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 2007  ottobre 16 Martedì calendario

Vito Taccone è morto ieri mattina ad Avezzano ( L’Aquila) per un infarto. Aveva 67 anni. Sergio Zavoli, ex presidente della Rai e inventore del Processo alla tappa, lo ricorda così

Vito Taccone è morto ieri mattina ad Avezzano ( L’Aquila) per un infarto. Aveva 67 anni. Sergio Zavoli, ex presidente della Rai e inventore del Processo alla tappa, lo ricorda così. S e si muore di infarto per l’accumulo di molte fatiche, di molti dolori, di molte passioni e altrettanti errori, questa morte è arrivata persino tardi, tanto era stata provocata. Vito Taccone non fu solo un grande «corridore abruzzese »: si misurò con gente come Gaul, Anquetil, Gimondi, Adorni, Motta. E alla loro corte poté stare non in punta di piedi, a voce bassa, a capo chino. Era uno di loro, punito da quel mistero che, per un pizzico d’imperfezione, non ha il segno pieno, sontuoso, del campione eccelso. Ma venne fuorviato, distratto, guidato dal bisogno di vincere, perché ogni traguardo era un vaglia da spedire a casa, un’altra cambiale da strappare. «Quando vedo il traguardo è come se mi preparassi a una rapina! Io sono condannato a vincere!» Non è stato sempre ciò che avrebbe voluto, si portava addosso un male antico, la privazione. Poi la generosità ha vinto, quasi sempre, su ogni cosa. Io conservo, vivissimo, il ricordo di questa attitudine a vivere, per così dire, in salita. Come quella volta che decise di vincere un campionato del mondo. «Anch’io, come tutti – mi raccontò – sapevo che esistevano le amfetamine, ma non ero portato a prendere quella roba, ero già abbastanza nervoso e sapevo dare tutto me stesso. Però, trattandosi di un Mondiale, dissi: prima o poi dovrò provare che miracolo fa questa roba! Eravamo in Francia, due francesi in fuga con me. Dietro, la Nazionale faceva il mio gioco. E allora mi decisi: la prendo! Detti una bottarella alla borraccia e bevvi tutto. Dopo un paio di chilometri vidi che mi si raddrizzavano i peli delle braccia, delle gambe… i due corridori in fuga con me cominciai a vederli sempre più piccoli! Dissi: ora che arriva questo strappo di salita mi alzo dalla sella e gli pianto i raggi in petto! Qui ormai è fatta, vinco di sicuro! Cominciavo già a vedere che mi infilavano la maglia iridata, immaginavo quello che dovevo dire al microfono, delle frasi bellissime! Dopo un altro paio di chilometri cominciai a strabuzzare gli occhi. A un certo punto non ci vedevo più e all’improvviso mi ritrovai contro un guardrail senza accorgermene. Poi, piano piano, andai all’arrivo, a tentoni, perché la lucidità non era più quella del corridore vero. Solo in albergo seppi che aveva vinto Janssen, con Adorni secondo. Sull’aereo di ritorno, mi cominciò nella testa un’euforia fantastica! Arrivati in albergo, presi l’ascensore e mi parve di andare in paradiso. Mi affacciai al balcone e mi sembrò di essere il padrone della città. Verso le 4 della notte incominciò la depressione. Riuscii per fortuna ad abbassare le tapparelle, perché mi veniva voglia di buttarmi di sotto! La mattina tornai con i piedi per terra e ricominciai a ragionare». Oggi mi è stato chiesto se Vito fu davvero il solo, grande attore del «Processo alla tappa»: con un solo, grande protagonista si mette in scena un monologo, non si fa agire un teatrino zeppo di cronache, confessioni, denunce, scontri, dibattiti, risse, momenti esilaranti, oppure di poesia, malinconia, delusione. Taccone era certamente il più pronto a entrare nello spirito del «Processo alla tappa», vi si dedicava usando se stesso come un regista, non come un interprete, si era talmente immedesimato nel ruolo che, nei giorni in cui non lo convocavo sul palco, non si dava pace: chi avrebbe mai potuto dire, con la stessa bravura, fantasia, enfasi, com’era andata questa o quella cosa? Ricordo quando, a 100 metri dal traguardo, si prese a colpi di pompa con Armani. Al «Processo» lo invitai a dire la verità su quel brutto episodio, e fu allora che raccontò come, vedendo il traguardo, perdeva il lume degli occhi, e vi si avventurava con la determinazione, persino la ferocia, di un manigoldo. Poi ci spiegò perché era "condannato a vincere".