varie, 17 ottobre 2007
Melania Villani, 5 anni. Nata a Vinovo alle porte di Torino, occhi nocciola e una nuvola di riccioli biondi, il volto incorniciato dagli occhiali con la montatura rosa, «vispa, dolce e sempre allegra», figlia unica dell’operaio Angelo e della trentenne Giusy Griffo d’origine calabrese, non andava a dormire senza la favola della buonanotte raccontata dal papà
Melania Villani, 5 anni. Nata a Vinovo alle porte di Torino, occhi nocciola e una nuvola di riccioli biondi, il volto incorniciato dagli occhiali con la montatura rosa, «vispa, dolce e sempre allegra», figlia unica dell’operaio Angelo e della trentenne Giusy Griffo d’origine calabrese, non andava a dormire senza la favola della buonanotte raccontata dal papà. La madre, impiegata in un’impresa di pulizie, depressa da quando aveva partorito, aveva preso a mangiare a dismisura ingrassando decine di chili, da cinque anni era in cura nell’Asl di Nichelino e da sei mesi si faceva vedere pure da un neurologo che le aveva prescritto un ricovero di un mese in una casa psichiatrica dove sarebbe entrata lo scorso lunedì. In clinica lunedì non ci volle andare, però le doleva forte la testa e sentiva «le voci maledette», chiamò il neurologo ma le rispose le segreteria, allora verso le 9 di sera telefonò ai genitori che cenavano e disse loro «correte, che mentre lavavo i piatti la bambina è caduta dal balcone». Pochi istanti dopo il nonno Pino, chino sulla nipotina riversa sul marciapiede dopo un volo di oltre venti metri, guardando negli occhi sua figlia Giusy le gridò: «Chi facisti figghia? Chi ”nci facisti?». Ai carabinieri la donna ripetè più volte che la bimba era caduta «sporgendosi per guardare se arrivava il padre», «l’ho vista là sotto immobile come una bambola rotta» e solo alle 18 di martedì, dopo otto ore di interrogatorio, ammise che la creatura l’aveva spinta lei: «Non ne potevo più, Melania saltava e risaltava su quella sedia: era troppo disobbediente... E poi nella testa sentivo quelle voci malefiche, cercavo di scacciarle, ma tornavano. Allora l’ho buttata di sotto, e ho provato un sentimento di liberazione. Sì, mi sono sentita libera». Verso le 21 di lunedì sera al quinto piano di un palazzone in via Cottolengo 11 a Vinovo, città dormitorio alle porte di Torino nota per il suo centro ippico e perché ospita la cittadella della Juventus.