Antonia Jacchia, Corriere della Sera 16/10/2007, 16 ottobre 2007
Secondo Joachim von Braun, direttore dell’International Food Policy Research Institute, i costi della bioenergia, dovuti alla crescita dei bisogni, si ripercuotono sui generi alimentari e a farne le spese saranno soprattutto i più poveri
Secondo Joachim von Braun, direttore dell’International Food Policy Research Institute, i costi della bioenergia, dovuti alla crescita dei bisogni, si ripercuotono sui generi alimentari e a farne le spese saranno soprattutto i più poveri. «Senza progresso tecnologico e senza una regolamentazione basata su standard trasparenti, il mercato delle bioenergie, massicciamente sussidiato e controllato dai giganti del petrolio, dei cereali e delle automobili, provocherà entro il 2020 un aumento pari al 20-40% dei prezzi dei generi alimentari. Si tratta di un peso insostenibile per i più bisognosi. Basta pensare che molti vivono con 50 centesimi al giorno», mette in guardia von Braun. Dietro all’incremento del prezzo del grano del 100% negli ultimi mesi al Chicago Board of trade, c’è poi molto di più. C’è il crollo delle scorte di cereali, l’aumento esponenziale dei consumi in Cina e India, le avverse condizioni metereologiche che hanno provocato in Italia e Grecia un calo dei raccolti, i cambiamenti climatici che hanno tagliato le produzioni di Canada e Russia (i granai del mondo), la siccità che ha colpito Turchia e Siria. «Da 46 anni faccio questo mestiere e non ho mai vissuto una situazione così critica – dice Franco Castelli, amministratore delegato di Molino Ilario nel comasco ”. Noi stiamo soffrendo da morire. Tutte le settimane rincorriamo la pista del frumento, difficilissimo da reperire. Speravamo nel raccolto australiano ma la siccità lo ha quasi dimezzato. Da luglio a oggi il grano tenero è passato da 180 a 280 euro alla tonnellata». Pochi sanno che l’Italia è il più grande Paese importatore al mondo (produce circa l’1% del raccolto mondiale e ne consuma il 2%); che da un chilogrammo di grano si ricavano circa 740 grammi di farina e che il costo della farina incide dal 13 a un massimo del 20% sul prezzo del pane. Se ritocchi alle tariffe saranno necessari quelli sul pane non dovrebbero quindi essere eclatanti. Visto che la farina all’ingrosso negli ultimi tempi è cresciuta dell’11%. Ci sono altre voci poi che incidono sul costo finale del filone di pane, come l’energia, la manodopera. Ma anche gli affitti e i trasporti. Più alti nel centro città rispetto alle periferie. Alle stelle nelle metropoli del Nord rispetto ai piccoli paesi del Sud. Una cosa è certa: la michetta milanese costa e continuerà a costare molto di più rispetto alla mafalda siciliana. Tutte voci che peseranno nel giudizio dell’Antitrust.