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 2007  ottobre 16 Martedì calendario

Italiani nel mirino di Kabul. Il Sole-24 Ore, martedì 16 ottobre A Sud-Est di Kabul la vegetazione sparisce in una distesa di pietre grigie e di un pallido giallo ocra

Italiani nel mirino di Kabul. Il Sole-24 Ore, martedì 16 ottobre A Sud-Est di Kabul la vegetazione sparisce in una distesa di pietre grigie e di un pallido giallo ocra. come viaggiare sul greto di un fiume in secca mentre l’altopiano si impenna percorrendo piste a ogni chilometro più ripide e tortuose. All’alba, quando si muove il convoglio degli alpini, la Valle di Musahi si presenta con un panorama di alture e crateri avvolto in un’atmosfera morbida e promettente, che in pochi minuti si trasforma in un lampo abbagliante di sole e polvere sul parabrezza dei blindati. Sul fondovalle c’è una macchia verde con i villaggi, così impietosamente delimitata dalla stagione arida da apparire una benevola concessione divina. Tra un paio di mesi la neve e il vento faranno di questo mondo una capsula congelata, isolata in fondo a una gola scura. Qui si replica un solo spettacolo: la lotta per sopravvivere. Di giorno la battaglia contro la natura, di notte è ancora tempo di talebani. L’avamposto degli alpini nella valle di Musahi pochi giorni fa è stato attaccato con granate e armi leggere. Un fuoco intenso li ha costretti a rispondere con le mitragliatrici pesanti fino a quando i guerriglieri, coperti dalle tenebre, si sono dileguati. Di questo scontro, confermato dal comandante de Fonzo del quinto reggimento, nessuno sapeva. "Trasmessa ai comandi il 5 ottobre, la notizia non è stata diffusa perché coincideva con la fase critica della vicenda degli agenti del Sismi: qui, in fondo, non c’erano state né vittime né danni materiali", osserva il capitano Eros Correa. Per altro è rimasta riservata, per motivi di sicurezza, anche la missione, tra giovedì e venerdì, del capo di stato maggiore, l’ammiraglio Giampaolo di Paola, che con un elicottero ha voluto atterrare proprio a Musahi. Il fortino italiano di Katasang è a un chilometro dal villaggio. Di fronte, a 400 metri, c’è un rettangolo per il pascolo delimitato da muri di argilla. I talebani sono scesi dalla montagna, hanno oltrepassato abitazioni e recinti del bestiame per infilarsi nella vegetazione, raggiungendo questo riparo da dove hanno fatto fuoco. Duecento passi più avanti c’è la scuola, costruita dagli italiani, con un appendice di tende bianche, dependance per aule improvvisate. Una sistemazione precaria che avrà vita breve. "Gli afghani - racconta il capitano - ci chiedono di solito filo spinato e fortificazioni per proteggere le scuole. Di notte vengono assaltate e devastate". Di fianco all’avamposto sono asserragliati i poliziotti afghani, vicini di casa molto riluttanti a intervenire se non quando vengono stanati a forza. "Con loro - dice il capitano - organizziamo delle pattuglie ma si capisce benissimo che non ne hanno nessuna voglia". Qualche tempo fa i talebani li hanno intimiditi facendo esplodere un razzo anti-carro contro il cancello. Reclamano per l’equipaggiamento scadente ma, soprattutto, non rischiano la pelle per 60-70 euro al mese. "Polizia ed esercito sono i bersagli preferiti e più vulnerabili degli attentati dei talebani", concede il capitano. Intimidita e corrotta, la polizia chiude gli occhi davanti alle infiltrazioni dei talebani, accompagnate dalle minacce e, a volte, da un robusto bakshish. L’opinione degli ufficiali è chiara: affidare la sicurezza agli afghani rimane, per il momento, un’opzione futuribile. Alla fine del Ramadan, l’orizzonte degli alpini nella Valle di Musahi è deserto e silenzioso. Ma il vuoto è un’impressione illusoria, questa non è la Fortezza di Buzzati, non c’è il lungo tempo sospeso che riempie l’attesa dei tartari del tenente Drogo. Le minacce, in una zona dove l’anno scorso morirono due militari italiani, sono concrete e improvvise. A un paio di chilometri dall’avamposto, il 2 settembre, in un agguato è stato ferito il caporale Antonio Nughes: era di guardia al ponte nuovo dove si davano i ritocchi prima dell’inaugurazione. Il giorno dopo il comando italiano e un selezionato seguito di dignitari tagliavano il nastro, con il governatore, anziani e mullah che calpestavano, indifferenti, i bossoli della sparatoria. I discorsi ufficiali, senza disagio, sono stati improntati alla solida amicizia italo-afghana. La vallata di Musahi e quella vicina di Chahar Asyab furono un tempo roccaforte di Gulbuddin Hekmatyar, uno dei più radicali e sanguinari signori della guerra, nato tra queste pietraie, a neppure venti chilometri da Kabul ma lontane e abbandonate come se fossero centinaia. A Shatut la corrente elettrica non è mai arrivata, la tv funziona con le batterie dell’auto e la moschea è una sorta di pollaio, sormontata da un’asta con l’altoparlante. Ma l’accoglienza della popolazione locale è calda: stendono kilim e cuscini per un tè e dolci squisiti, apparecchiando sul cemento di un campo di volley della scuola, un paio di aule, sempre costruite da alpini e afghani. "Ci sono cento allievi", si vanta il capo villaggio. E quante bambine? "Venticinque", risponde per la felicità dei taccuini. Un numero accorto, sufficiente per far credere che pure le femmine vanno istruite, abbastanza basso per restare nella media nazionale dei pashtun. Eppure proprio qui, tempo fa, un pashtun della Valle, dopo la caduta dei talebani, consegnava ai cronisti una lucida fotografia dell’Afghanistan contemporaneo: "Abbiamo sconfitto i sovietici ma le loro mine hanno continuato ad ammazzarci per anni, abbiamo combattuto con i mujaheddin e contro di loro, ma alla fine sarà la nostra loro ignoranza a ucciderci tutti". Dall’alto il capo dei servizi segreti del distretto osserva in shalwar kamiz il pic nic di alpini e giornalisti nel mezzo del Musahi. Non si mescola al gruppo ma spedisce un sottoposto in delegazione. "Dove sono i talebani?". Con un gesto eloquente la divisa grigio-verde abbraccia tutta la vallata e sparisce nel suo fortino. Alberto Negri