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 2007  ottobre 18 Giovedì calendario

L’Unione Europea si deve preoccupare per il peso crescente dei capitalismi di Stato extracomunitari e, se sì, come dovrebbe reagire? E’ possibile che, dopo tanta agitazione a Parigi e a Berlino, se ne cominci a parlare oggi al Consiglio europeo di Lisbona, ma quando Gazprom, il colosso energetico controllato dal Cremlino, minaccia di sospendere le forniture di gas all’ Ucraina, rea di non aver premiato alle elezioni il partito filorusso, il problema diventa chiaro: i capitalismi di Stato usano la loro potenza economica per espandere l’influenza dei governi

L’Unione Europea si deve preoccupare per il peso crescente dei capitalismi di Stato extracomunitari e, se sì, come dovrebbe reagire? E’ possibile che, dopo tanta agitazione a Parigi e a Berlino, se ne cominci a parlare oggi al Consiglio europeo di Lisbona, ma quando Gazprom, il colosso energetico controllato dal Cremlino, minaccia di sospendere le forniture di gas all’ Ucraina, rea di non aver premiato alle elezioni il partito filorusso, il problema diventa chiaro: i capitalismi di Stato usano la loro potenza economica per espandere l’influenza dei governi. Non è una novità assoluta: il fenomeno economico e politico dell’imperialismo prese forma nella Gran Bretagna, nella Francia e nella Germania del XIX secolo. Ma relativamente alla Ue, che ha aperto il suo mercato dei capitali, la novità è forte. I capitalismi di Stato si avvalgono di due strumenti di penetrazione: le imprese pubbliche tipo Gazprom e i sovereign wealth funds, i fondi d’investimento sovrani. All’European Council for Foreign Relations, George Soros ha avvertito che questi fondi hanno superato gli hedge funds, protagonisti degli ultimi 15 anni, e sono destinati a crescere ancora. Di più, azionando la leva del debito, possono moltiplicare la loro già enorme potenza di fuoco per 4-5 volte. Finora, le riserve valutarie accumulate dai Paesi esportatori di materie prime e di manufatti a basso costo hanno finanziato il debito pubblico occidentale, americano in particolare. Qualche volta, nel caso di Kuwait e Abu Dhabi, i surplus finanziari sono serviti ad acquistare partecipazioni azionarie di minoranza. Finora, insomma, ci hanno fatto comodo. Sarà ancora così? La costituzione di grandi fondi statali in Russia e Cina ci avverte che il controllo di un certo numero di grandi gruppi industriali, bancari, assicurativi, e magari editoriali, potrebbe venire spostato dal mondo libero verso un nuovo mondo, dove la politica esercita un ferreo controllo sull’economia, e poco conta se in nome di un Partito comunista, di ambizioni neozariste o dell’integralismo islamico. Il protagonismo dei capitalismi di Stato deriva dalla crescita del commercio internazionale. Come osserva Martin Wolf sul Financial Times, è difficile importare dalla Cina merci e non anche capitali. E tuttavia la geopolitica offre anche altri punti di vista: un conto è il fondo Temasek di Singapore e un altro è la China Investments Corporation o il russo Stabilisation Fund. Nella Ue, la natura pubblica o privata della proprietà delle aziende non fa differenza, perché i 27 Paesi membri aderiscono ai Trattati. E questi limitano l’uso politico delle imprese, che pure permane in forma indiretta, entro un reticolo di regole condivise, che scoraggia e comunque disciplina, per esempio, gli aiuti di Stato. Fuori non è così. A cominciare dalla dotazione finanziaria di questi nuovi soggetti, che i governi extracomunitari possono alimentare avendo come unico limite la propria generazione di riserve. Ma reagire è complicato. La City vorrebbe una maggiore trasparenza e cita a modello il fondo sovrano della Norvegia. Ma sapere chi sia il cinese o il russo che guida il fondo, a quali principi si ispiri e che portafoglio governi pare ben debole contromisura se il problema è geopolitico. Il criterio della reciprocità appare già più robusto: hai accesso al mio mercato del controllo se tu apri con uguale ampiezza il tuo. Ma la tendenziale sproporzione delle forze – concentrate nei capitalismi di Stato, disperse nella finanza privata – ci porta a dire che la reciprocità consente di guadagnare tempo; ma poi? La soluzione più efficace è quella americana: la Casa Bianca e il Congresso esercitano il diritto di veto a tutela della sicurezza nazionale avvalendosi delle segnalazioni dell’US Committee on Foreign Investments. La sicurezza nazionale è materia opinabile? Lo è. Ma se il problema è politico, la discrezionalità è inevitabile e perciò esige una politica che se ne assuma la responsabilità. Il mercato – in questo caso il mercato dei diritti di proprietà – viene tolto dall’altare e riportato al suo limite naturale, che si ritrova nel potere democratico. Sfortunatamente, però, la Ue non è uguale agli Usa. Non esprimendo un governo centrale al quale affidare il potere di veto, fatica a far proprio il modello americano. D’altra parte, lasciando fare ai governi nazionali, che hanno sensibilità e priorità diverse, rischierebbe di frantumare il mercato unico dei capitali. La soluzione sta in un punto mediano che la politica e il diritto comunitario non hanno ancora individuato.