Corriere della Sera 16/10/2007, 16 ottobre 2007
ARTICOLI SULL’APERTURA DEL CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE DEL CORRIERE DELLA SERA (16/10/2007)
FABIO CAVALERA
Hu Jintao: «Troppo alti i costi umani del boom». PECHINO – «La nostra è una missione sacra...». Hu Jintao spiega il futuro della Cina e del «socialismo di mercato», mette i puntelli alla strategia che definisce del «go global», dell’andare verso la competizione, verso lo «sviluppo scientifico e sostenibile », verso il mondo. Va da sé che se la Cina «si isola dal mondo non progredisce» ma, pure, è ormai sicuro che «il mondo senza la Cina non può godere di prosperità e di stabilità».
La retorica e l’orgoglio di questa Cina che corre e condiziona il pianeta, che si dà l’obiettivo di quadruplicare il reddito pro-capite entro il 2020, sono il motivo dominante del diciassettesimo congresso comunista. Il segretario generale legge 58 cartelle, due ore. Una grande falce e martello galleggia sullo sfondo della sala. Delegati in grisaglia scura manageriale, professionisti delle imprese pubbliche e professionisti della amministrazione, signorotti locali, un drappello di imprenditori, una pittoresca rappresentanza di minoranze etniche, qualche vecchio con la giacca chiusa al collo che fu la moda di Sun Yat-sen ma che si trasformò nella divisa di Mao, i militari in alta uniforme. L’universo comunista del ventunesimo secolo.
Hu Jintao era considerato un «progressista». , piuttosto, un moderato che protegge il Dna del comunismo cinese, adattandolo ai tempi e alla situazioni. Enfatizza: «Non dobbiamo dimenticare da dove arriviamo...». L’oggi della Cina significa un Paese più ricco ma pieno di problemi. «La nostra crescita economica si è realizzata a costi umani e ambientali eccessivamente elevati, è necessaria una correzione». La ricetta per il domani funziona così: la Cina degli affari proseguirà sulla via delle riforme e della innovazione tecnologica (la vera grande scommessa su cui investire); la Cina della politica viaggerà invece e ancora per molto tempo sul treno della conservazione e dell’autoritarismo, avrà (nelle intenzioni) un partito comunista meno corrotto, meno burocratico, meno «formalista», più giovane, più istruito, con qualche iniezione (insignificante) di democrazia interna. Il sistema Cina non sarà affidato a un governo di despoti senza legge ma a un imperatore (il partito con un monarca al suo comando) che si muoverà all’interno di un recinto di regole giuridiche modellato a pennello allo scopo di legittimare il suo potere intoccabile e indiscutibile, per nulla disposto ad aprire qualche varco di libertà civile, eppure concentrato sulla missione di garantire «armonia fra gli uomini e fra gli uomini e la natura».
una summa teorica ad altissimo rischio: un po’ Marx e un po’ Adam Smith. Un po’ Lenin e un po’ Schumpeter. Un po’ Mao e un po’ Keynes. Un po’ Deng Xiaoping e un po’ Confucio. Con Marx, Lenin, Mao e Deng supercitati maestri di pensiero e di linea. Con Smith, Schumpeter, Keynes e Confucio lasciati nascosti fra le righe. Come sarà possibile tenere assieme tutto ciò è una sfida al pensiero classico di ogni tempo. Il cocktail potrebbe divenire un veleno mortale persino per un partito di 73 milioni di iscritti che presenta dietro le quinte divisioni profonde, con le fazioni in competizione permanente, in bilico fra desiderio di egoistica ricchezza e rimpianto di un appiattimento che assicurava protezione sociale. Rampanti scalatori, riformisti, conservatori. Vince alla fine la tecnocrazia degli ingegneri di lungo corso, degli Hu Jintao, che si mobilita per modernizzare il Paese nel solco segnato da Deng Xiaoping. I comandamenti sono: stabilità e ordine, equità e giustizia, onestà e fraternità, vigore e armonia. Hu Jintao giura anche: "Dobbiamo rispettare e salvaguardare i diritti umani" (chissà quando). L’obiettivo è lo sviluppo attraverso il mercato ma le basi della strategia restano la politica di apertura e "i principi cardinali, che sono la pietra angolare per la sopravvivenza del partito e della nazione".
Vale a dire: la dittatura democratica del popolo, la leadership del partito comunista, la rotta del socialismo, il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong. La "missione sacra" indicata da Hu Jintao ha tutte le ambiguità e le contraddizioni della Cina postmaoista: riforme economiche senza riforme politiche. Perché il partito, pur con i "comportamenti disonesti di pochi suoi leader" deve restare l’unico motore del sistema, il totem della società cinese.
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BILL EMMOTT
SENZA EREDI. La nazione più popolosa della Terra, che tra vent’anni potrebbe diventare anche la massima potenza economica mondiale, convoca il Congresso del Partito comunista al governo.
L’evento si tiene solo una volta ogni cinque anni. Ebbene: ci si aspetterebbe un avvenimento di grande risonanza e di straordinario coinvolgimento. Invece il Congresso si svolge per lo più a porte chiuse e le conclusioni che ne vengono tratte risultano solitamente incomprensibili. I temi sui quali possiamo sperare di farci una qualche idea sono essenzialmente tre.
Il più semplice dei tre argomenti riguarda la successione alla guida del partito. Hu Jintao, il presidente in carica, terminerà il suo mandato nel 2012. Il successore dovrebbe diventare membro del Comitato permanente del Politburo, il massimo centro di potere in Cina, nel corso di questo 17?Congresso del Partito comunista della Repubblica popolare cinese. In Occidente, solo i conoscitori avranno mai sentito nominare l’uomo designato alla massima carica del partito, pertanto il suo nome non ha nessuna importanza. Ben più rilevante è la questione se vi sarà un unico successore, chiaramente designato, oppure due uomini che si contenderanno il posto. All’apertura del Congresso, correvano indiscrezioni che vi fossero due contendenti – per l’esattezza, tali Li Keqiang e Xi Jinping, entrambi dirigenti provinciali. Se le voci non verranno smentite, questo fatto è significativo perché dimostra che Hu Jintao non è riuscito a tenere ben salda la situazione nelle sue mani e pertanto si annuncia una lotta di potere all’interno del partito nell’arco dei prossimi cinque anni.
Questa debolezza del presidente Hu avrà ripercussioni sulle altre due questioni che rivestono un interesse particolare per gli occidentali in questo Congresso. L’economia cinese, in rapida crescita, ha prodotto un enorme saldo attivo della bilancia commerciale e dei pagamenti, equivalente a oltre il 10 per cento del prodotto interno lordo, un tasso superiore persino a quello raggiunto dal Giappone negli anni del suo favoloso sviluppo. La causa va ricercata nella disponibilità dei capitali e nell’enorme incremento degli investimenti. Di conseguenza, l’Occidente è assai irritato non solo per quel che riguarda gli scambi commerciali, ma anche per la risalita dell’inflazione – cosa che riveste una maggiore importanza politica in Cina. Il presidente Hu e il suo primo ministro, Wen Jiabao, da più di due anni invocano un rallentamento dell’economia nei loro discorsi. Ma non sono riusciti nel loro intento. Troppi elementi del partito, specie nell’amministrazione provinciale, vogliono incoraggiare una rapida crescita.
Tuttavia, se non riusciranno a tenere a freno la crescita, si aggraverà il problema dell’inflazione (oggi al 6 percento) e all’estero si acutizzerà il risentimento per il saldo attivo della bilancia commerciale cinese e la svalutazione della sua moneta. Pertanto sia il presidente Hu che il premier Wen tenteranno ancora una volta di far approvare dal Congresso quelle misure in grado di riportare l’economia sotto controllo. Sarà difficile capire se ci riusciranno, ma potrebbero trapelare alcuni indizi.
Il tema finale fornirà forse qualche suggerimento, e questo riguarda l’ambiente: l’inquinamento in Cina è causa di un numero sempre crescente di decessi e sta provocando sempre più proteste da parte della popolazione. Le leggi varate dal governo contro l’inquinamento sono ottime, il problema è che non vengono applicate e i poteri delle principali agenzie di tutela ambientale sono assai deboli. Il motivo, come già accennato, va ricercato nelle amministrazioni provinciali, che favoriscono una crescita rapida a tutti i costi, fonte di immediata ricchezza, mentre invece il contenimento dell’inquinamento potrebbe frenare la loro corsa.
L’inquinamento, come l’inflazione, rappresenta anch’esso una minaccia politica alla sopravvivenza dello stesso partito comunista. Pertanto è possibile che, pur non riuscendo a imporre il suo successore e dovendo accettare una competizione per la nomina al vertice del partito, il presidente Hu potrebbe forgiare attorno a sé un consenso per introdurre nuove misure in grado di controllare la crescita economica e di far rispettare la normativa a salvaguardia dell’ambiente. Se i delegati al Congresso si esprimeranno pubblicamente sui problemi ambientali, questo potrebbe essere l’indizio che il presidente è riuscito nel suo intento.
Altri problemi verranno discussi, ovviamente, sia tra i delegati che tra gli osservatori: la situazione di Taiwan e della Birmania, le riforme politiche interne, il divario tra la ricchezza delle città e la povertà delle zone rurali. Si tratta di tematiche molto delicate sotto il profilo politico, pertanto la dirigenza del partito non sarà disposta a far filtrare all’esterno i segreti del dibattito congressuale. La successione alla guida del partito, l’economia e l’ambiente: sono queste le tematiche da seguire, durante la settimana dei lavori del congresso cinese.
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FABIO CAVALERA
L’avvertimento a Taiwan: «Il futuro è l’unione, pacifica».
PECHINO – «Tutti i Paesi, piccoli e grandi, ricchi e poveri sono uguali. Noi non imporremo mai la nostra volontà». La politica internazionale della Cina – dice Hu Jintao – è orientata alla soluzione pacifica dei conflitti e si fonda su tre principi: no all’egemonismo americano, no alle interferenze negli «affari interni» degli altri Stati (il che significa che la Cina non rivedrà le sue relazioni con Sudan e Birmania le cui politiche appartengono alla sfera degli «affari interni»), dialogo con le nazioni sviluppate. La modernizzazione delle forze armate è un obiettivo in chiave difensiva «per tutelare la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale della Cina». Taiwan ne è parte irrinunciabile. «Non permetteremo che qualcuno separi Taiwan dalla madrepatria». Hu Jintao ha lanciato un «appello solenne»: «Discutiamo la fine formale delle ostilità e raggiungiamo un accordo di pace...».
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L’INTERVENTO
ALBERTO MELLONI
IL VATICANO E LA CINA. La breccia nel muro. La consacrazione di Padre Giuseppe Li Shan a vescovo cattolico di Pechino, avvenuta il 21 settembre scorso, segna uno dei più grandi successi della diplomazia vaticana degli ultimi vent’anni. Un successo che carica di grandi responsabilità chi l’ha ottenuto, cioè quella Segreteria di Stato il cui avvicendamento di vertice è stato completato nell’estate con scelte fra le più decisive del pontificato di Benedetto XVI e della «politica » che esso esprime.
Da noi si tende a credere che la «politica vaticana» sia soprattutto la partita nella quale lo Stato e la chiesa si contendono o concedono spazi controversi, incerti sorrisi e confuse proteste. Il che rende invisibile l’orizzonte più ampio su cui si muove quella «politica» più grande e globale della Santa Sede, di cui essa afferma puntigliosamente la diversità, ma che transita per definizione sulle stesse strade dell’altra. Lì, nel groviglio degli interessi ad essa più estranei, la chiesa ha imparato a fare della pace la sua bussola, poi a esercitare la pazienza eroica del dialogo (quella che ha permesso l’ascesa di un polacco al trono di Pietro). E ora, con questo successo cinese (nell’anno del Congresso del Pcc, iniziato ieri), a preparare politicamente il terreno per sfide nuove. Da decenni, infatti, i rapporti con la Repubblica popolare erano impantanati su
una querelle politica, divenuta quasi uno scisma. Fin dall’inizio degli anni Cinquanta la «nazionalizzazione» del cielo imposta dai comunisti aveva preteso che le religioni organizzassero la loro autonomia di governo, di sostentamento e di predicazione. Venivano da qui le associazioni nazionali di fede e poggiava su questa linea la lotta della repubblica popolare contro il Fandigang (la fonetica cinese del Vaticano), contro i suoi preti e contro i suoi missionari, ricambiata da condanne solenni. Una storia di repressione sapientemente dosata dal partito comunista puntava a separare gli incarcerati, gli espulsi, i «rieducati» e i liquidati da quei cattolici che nell’agosto 1957 diedero vita all’Associazione patriottica dei cattolici cinesi. Questa divisione s’è concentrata da decenni nel momento della scelta dei vescovi: giacché il governo ha imposto che sulle cattedre rese vacanti salissero uomini graditi tramite elezioni «indipendenti » da Roma. Elezioni che per sé riprendevano prassi che erano esistite nella tradizione latina prima della Rivoluzione francese: fatte dal clero, come accadeva nei capitoli cattedrali; delegate ad assemblee di preti e popolo, secondo la prassi più antica; o connesse ad atti di fedeltà politica, secondo l’uso degli imperi cattolici. Elezioni inficiate però dal fatto che violavano la disciplina canonica moderna, secondo cui formalmente è il papa in persona che provvede alle sedi vacanti ed è comunque su suo mandato che tre vescovi possono fare di un cristiano un membro del collegio episcopale in modo non solo valido, ma anche lecito.
Questa prassi elettorale, che dava al partito comunista nelle sue varie stagioni uno strumento per decidere e dividere, è continuata lasciando a ciascuno la scelta fra lo sdegno e l’indulgenza; ma specie a valle della rivoluzione culturale è affiorato il fatto che c’erano buoni preti, in perfetta comunione con la chiesa tutta, che accettavano la consacrazione «patriottica » come un sacrificio per il bene dei fedeli. E sotto Wojtyla sono iniziati dialoghi sommessi o indiretti, dai quali sono emersi riconoscimenti e la nomina concordata fra Roma e l’associazione patriottica di Shanghai. Episodi che, anche a causa delle forti divisioni interne alle autorità cinesi, sono stati inframmezzati da impennate di tensione, da sgarbi, da equivoci e anche da qualcosa di più grave.
Qualche gruppo sperava che questo bastasse per tornare al muro contro muro, che conforta sentimenti e risentimenti diffusi dentro e soprattutto fuori la Cina. Invece la segreteria di Stato del cardinale Bertone e dei suoi sostituti monsignor Filoni e monsignor Mamberti ha gestito tutto con la necessaria sapienza. E così è arrivata la lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi di questa estate, l’atto politicamente più rilevante del pontificato fino ad oggi: talmente rilevante che pochi ne hanno colto la portata in Europa e soprattutto a Pechino. Ed la ora consacrazione riconosciuta di Giuseppe Li Shan, che fissa – per la sede della capitale e dunque potenzialmente per sempre – un precedente preziosissimo. Precedente che potrà essere contraddetto da qualche altra prossima nomina conflittuale e che carica di responsabilità tutti coloro che ne sono stati protagonisti noti o nascosti. Precedente che apre la possibilità di riflettere non solo sulle procedure, ma su come il cristianesimo possa confessare la fede in una cultura senza verbo essere. Tema vecchio di qualche secolo e che questo successo dalla «politica vaticana» di questi anni rende oggi più urgente e pensabile.