Domenico Quirico, La Stampa 17/10/2007, 17 ottobre 2007
In Francia c’è un uomo che soffre: si chiama David Martinon, è il portavoce dell’Eliseo. E’ un giovanotto dall’aria civilina, da primo della classe, assai poco conforme al prototipo dartagnanesco che va di moda nell’amministrazione Sarkozy
In Francia c’è un uomo che soffre: si chiama David Martinon, è il portavoce dell’Eliseo. E’ un giovanotto dall’aria civilina, da primo della classe, assai poco conforme al prototipo dartagnanesco che va di moda nell’amministrazione Sarkozy. Infatti il posto lo deve soprattutto alla signora Cécilia che l’ha proposto e imposto, si dice, al marito. Amicizia redditizia seppure impegnativa: la comunicazione ha nel governo del presidente lo stesso ruolo che un tempo toccava alle corazzate, ovvero risolutivo. Senza dimenticare i rischi legati ai noti saturnismi sentimentali degli sponsor. Ebbene, da due settimane il compunto Martinon è un Sebastiano sulla graticola, un fato lo perseguita come Caino o Oreste. Perché ad ogni incontro stampa i giornalisti, golosi, felini di sguardi, lo martirizzano con un’unica domanda esplicita o indiretta, sorniona o brutale: quando sarà annunciato il divorzio tra il presidente e madame Cécilia? Per lui, è chiaro, è un doppio tormento, governativo e privatissimo. All’inizio ha cercato di sofisticare con eleganza: «non penserete mica che commenti questo tipo di rumori? Per fortuna non mi occupo di quello che passa per le redazioni». Era la facezia che preparava il singhiozzo. I rumori sono diventati boati. Allora ha annullato il consueto incontro con i giornalisti del venerdì, fidando nelle virtù terapeutiche del silenzio: apriti cielo! Venne nuovo pascolo ai sospetti e alla furia di una conferma, visto che persino i sudori di agosto non avevano sospeso il settimanale appuntamento. C’è sotto qualcosa, hanno detto perfino i più scettici. Lunedì scorso alla ripresa, (tutta Parigi giurava che era il giorno della «rupture») ha sguinzagliato anzitempo nella sala collaboratori che sussurravano: se vi aspettate l’annuncio sarete delusi. Quando a lui ad ogni domanda di commentare la salute matrimoniale della coppia ha risposto incupito come un antico stoico davanti al patibolo: no. Succede in Francia un fenomeno strano, politico e giornalistico. Da due settimane trambusta la notizia: i Sarkozy si separano. E questa volta non sono romantiche fughe alla Sagan, con altrettanto inevitabili ritorni. Siamo alla definitiva carta bollata, al tribunale civile, alle tristi incombenze degli «alimenti», al divorzio insomma. I «rumori» si accatastano e diventano fatti, mai sono stati così circostanziati. Lei è già fuggita in Svizzera, si annuncia; e la «Tribune» da Ginevra conferma: vero, alloggia sempre più spesso in incognito in un albergo sul lago Lemano da 2000 euro a notte; l’esilio in qualche caso ha diritto alle sue comodità. (Ieri però, Cécilia ha smentito di essere stata a Ginevra dopo luglio). Sugli spalti del mondiale di rugby che è stato nell’ultimo mese più affollato di sarkosisti maschi e femmine che l’Assemblea nazionale non si fa vedere; neppure nel fotografatissimo dopo partita per gli intimi organizzato da Sarkozy all’Arlésienne, dove c’era l’Apicella di Sarko, ovvero Enrico Macias con chitarra. Imperdibile. Il Canard, foglio inzuppato di veleno che si ficca da un secolo alle costole dei potenti, svela che il segretario alla presidenza Claude Guéant ha chiesto agli archivi con urgenza tutti i casi di presidenti sul pianeta che hanno divorziato durante il mandato: ricerca di precedenti dall’esito straziante, un solo seppure classico, il greco Papandreu. Compaiono sui settimanali di norma dediti a tette celebri e sfidanzamenti, curiosi saggi affidati a eminenze del diritto costituzionale che spiegano come a causa della immunità il presidente non possa divorziare, nel senso che alla controparte sarebbe negato citarlo in giudizio per eventuali inadempienze. Legge costituzionale emanata (coincidenza che induce a sospetti) proprio prima delle elezioni. E se fosse in quegli austeri e subdoli codicilli la ragione che ha spinto Cécilia a sfuggire alle catene presidenziali e costituzionali? (che secondo altri non varrebbero in materia civilistica). Perché una cosa è certa: è lei che se ne va, insofferente a agi, leccornie e servilità, solo i mal informati insistono su un brutale rimpasto sentimentale voluto da Lui. Il magistrato a cui sarebbe affidato il delicato incartamento della separazione è stato appena nominato ad un alta carica (cui peraltro aveva perfettamente diritto). L’unica cosa che ha fatto strizzare gli occhi è stata la presenza di Sarkozy all’insediamento: per la prima volta nella storia della Repubblica. Non sono solo come si vede i cincischiamenti del «gratin» del «Tout Paris». Intersecate da perentorie richieste di anonimato, conferme vengono sussurrate dagli stessi funzionari di Palazzo. Ebbene, poiché tutti sanno, come spesso accade in Francia, nessuno scrive. Si attende la conferma ufficiale, il bollettino dell’Eliseo. Si utilizza, semmai la singolare soppiatteria di «sbiancare» le notizie come si fa con il denaro sporco, facendole cioè transitare nei blog e nei giornali stranieri, meglio se svizzeri. E poi si pubblica, ma come «quasi notizie». Diamine son cose private, renderle note sarebbero abusi della libertà di stampa. Sono gli stessi giornali che hanno sottoposto ai francese a una overdose di Cécilia, che prestavano volenterosa pagina quando il presidente la somministrava in dosi massicce: con il panegirico della famiglia perfetta e allargata, ricomposta sotto il confortevole tetto dell’Eliseo, dove lei salva le vite delle bulgare e lui le saccocce dei francesi bucherellate dalla crisi economica. Nell’era della telenovela politica che Sarkozy ha ispirato, creato e prodotto, di colpo si è passati dall’esibizionismo al pudore. Ma se fosse un’altra svolta del copione sarkosista? Il «sono uno di voi» è uno dei principali strumenti di seduzione presidenziale: anche il guaio del divorzio così diffuso e umanissimo può andare bene. E poi dopodomani è in programma il primo grande sciopero della sua presidenza, per difendere le pensioni. Non sarebbe il momento giusto per saturare le gazzette con l’annuncio tanto atteso e doppiare il capo delle tempeste? Già: chi si occuperebbe ancora del rancore di marittimi e ferrovieri? Stampa Articolo