Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 16/10/2007, 16 ottobre 2007
Un amico faceva giustamente notare al Piccolo Fratello (è la testata della rubrica sotto cui appare questo articolo - ndr) che nell’elenco dei Nobel della prima metà del Novecento manca gente come Proust, Joyce, Musil, Broch (Kafka pubblicò poco in vita, ma non valeva l’eccezione di un riconoscimento postumo?) e poeti come Rilke, Benn, Pound, Mandel’stam, Pessoa, Marina Cvetaeva
Un amico faceva giustamente notare al Piccolo Fratello (è la testata della rubrica sotto cui appare questo articolo - ndr) che nell’elenco dei Nobel della prima metà del Novecento manca gente come Proust, Joyce, Musil, Broch (Kafka pubblicò poco in vita, ma non valeva l’eccezione di un riconoscimento postumo?) e poeti come Rilke, Benn, Pound, Mandel’stam, Pessoa, Marina Cvetaeva. Si potrebbe aggiungere che il Nobel fu fondato nel 1901 e nel suo primo decennio avrebbe potuto premiare (o almeno tentare di farlo, visto il caratteraccio) Tolstoj prima che morisse. Basterebbero queste poche constatazioni per destituire di attendibilità il riconoscimento letterario più prestigioso del mondo. Sfogliando l’«albo d’oro» dei Nobel si rimane frastornati di fronte a certi nomi che sulle prime sembrano evocare mediocri terzini nordici o cassettiere dell’Ikea: Bjørnson, Gjellerup, Undset, Sillanpää… Insomma, è vero che il Nobel garantisce fama e denaro, ma altra cosa è la vera gloria, la cui sentenza, come diceva Manzoni, spetta ai posteri. Per esempio, c’è qualcuno che si ricorda del danese Henrik Pontoppidan? Certamente ricorderemo a lungo la bella immagine della vecchia signora Doris Lessing che tornando dal supermercato con le borse della spesa tra le mani come una nonna qualunque, trova la soglia di casa affollata di fotografi e giornalisti che le danno la notizia del Nobel, lascia tutto e si siede sugli scalini per rispondere alle domande. Dopo una candidatura pluridecennale andata regolarmente a vuoto, probabilmente non se l’aspettava più. Il suo nome circolava tra i favoriti sin dai tempi in cui beffò il suo editore inviandogli due manoscritti con lo pseudonimo di Jane Somers per vederseli rifiutare e dimostrare quanto sia difficile pubblicare per uno sconosciuto. Il rischio, per chi viene segnalato tra i papabili, è di passare ogni primo o secondo giovedì d’ottobre con il batticuore e di rimanere deluso per il resto dei propri giovedì. Pensate a Borges o a Luzi. Si può tanto fingere di alzare le spalle e dire chi se ne frega… Il Nobel, a differenza dello Strega e del Campiello, ti cambia la vita. Il peccato è che spesso, quando sei arrivato a esserne insignito, la vita da vivere è diventata breve. Non sempre, intendiamoci: Solženicyn è lì a godersi la palma dal 1970; García Márquez dall’82. L’islandese Halldór Kiljan Laxness ebbe il Nobel nel ’55 e morì novantaseienne nel 1998: se non ha proprio giovato alla sua fama, il premio sembra almeno averne favorita la longevità. Al contrario, Carducci nel 1906 aveva solo 71 anni e morì già l’anno dopo. E a Pirandello andò anche peggio. Comunque, se fosse per il Piccolo Fratello, già in sé irreparabilmente addolorato per la bocciatura del suo indiretto creatore, George Orwell, la lista dei candidati sarebbe molto diversa da quella divulgata. Ma è probabile che, come ogni tifoso italiano ha in tasca la sua formazione della Nazionale, ogni lettore che si rispetti abbia in testa i suoi sei-sette Nobel da far valere. Che non ottemperano a nessun criterio di opportunità geo-culturale e di correttezza politica. Sono «troppo» per essere premiati con il Nobel: forse per questo Kurt Vonnegut è rimasto un pio desiderio, irrimediabile come quello di Bohumil Hrabal. Forse per questo tra gli eterni candidati al Nobel non si trovano i nomi di Ballard, di Cormac McCarthy, di Agota Kristoff, di Kundera. E Stephen King? E Salinger e Pynchon? Non segnalati. Si spera che prima o poi arrivino i giovedì di Amos Oz, di Grossman, di Philip Roth. Ma il solito amico osservava che, salvo rare eccezioni (i Beckett, i Bellow...), gli scrittori «troppo » (troppo imprevedibili, indefinibili, incontentabili, inimmaginabili, ingiustificabili, immotivabili) non sono mai stati premiati. Per usare un aggettivo semplice semplice, forse sono troppo bravi per meritarsi il Nobel.