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 2007  ottobre 10 Mercoledì calendario

Il vero sport degli italiani sembra essere quello di fare partiti, movimenti, liste elettorali o cose simili: alcuni non servono a niente, altri a chi li mette in piede, altri ancora per amarcord democristiano, comunista e socialista

Il vero sport degli italiani sembra essere quello di fare partiti, movimenti, liste elettorali o cose simili: alcuni non servono a niente, altri a chi li mette in piede, altri ancora per amarcord democristiano, comunista e socialista. In giro per le contrade guelfe e ghibelline ce n’è una miriade, per un totale parossistico di 155 sigle. La stragrande maggioranza sono sconosciuti microrganismi politici che si muovo invisibili nei comuni, si alleano tra di loro per fare «massa» e strappare qualche consigliere, assessore, favori, finanziamenti. Molti di questi microbi hanno pure un sito web e nomi di scarsa fantasia o da brivido come il piemontese «Movimento Ultima Speranza» e il calabrese «Patto Cristiano Esteso». Sopravvive a Firenze il Partito Leninista italiano, da non confondere con il napoletano Pc Marxista-Leninista. Si scinde l’Union Valdotain e nasce Autonomie Liberté Démocratie che alle Politiche ha portato al Senato Carlo Perrin. Nell’elenco per le consultazioni al Quirinale, dopo la minicrisi del governo Prodi del febbraio scorso, c’era anche il suo nome, insieme ad altri 20 gruppi parlamentari. Una processione che rispecchia la «vivacità» del nostro sistema politico che non smette di proliferare «grillini, brambillini e pardini» di cui parlava lunedì Luca Ricolfi su «La Stampa». A queste 21 rappresentanze parlamentari si sono aggiunti altri 14 neopartiti e movimenti. E fanno 35 in soli sette mesi. Dalla costola sinistra del nascente Pd che avrebbe dovuto «asciugare» la frammentazione, è nata la Sinistra democratica di Mussi e Salvi; dalla costola destra i «Liberaldemocratici» di Dini che di più preoccupano Prodi; da una costola non identificabile è sbocciata l’Unione democratica» dei senatori Bordon e Manzione che il premier ha dovuto incontrare a parte durante l’ultimo vertice di maggioranza. I socialisti di Boselli hanno preso pezzi di Pd (Angius, Grillini, Spini) mentre l’ex ministro Caldoro è rimasto nel ventre caldo di Berlusconi. La Rosa nel pugno aveva avuto la felice idea di mettere insieme socialisti, liberali, laici e libertari ma chi doveva comandare (Pannella o Boselli?) ha mandato tutti a gambe in aria. Estromesso dal «grande capo Marco», Daniele Capezzone ha pensato di veleggiare verso il centrodestra con «Network Decidere». Il senatore comunista Fernando Rossi in rotta con il Pdci si è dato ai «cittadini-consumatori». Poi ci sono le 3 Dc extraparlamentari. di questi giorni la nascita della Lista Civica Nazionale dei girotondini Veltri, Beha, Alagna, Pancho Pardi sulla scia delle liste locali con il bollino di Beppe Grillo. E’ il centrosinistra lo schieramento più massacrato e prolifico. Mentre dall’altra parte c’è stato la scissione subita da An con Storace che ha fondato «La Destra». Anche il centro cattolico è in fermento: ieri ha debuttato «Officina 2007», l’ennesimo partito voluto da Savino Pezzotta, ex leader Cisl e animatore del «Family Day». E’ un’area benedetta dal Vaticano e sulla quale vorrebbero mettere mano Casini e Mastella per coronare il sogno del «Centro» dalle mani libere. Sembra un Paese politicamente rappresentato fino al singolo individuo. «Quando abbiamo iniziato la raccolta delle firme a marzo», dice Giovanni Guzzetta, presidente del Comitato promotore del referendum che vuole dare un colpo di scure alla foresta partitica. «c’erano 22 partiti, quando abbiamo finito erano 27. Ora sono 34». E’ il finanziamento pubblico che fa gola: si entra in Parlamento eletti con una lista e dopo pochi mesi c’è la divisione dei pani e dei pesci. I partiti ogni anno intascano oltre 200 milioni di euro di rimborsi elettorali (in una legislatura fa 1 miliardo): in Francia 80 milioni, in Germania 133. Martedì scorso però è stato presentato alla giunta per il regolamento di Montecitorio una modifica che introduce regole più severe: vedremo quando e se l’approveranno. Stampa Articolo