche: il Fondo di Oslo esclude così le aziende impegnate nell’industria militare nucleari mentre la pubblica esclusione di Wal Mart ha scatenato la protesta vivace dell’Amministrazione di Washington. MOSCA, PECHINO, TOKYO Cosa accadrà ora con Mosca? La Russia non ha nascosto di voler usare le sue risorse economiche - il gas innanzitutto - per scopi strettamente politici, e non in una logica di puro mercato. Il Paese non è né democratico come la Norvegia, né piccolo come Singapore. Qualche timore è giusto averlo, anche se le dimensioni del fondo sono limitate. Non è così in altri casi: alcuni fondi esistenti sono enormi, altri, di dimensioni notevoli, nascono per imitazione. La Cina ha appena creato il proprio "veicolo finanziario", la Hueijing, da 300 miliardi di dollari, che crescerà di 200 miliardi di dollari o più all’anno; la Kic coreana sarà presto allargata, forse a 100 miliardi; e il Giappone - forte di 900 miliardi di riserve valutarie - potrebbe presto affiancarsi con un proprio fondo o società specializzata. «La mia stima di massima - spiega Stephen Jen di Morgan Stanley, che segue il fenomeno con particolare attenzione - è che questi Fondi sovrani di ricchezza hanno ora attività per 2.300 miliardi di dollari e che cresceranno di 500 miliardi l’anno». Pochi sono nelle mani di Governi democratici. PASSAGGI DI POTERE da queste considerazioni che Jen avanza tre ipotesi importanti sullo sviluppo del sistema politico e finanziario mondiale. La globalizzazione, spiega, sta ora sviluppando un passaggio di poteri, soprattutto dal privato al pubblico. «In aggiunta a un trasferimento geografico di poteri da uno sistema unipolare centrato sull’egemonia degli Stati Uniti a un sistema multipolare - spiega - la globalizzazione sta anche portando a trasferimenti di potere economico in altre direzioni: dal privato al pubblico, dal lavoro al capitale e dai prodotti industriali a quelli finanziari». A parte l’ipotesi di una fase di egemonia americana, che alla luce dei fatti appare oggi un’esagerazione - sarebbe stato più corretto parlare di primato, o forse semplicemente di sistema unipolare senza ulteriori specificazioni - l’analisi merita qualche approfondimento. Così come è interessante l’idea che, grazie alla presenza di questi fondi «il ripetersi della crisi latino americana dei primi anni 90, della crisi asiatica del ’97 o della crisi russa del ’99 è quasi inconcepibile». In futuro le crisi prenderanno un’altra forma. VERSO IL PROTEZIONISMO FINANZIARIO? I rischi di questo nuovo ruolo degli Stati sono tanti. Il maggiore è sicuramente nella scarsa trasparenza della maggior parte di questi fondi, che potrebbero anche diventare fonti di instabilità finanziaria: le loro dimensioni sono tali da trasformarli in fattori determinanti sull’andamento dei mercati. L’altro pericolo - ed è un rischio per le innegabili tensioni politiche che crea - è quello del protezionismo finanziario. Episodi come quello della Dubai Port che tenta di acquisire i moli di New York e viene respinta potrebbero moltiplicarsi. «La trasformazioni di queste banche centrali esteri da creditori a proprietari potrebbe generare - conclude Jen - reazioni politiche non solo negli Stati Uniti, ma anche in Australia, in Canada e in altri Paesi che offrono attività finanziaria che queste nazioni ricche di riserve trovano desiderabili».