La Stampa 16/10/2007, pag.17 FRANCESCO LA LICATA, 16 ottobre 2007
Cosa Nostra tra galera e Grand Hotel. La Stampa 16 Ottobre 2007. ROMA. Farà certamente discutere la posizione del giudice D
Cosa Nostra tra galera e Grand Hotel. La Stampa 16 Ottobre 2007. ROMA. Farà certamente discutere la posizione del giudice D.D. Sitgraves, di Los Angeles che ha respinto la richiesta di estradizione delle autorità italiane nei confronti di un mafioso del clan Gambino, motivandola con il rifiuto di consegnare l’imputato ad un regime carcerario simile alla tortura. Farà discutere perchè viene a sommarsi al dibattito già in corso, in Italia, sul famigerato «articolo 41 bis», il regime carcerario speciale riservato a mafiosi e terroristi. Un terreno di scontro che vede da anni impegnati opposti schieramenti: da un lato, ovviamente i difensori dei boss, che bollano come «antiumano» il regime speciale, dall’altro i magistrati impegnati nelle inchieste contro la mafia, che nel 41 bis, invece, vedono un irrinunciabile strumento per impedire ai boss di continuare a comandare dal carcere. Ma gli schieramenti non sembrano essere originati soltanto da «esigenze tecniche»: scuole di pensiero antitetiche si sono misurate in Parlamento in questi ultimi 15 anni. Una sinistra intransigente sul 41 bis e un’area di centrodestra garantista, con qualche eccezione, come il senatore Carlo Vizzini che anche sul giudice Sitgraves è andato giù pesante ricorrendo alle critiche sulla pena di morte (presente in alcuni stati Usa) e ai racconti provenienti dal carcere di Guantanamo. Per la verità anche la nostra Corte Costituzionale ha più volte fatto intendere di ritenere abnorme la carcerazione differenziata, per definizione contraria al principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Ed è anche per questo che le ultime due legislature si sono preoccupate di trovare giusta mediazione alle contrastanti esigenze: il rispetto della dignità del detenuto e la tutela degli interessi della collettività compromessi dai boss che, soprattutto nel passato, hanno usato il carcere come un Grand Hotel. Dura da 15 anni la «guerra del 41 bis» che mafiosi siciliani, camorristi, ”dranghetisti, boss della «Sacra Corona» e della «Stidda» (una costola deviata di Cosa nostra), combattono contro lo Stato. E’ talmente sentito, tra il popolo delle mafie, il problema del carcere duro, da essere stato inserito come punto qualificante del famoso «papello», cioè la carta delle richieste che Cosa nostra avanzò allo Stato quando tentò di intavolare la trattativa che prometteva la fine dello stragismo in cambio di benefici: l’abolizione dell’ergastolo, l’abolizione della legge sui pentiti, la restituzione dei beni confiscati, la revisione dei processi e l’abolizione della carcerazione differenziata. Una trattativa fallita, interrotta dalle bombe del ”93, ma mai chiusa, a giudicare dalle recenti indagini su strani movimenti nelle carceri che preluderebbero ad accordi per una «dissociazione morbida» dei capi mafiosi. Fino ad oggi, però, ogni tentativo di eliminare drasticamente il carcere duro non ha avuto molta fortuna. Qualche alleggerimento, però, è arrivato: è aumentata l’ora d’aria, il tempo della socializzazione; sono aumentati i colloqui coi familiari (prima uno al mese) e le regole sulla vita in cella e sulla possibilità di ricevere generi di prima necessità si sono fatte più permissive. Lo stesso numero dei detenuti al 41 bis è calato (certamente per effetto della stabilizzazione della norma, uscita dallo stato di emergenzialità), rispetto alla fine dei Novanta quando si è registrato il picco più alto (659). Era luglio del ”92 - a poche ore dalla strage Borsellino - quando il governo spedì 510 mafiosi a Pianosa e all’Asinara. Un blitz notturno riempì alcune navi di mafiosi che, non essendo ancora pronte le strutture isolane, funzionarono per qualche giorno da carceri galleggianti. Il progetto del 41 bis era stato studiato da Falcone quando era agli Affari penali del ministero della Giustizia di Claudio Martelli. A maggio il giudice venne assassinato a Capaci e, mentre gli esperti lavoravano ad un decreto sul carcere speciale, a luglio toccò a Borsellino. Da allora esiste il 41 bis, descritto da investigatori e magistrati come «strumento essenziale» per la lotta alla mafia. I mafiosi, infatti, per la prima volta si trovavano a scontare la pena «seriamente» (senza le lunghe soste in infermeria, senza poter tranquillamente dialogare con l’esterno, senza ricevere notizie dal resto dell’organizzazione) e non tutti dimostrarono grande capacità di resistenza. Arrivò l’era delle collaborazioni, tanto che per lungo tempo il 41 bis, nel linguaggio mafioso, venne definito come «la fabbrica dei pentiti». Risalgono a quell’epoca le proteste di quanti, detenuti e familiari, lamentarono lo sconfinamento del trattamento duro in veri e propri maltrattamenti. C’è voluta l’insolita mobilitazione degli stessi uomini d’onore per tenere alta l’attenzione sul problema. Leoluca Bagarella, cosa impensabile per un boss mafioso, il 12 luglio del 2002 lesse un proclama dal carcere dell’Aquila e, per la prima volta, denunciava che i patti non erano stati rispettati. Poi una stilettata a «quei parlamentari che occupano gli alti scranni» incapaci di cambiare lo stato delle cose. Ma la più eclatante delle proteste avvenne allo stadio della Favorita, durante l’incontro di calcio Palermo-Ascoli dell’inverno 2002. Il popolo di Cosa nostra srotolò un enorme striscione, in curva Sud, che nulla aveva a che fare col tifo: «Tutti uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia». Non poteva essere più chiaro il messaggio, che - nello stesso tempo - offriva una buona dose di ambiguità. Come interpretare quel «dimentica»? Poteva trattarsi della semplice constatazione che il governo, non occupandosi del 41 bis, aveva dimenticato i siciliani. Ma c’era anche una interpretazione più maliziosa che smorfiava quel «dimentica» come una promessa minacciosa: «Scordati della Sicilia». FRANCESCO LA LICATA