La Repubblica 16/10/2007, 16 ottobre 2007
ARTICOLI SULL’APERTURA DEL CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE DE LA REPUBBLICA (16/10/2007)
FEDERICO RAMPINI
"Così il Partito cambierà la Cina". PECHINO - Imponente lo è sempre, Piazza Tienanmen, la più grande spianata urbana del mondo: ma per l´inaugurazione del 17esimo congresso del partito comunista cinese diventa anche bella, sfavillante di decine di bandiere rosse che sventolano al sole sotto un cielo terso, cristallino, in un´aria frizzante come si respira di rado a Pechino. Lo sguardo bonario della gigantografia di Mao presidia l´entrata della Città Proibita, un´organizzazione militare perfetta ha allontanato il traffico perché i 2.200 fra delegati, ospiti d´onore e giornalisti scorrano velocemente nelle fauci del titanico Palazzo del Congresso nazionale del Popolo. Si respira l´eccitazione di una festa dagli accenti un po´ strapaesani: i delegati contadini si fermano prima di entrare per la foto-ricordo di gruppo; le donne delle minoranze etniche girano orgogliose nei costumi folcloristici. C´è perfino qualche monaco buddista in tunica grigia o arancione, perché il Pcc del XXI secolo vuol mostrare al mondo la sua tolleranza religiosa (ma ha appena annullato una conferenza col governo tedesco per punire Angela Merkel di aver incontrato il Dalai Lama).
Certo ne è passata di acqua sotto i ponti, da quando il primo congresso si riunì clandestinamente a Shanghai nel 1921 e aveva solo 50 membri, braccati dalla polizia. Oggi gli oltre duemila delegati rappresentano 73,36 milioni di iscritti. Più ancora dei numeri, la distanza dalle origini è misurata dal fatto che al 17esimo congresso partecipano ben 18 grandi imprenditori, tra cui sei "miliardari ufficiali" che figurano in testa alla classifica Forbes 2006 dei magnati del capitalismo cinese. All´interno, il palco è un altro tripudio di bandiere rosse gigantesche, lanterne rosse e pendagli dorati. Il comitato centrale al gran completo è schierato in tribuna, tutti in piedi per l´inno nazionale suonato dalla banda dell´esercito, e poi prende la parola Hu Jintao, il segretario generale che comanda la gigantesca macchina di potere.
Capelli tinti di nero lucido (solo noi possiamo scriverlo, sui giornali cinesi non è tollerata questa indiscrezione sulla vanità del leader 64enne), cravatta rossa con strisce diagonali blu verdi e gialle: e questo sarà l´unico tocco di fantasia, nelle due ore e mezza di relazione introduttiva letta senza cambiare una virgola dal testo prestampato. Le telecamere a circuito chiuso che proiettano sul grande schermo la faccia di Hu Jintao ogni tanto scorrono sugli altri capi importanti in platea. Lo zoom si sofferma spesso sul volto di Jiang Zemin, il predecessore in pensione, quasi che la regìa abbia avuto ordine di ricordare che la sua presenza qui non è casuale: il suo ex braccio destro è incaricato proprio dell´organizzazione del congresso, un segnale che il potere di Hu ha dei limiti.
Bisogna resistere alla noia, per intercettare nella relazione-fiume i passaggi in cui il segretario generale vuole imprimere il suo segno alla Cina del XXI secolo.
Ecco, la sua voce si alza di un tono: «Il tenore di vita è migliorato per la popolazione nel suo insieme, ma la tendenza a un crescente divario nella distribuzione dei redditi non è stata fermata. C´è ancora un numero considerevole di cittadini poveri sia nella città che nelle campagne, ed è diventato difficile rispondere ai bisogni di tutti». il cavallo di battaglia di Hu che vuole raffreddare il boom delle città più ricche, ma non riesce a imbrigliare le potenti lobby della grande industria e della speculazione edilizia concentrate sulle fasce costiere (e legate al clan di Jiang Zemin). «Aumenteremo gli investimenti nel risparmio energetico, per ridurre l´inquinamento dell´acqua, dell´atmosfera e dei terreni».
lo sviluppo sostenibile l´altra emergenza che si impone a Hu Jintao: il primo leader a governare una Cina che è diventata la principale fonte di Co2 nell´atmosfera terrestre. Promette anche «più diritti democratici» entro il 2020, una data quasi magica che il regime ha stabilito come l´anno-traguardo in cui la Repubblica popolare avrà raggiunto «una stabile sicurezza economica». Le democrazia come un lusso da ricchi, si direbbe. Del resto non la pensano proprio così, i cinesi? Il governo ha fatto diffondere dall´agenzia stampa Nuova Cina i risultati di un sondaggio sulle preoccupazioni principali della gente: ai primi posti ci sono il carovita (prezzi alimentari e delle case), l´insufficiente qualità dei servizi sociali (sanità, pensioni), le diseguaglianze. la conferma che i problemi socio-economici sono dominanti. Ma la "socialdemocrazia senza democrazia" che ha in mente Hu Jintao ha un limite evidente: i flussi di aiuti che da Pechino partono verso le campagne arretrate, finiscono per i nove decimi nelle tasche di una nomenklatura corrotta e rapace, protetta dalla mancanza di un´opposizione e di una libera stampa, dalla collusione di polizia e magistratura. E il nuovo capitalismo cinese, allergico alle regole, ha gli appoggi politici sufficienti per vanificare le promesse di risanamento ambientale. Tra i poteri forti nessuno dimentica l´esercito: il 13% dei delegati nell´immenso anfiteatro sono militari. A loro Hu promette una «modernizzazione accelerata» delle forze armate nei prossimi cinque anni. Finora il budget militare della Cina è solo un decimo di quello americano, ma cresce quasi del 20% all´anno, grazie ai 1.400 miliardi di dollari di riserve valutarie che fanno della Repubblica popolare lo Stato più «liquido» del pianeta. Hu Jintao lancia a Taiwan un simbolico ramoscello d´ulivo, invoca la riunificazione pacifica con l´isola ribelle. Tutte quelle divise verdi dentro il salone del congresso non devono essere uno spettacolo rassicurante, viste dalla piccola democrazia cinese separata da un braccio di mare.