Vari 15/10/2007, 15 ottobre 2007
TERZO GRUPPO DI ARTICOLI SULLA NASCITA DEL PARTITO DEMOCRATICO E L’ELEZIONE A SEGRETARIO DI WALTER VELTRONI (TUTTI DAI GIORNALI DEL 15/10/2007)
CORRIERE DELLA SERA
ALDO CAZZULLO
Giovanni Bazoli ha votato a Brescia, come aveva fatto nel 2005, senza rilasciare dichiarazioni. E, alla fine, Alessandro Profumo ha deciso di andare a votare alle primarie. In un primo tempo aveva detto che stavolta, dopo aver partecipato due anni fa alla scelta del candidato premier del centrosinistra, non avrebbe concorso a scegliere il leader del Pd: «Non intendo iscrivermi, non voglio avere tessere di partito». «Poi però – spiega l’amministratore delegato di Unicredit-Capitalia – è stato chiarito che il voto alle primarie non comportava l’iscrizione al Partito democratico. E ho deciso di andare».
Profumo non dice per chi ha votato. Ma qualche indicazione, comunque, la fornisce. «Le donne devono giocare un ruolo più forte in tutte le parti della vita pubblica italiana. Nelle banche, nell’economia, e anche nella politica». La moglie di Profumo, Sabina Ratti, sostiene la candidatura di Rosy Bindi. Ma, a chiedergli se non teme che lo si pensi influenzato dalla moglie, lui sorride: «Non mi disturba essere considerato il marito di Sabina. Preferisco così che vedere indicata Sabina come la moglie di Profumo...».
Le primarie al banchiere non dispiacciono. « un momento di partecipazione alla vita democratica del Paese, in una fase importante e delicata per l’evoluzione della politica italiana. un segno di passione civile: sono contento che si facciano, così come sono contento che nasca il Partito democratico ». Questo non significa per Profumo schierarsi o tantomeno militare: «Ma sarebbe stato strano chiamarsi fuori, visto che non ho mai nascosto che considero il progetto interessante», anche come modo di superare le divisioni ideologiche che nella sua visione continuano ad avere un peso preponderante nella vita pubblica italiana. A chiedergli un giudizio sui candidati, non si va oltre generiche dichiarazioni di stima: «Preferisco giudicare i processi, le strutture, che le persone. Quanto al temuto dualismo tra Veltroni e Prodi, spero e credo proprio che non ci sarà".
Quando, nel 2005, sia Profumo sia l’amministratore delegato di Intesa Corrado Passera – che ieri però non è andato a votare – avevano partecipato alle primarie dell’Unione, Silvio Berlusconi se n’era lamentato: "Il sistema bancario è in mano alla sinistra!". Profumo replicò indirettamente sia spiegando come le sue opinioni non si riflettano ovviamente sulle scelte strategiche della banca, sia chiarendo – in un’intervista al direttore dell’Indipendente Antonio Galdo, inquadrata nella serie "I moderati che vorrei" - che "con Berlusconi non c’è alcun fatto personale. Diciamo che Berlusconi non rappresenta quei valori, come il mercato e la concorrenza, che io considero fondamentali. E il conflitto di interessi è un punto chiave per una democrazia liberale". Profumo viene da una cultura cattolica, ha fatto lo scout, "sono cresciuto con un’idea forte della solidarietà: mi piacerebbe vivere in un Paese allo stesso tempo competitivo e solidale, e oggi la solidarietà è un valore più sentito nel centrosinistra che nel centrodestra". Però non ha risparmiato critiche alla formazione del Pd: "Vedo poca innovazione e molte pressioni dei vecchi apparati di partito". I modelli sono Clinton e Tony Blair, ma tra i leader al potere Profumo stima molto Angela Merkel ed è "incuriosito" da Nicolas Sarkozy. L’importante è rafforzare il bipolarismo e la scelta diretta dei parlamentari e del leader da parte dei cittadini: per questo ha firmato il referendum per abolire la legge elettorale e ha detto di avere "il terrore di un nuovo partito di centro. Considero il modello americano il più solido: garantisce la stabilità delle istituzioni, e nello stesso tempo assicura il ricambio dei gruppi dirigenti. Un presidente eletto se governa bene viene premiato, altrimenti va a casa". Lui ha sostenuto che non farà mai politica - "non ho il carattere giusto, mi piacciono più le decisioni rispetto alle mediazioni" - e che a sessant’anni (a febbraio ne ha compiuti 50) lascerà gli incarichi direttivi: "Ma alla fine in Africa non andremo né io, né Veltroni".
LA REPUBBLICA
EZIO MAURO
Non è solo un risultato politico straordinario, il voto che ha dato vita al Partito democratico ieri, con più di tre milioni di cittadini impegnati nelle primarie che hanno scelto Walter Veltroni come leader con una maggioranza schiacciante; ma è un segnale per tutti, al di là dei recinti di parte, che ci dice qualcosa di inedito e di imprevisto sull´Italia di oggi, qualcosa che va controcorrente e dunque merita di essere osservato con attenzione.
Il Paese, dice questo segnale, non è omologato ad un falso senso comune impastato con i materiali di un ribellismo antistatale borghese e proprietario da un lato, e di una protesta popolare nichilista dall´altro. Anzi. Se si apre lo spazio per una partecipazione nuova al discorso pubblico – nuova nelle persone, nel linguaggio, nei riti, nei contenuti – quello spazio viene occupato e dilatato, quasi rivendicato dai cittadini: che lo rendono simbolico e dunque immediatamente significativo dal punto di vista politico e persino culturale, distruggendo in un solo giorno la povertà del cortocircuito che trasforma la politica in vaffanculo, ma anche l´esibizione muscolare di piazze, minacce e sondaggi, che vede il confronto politico come pura prova di forza.
C´è infatti l´evidente ricerca di un barlume in fondo al grigiore di questi giorni, nella mobilitazione di un pezzo d´Italia per partecipare alla fondazione di un partito. C´è la voglia quasi disperata di un nuovo inizio. C´è la condanna per contrappasso di riti e giochi al massacro e al piccolo lucro politico – qui parliamo della sinistra – che disamorano gli elettori ad ogni rilevazione statistica, e sembravano averli consegnati al disimpegno, separandoli dal destino dei partiti, vecchi e nuovi, e dal loro divenire. Invece, e nonostante tutto, nel cosiddetto popolo della sinistra c´è ancora una disponibilità alla speranza, a ripartire e a riprovare, se soltanto si mostrano gli strumenti e gli uomini, i modi e le forme con cui tutto questo potrebbe, forse, accadere. Nel cinismo dominante di oggi, non era affatto scontato. In una formula, e prima ancora di parlare di politica, la giornata di ieri dimostra come per un pezzo rilevante d´Italia non si debba rinunciare a credere che il cambiamento è ancora possibile. Per la sinistra, non è una scoperta da poco, pochi giorni dopo il referendum sindacale nelle fabbriche, la sua partecipazione, il suo risultato e soprattutto il suo significato. Come scoprire di avere un popolo, e di averlo attivo e reattivo, dopo il timore – diciamo la verità – di averlo perduto.
Ma è per il Paese che questa riserva di fiducia e di partecipazione può contare. Perché può ridare respiro alla politica - tutta - e alle istituzioni, entrambe braccate. E perché separa la protesta di questi mesi dalla sua frettolosa definizione: non era antipolitica, infatti, ma richiesta di una politica "altra", radicalmente diversa. In questo modo, la ribellione può prendere la strada (la spinta) dell´impegno a cambiare, separandosi sia dai pifferi dei demagoghi che pretendevano di guidarla, sia dai tamburi dei populisti che speravano di dirottare il corteo. E sia, soprattutto, dai sospiri impazienti di chi da fuori pesava già le macerie politico-istituzionali, sperando in una nuova supplenza imprenditorial-terzista-professorale capace di forzare con alleanze da rotocalco la costituzione, il bipolarismo e i partiti.
E invece, ecco la parola "partito" che spunta da questa palude in parte spontanea e in parte interessata di disgusto per la politica, o almeno di disincanto e di lontananza. La cifra di qualità del voto di ieri, a ben vedere, sta nel fatto che non si votava per un premier, non si toccava l´intera platea di una coalizione, non si testimoniava una presenza al gazebo contro Berlusconi al potere, com´era accaduto alle primarie di Prodi e Bertinotti, con 4 milioni di cittadini-elettori. Questa volta è il richiamo di un partito che ha mobilitato più di tre milioni di persone, in un momento di governo calante, berlusconismo quiescente, partitismo languente. Com´è stato possibile? Perché non si tratta di un partito, ma di un partito-nuovo, come il New Labour annunciato da Blair all´inizio della sua avventura. Nuova la leadership, anche generazionalmente, nuovi i programmi, nuova la liturgia e nuovo soprattutto lo strumento di partecipazione diretta dei cittadini. In nessun Paese al mondo un partito moderno è nato dal coinvolgimento diretto di tre milioni di persone, e dalla loro scelta attraverso il voto. L´ultimo grande partito nato da noi – Forza Italia – è scaturito da una cassetta tv registrata, nello studio del leader proprietario, che tra un ficus e la scrivania annunciava di amare il suo Paese, nella solitudine elettronica del messaggio televisivo.
L´Italia non è così distratta da non aver percepito la differenza, e forse persino il suono drammatico dell´autenticità in quest´ultimo tentativo di reinvenzione della sinistra, dopo i ritardi tragici della sua storia, che hanno tanta colpa nelle sue sconfitte. E ha evidentemente percepito anche la novità della leadership di Veltroni, se l´ha consacrata con un consenso così alto proprio in una fase di caccia grossa all´uomo politico e a tutti i suoi simboli. Anche la competizione molto dura con Rosy Bindi e il confronto aperto con Enrico Letta, davanti agli elettori, hanno avuto il suono della novità. Ma Veltroni ha significato qualcosa di più, qualcosa legato al personaggio e al ruolo di sindaco di Roma: una sinistra capace di considerare le ragioni degli altri, un professionismo con tocchi efficaci di dilettantismo, dunque decifrabile e non distante, un linguaggio aperto a codici nuovi, un orizzonte non più ideologico e tuttavia mitologico, una propensione dichiarata all´innovazione, che oggi resta anche a sinistra l´unica rivoluzione possibile.
Si capisce da quanto abbiamo detto come da tutto questo Veltroni riceva oggi una forza del tutto inedita nel mondo politico italiano. La riceve non solo dai numeri, ma dalla forma con cui sono stati espressi, dall´inedita coppia leader-cittadini uniti prima ancora che nasca il partito, dallo spiazzamento generale per una testimonianza politica massiccia in giorni di crisi della politica. Ha un solo modo per non sprecarla: usarla. Capendo, prima di tutto, che è una forza di cambiamento, per il cambiamento. Dunque, continuando a cambiare, subito, a costo di strappare, come sarà inevitabile. Altrimenti, la speranza che si è riaccesa si spegnerà, perché è l´ultima. Quel barlume che s´intravede in fondo alla crisi è come una miccia accesa. Che ci spinge a cambiare, tutti, ma con urgenza, per salvare il Paese.
LA REPUBBLICA
ALESSANDRA LONGO
E´ FATTA. Non che ci fossero dubbi prima, ma adesso è fatta, adesso ci sono i voti di milioni di militanti. Walter Veltroni chiude la parentesi da candidato leader e si presenta con la corona sulla testa davanti ai cronisti. Alle 10.20 esce da una porta laterale, accompagnato da Dario Franceschini, il viso radioso, la moglie Flavia dietro di lui: "E´ successa una cosa bellissima. Un segno di grande speranza. Tre milioni e 300 mila persone hanno detto che c´è un´Italia possibile, nuova, serena, che non urla, che non odia, che vuole un cambiamento profondo nella politica e nel Paese. Voglio fare tre ringraziamenti: a Vittorio Foa, ai ragazzi di 16 anni, ai tanti immigrati regolari che sono andati a votare". Baci, abbracci, al Tempio di Adriano.
C´è Fassino, c´è la Melandri, Goffredo Bettini, Vincenzo Vita. Un momento di gioia politica, colonna sonora Imagine di John Lennon.
Tre milioni, una sorpresa che stordisce: "Ma quali apparati, hanno votato gli italiani. Se fosse confermato il 74, il 74 per cento per la nostra candidatura sarebbe un bel risultato. E qui voglio ringraziare gli altri candidati. Per me e Romano Prodi, questa è la realizzazione di un sogno. Ora comincia una meravigliosa storia nuova, un partito aperto, non un partito di correnti. Tante culture, tante sensibilità, un partito di donne, di ragazzi, di ragazze. Io sarò ottimista ma alla luce di quel che è successo penso che già oggi siamo il primo partito italiano. Tocca a noi parlare il linguaggio della pace, della lotta alla povertà. Un partito che sia a fianco degli imprenditori, dei giovani che cercano lavoro, dei meridionali oppressi dall´Antistato. Un partito che nasce con la più bella forma di investitura che sia mai stata data nella storia della politica".
Dunque "il sogno" si è avverato. Veltroni aveva scomodato per il suo Pantheon scaramantico Martin Luther King ("I have a dream") e Olof Palme, autore di una frase che lui ritiene nevralgica: "Non dobbiamo lottare contro la ricchezza ma contro la povertà". Una sfida alla sinistra depressa e piegata, autolesionista e "tafazzista": "Vedrete, domenica sarà una grande giornata per la democrazia, questo partito nasce per sconfiggere la paura e restituire la speranza". Tre mesi di campagna elettorale per convincere gli scettici che la fusione non era fredda ma calda, che si può passare "dalla divisione all´unità, dall´invadenza alla sobrietà, dall´arroganza alla collaborazione".
Adesso che è fatta, adesso che ha vinto, Wonder Walter può riprendere il dialogo con i suoi avversari, Rosi ed Enrico che, con la loro grinta verbale, lo avevano "amareggiato". Tutto perdonato, si lavora insieme. L´agenda del Pd è una pagina bianca di date ma la cornice dentro la quale si muoverà la nuova creatura è stata già tracciata da Veltroni. Sarà un "partito di popolo, di persone vere", assicura. Un partito che cerca una veltroniana quadratura del cerchio: mettere d´accordo lavoro e impresa, lotta alla povertà e sviluppo, laici e cattolici, Piergiorgio Odifreddi e la Binetti, signore di mondo come Afef Tronchetti Provera e giovani precarie del call center, un partito che include gli immigrati buoni, esclude e punisce quelli che compiono reati, dialoga con la sinistra radicale ma non a tutti i costi, prima viene il programma, la gestione dell´Italia. Roba da far tremare i polsi a chiunque ma lui si gode il giorno della vittoria, che è anche una rivincita.
Ha sempre detto: "Ho creduto alla prospettiva del Partito democratico anche quando pareva difficile, quando era considerata lontana e impossibile. Sapevo che dopo la caduta del Muro si sarebbe aperto un tempo nuovo, un tempo di ponti e non più di fili spinati". Ci ha creduto poi, però, non ha scelto il momento per scendere in campo. C´è stata un´accelerazione: "Mi sono guardato allo specchio e mi sono risposto che non avevo scelta". E´ partito e non si è più fermato, dal Lingotto di Torino a Palermo, dal Nord al Sud, da Barbiana di don Milani alla gita in aliscafo a Ventotene, per parlare di Spinelli. Non si è mai fermato. Si vede dalla faccia stremata dei suoi collaboratori. E adesso? "E adesso sarà ancora peggio. Walter non ha alcuna intenzione di dimettersi da sindaco e fa ridere che glielo chiedano quelli di An. Fini ha accumulato il ruolo di vicepremier, ministro degli Esteri e leader di partito. Walter ha una magnifica occasione: quella di dare risalto all´esperienza romana". Dunque continuerà a fare il sindaco e guiderà il partito ("Questa Ferrari me la sono conquistata pezzo per pezzo", aveva detto il candidato leader). Non contro Prodi, l´ha giurato ma, anzi, per sostenere l´azione di governo. Guardando, però, più in là perché i premier passano, il Pd, a questo punto, resta.
Che finisse così, con milioni di cittadini alle urne, lo sperava, senza dirlo. "Un milione sarebbe un successo. ". E´ andata molto meglio. Mentre Veltroni guardava le partite di basket da casa, arrivavano i dati dell´affluenza: "Sono entusiasmanti!". Un escalation di buon umore. Ma era già cominciata bene dal mattino, prima con gli sposini "benedetti" in Campidoglio, lui in fascia tricolore e abito blu, poi al seggio sotto casa, felpa blu e pantaloni di velluto, l´aria sollevata di chi ha finito di correre, la moglie Flavia, (che si affanna, seguendo le istruzioni del marito, a prelevare contante da un bancomat), le figlie Martina, 20 anni, e Vittoria, 17 anni, (al primo voto), che si tengono per mano. Tutti insieme al gazebo di piazza Fiume, cento euro finiscono nello scatolone delle offerte. Guardate che fila, quanta gente!". Tentano di farlo passare in testa ma il leader di un partito democratico non può che dire no: "Sto in coda, come tutti". Qualcuno gli chiede: "Cosa si prova a mettere quella croce? E lui: "Non è la prima volta che voto, ma quando si vota è sempre bello". Guarda il cielo azzurro, le figlie: "Oggi si realizza il sogno di tutta una vita politica". Agli sposi, di prima mattina, aveva citato una poesia di Gibran, quella dei due alberi "che devono stare tanti vicini da toccarsi ma anche separati per far passare il vento".
LA REPUBBLICA
ROMA - A tutti i potenti tocca avere un Gianni Letta di fianco. Walter ha scelto di affidare la cura dei suoi pensieri al miglior Gianni oggi su piazza. E Goffredo Bettini della politica predilige la sua parte misteriosa, la capacità di occultamento, la forza di resistere alla esibizione. "Io punto alle lunghe distanze, coltivo l´analisi dei fenomeni carsici nella società, non subisco l´eccitamento da attivista di partito. Mi piace la sobrietà, mi piace stare un passo dietro. Non ho bisogno dei giornali, non ho bisogno di andare in televisione. C´è la testa, e basta farla funzionare bene". Si può essere potente senza darlo a vedere. Bettini, naturalmente romano, è perfetto nel ruolo: dimesso, discreto, operoso. Ama le buone maniere, è amico di palazzinari e intellettuali, attori e industriali, gente di borgata e pariolini. L´immensa mole gli conferisce anche il senso straordinario della sua figura.
Cosicché mentre Walter gira Roma, corre di qua e di là, chiama e chiede; Bettini, fermo e scalzo, sdraiato e tranquillo nel salotto di casa fa due conti: "Il successo che si profila è tale da affidare a Veltroni un sovrappiù di autorevolezza. Gli conferisce una leadership dai colori luccicanti. Bisogna fare molte cose: alcune di esse prima delle altre. Fare presto e però fare bene". Fare subito. "Raccogliere i talenti scoperti durante queste primarie; metterli immediatamente in condizione di prendersi cura del partito democratico inteso come partito dei cittadini. Dove si abbia la percezione della macchina che lavora, che pensa e progetta. Disboscare la burocrazia correntizia, rendere chiaro il senso della superfluità di coloro che intendono la politica come luogo dove esercitare un comando tronfio, fatto di pennacchi, di tessere, di auto blu. Alla mancanza di idee non si supplisce con l´ufficialità dei simboli". Se Bettini dice quel che pensa, e se pensa che "molti nani ci siano in giro", tra qualche settimana molte saranno le poltrone nuove. Come nelle graduatorie degli insegnanti, avremo la possibilità di leggere i nomi dei perdenti posto.
"Il partito democratico non è sorto con l´obiettivo di una vita che ha termine in questa legislatura. Farà la sua parte con il governo, ma sarà libero di dire quel che pensa, nel modo in cui lo pensa e quando ritiene opportuno di rappresentare il suo pensiero. Detto questo: più Prodi resta in carica più aiuta Veltroni a rendere netto il suo obiettivo e ordinato il suo lavoro. Più tempo abbiamo davanti e meglio staremo messi". Parola di Goffredo Bettini. Piuttosto chiaro e piuttosto deciso.
(a.cap.)
LA REPUBBLICA
CONCITA DE GREGORIO
Alba Meloni che ha 82 anni, ricordi da staffetta partigiana, occhi azzurrissimi e un bel tocco al computer col mouse siede davanti allo schermo nella sezione ds Testaccio, clicca, apre un file. "Uguagliato il risultato delle primarie", dice la schermata. Lei sorride: "Il computer dà un sacco d´informazioni ma poi per sapere davvero le cose bisogna vederle coi propri occhi. Sono gli stessi, questi tre milioni, ma sono altri. Sono lo stesso numero, non sono le stesse persone. Io li conosco tutti, qui a Testaccio, in sezione ci sto da quasi trent´anni per strada ci chiamiamo per nome: oggi è venuta a votare gente che non avevo visto mai. Di quelli delle primarie ne sarà tornata meno della metà. Gli altri sono nuovi".
Sono gli stessi ma sono altri. Sono gli iscritti ma non solo. Sono di sinistra ma anche dell´altra sinistra. "Certo che ho visto anche gente della mozione Mussi". Sono di centro ma anche del centro che vota a destra. "Qualcuno sì, è venuto". Sono quella ragazza lì che allatta il neonato e dice "più che crederci ci spero". Sono il vecchio che "mi sono astenuto alle ultime tre elezioni ma ora ho deciso di dargli un´altra possibilità, alla politica. Non voglio morire qualunquista". Sono due fidanzati romanisti, lui riconosce Mario Brozzi il medico della Roma candidato per Veltroni. Quasi si commuove, dice alla ragazza "hai visto che abbiamo fatto bene a venire?".
Sono file di gente che anche all´una alle due sta in coda ai gazebo e toglie gli occhiali, alza gli occhi chiusi al cielo per sentire in faccia il tepore di quest´ultimo sole. Sono gli stessi ma sono anche altri, Alba Meloni ha ragione e d´altra parte lei che in tempo di guerra stava sui monti in tempo di pace nelle sezioni di partito come avrebbe potuto immaginare un giorno in cui milioni di persone avrebbero votato nei cinema e nelle librerie, negli antibagni delle bocciofile, nelle case sfitte occupate, alla fermata dell´autobus, in un negozio di targarughe e al ristorante? Fa una certa impressione tornare alla Taverna dei Quaranta, trattoria di vecchi amici e antichi giorni, e trovarci dentro accanto a nuove generazioni di coppie che mangiano involtini un tavolino trasformato in seggio, un paravento di cartone, la matitona verde, prego si accomodi, quanti siete? quel tavolo là, questa scheda è per le regionali questa nazionale, il vino al tavolo d´angolo. Filippo Bonsignori, 47 anni, analista informatico: "Vabbè è un ristorante, che problema c´è? Io anzi quando ho capito che dovevo venire qui mi sono deciso: avevo pensato di non votare, mi aveva fatto schifo tutta la trattativa sulle liste, sempre la solita spartizione di potere, fatevela da soli. Poi stamattina sono andato a vedere sul sito un po´ così per fare, ho scoperto che mi toccava il ristorante e mi ha fatto ridere, non so spiegarglielo, mi ha fatto allegria. Mi è sembrata una cosa pazzesca eppure normale, perciò sono venuto". All´Ambra Jovinelli, l´antico teatro all´Esquilino, c´è la fila fuori dalla biglietteria di donne col turbante, una di loro è scalza, uomini bruni che parlano tra loro lingue remote e che di certo qui dentro per vedere uno spettacolo a 25 euro non sono entrati mai. Passa Giovanna Melandri, candidata nel quartiere, con una pila di volantini scritti in cinese, in bengali, in indiano. Istruzioni per il voto. Una ragazza monumentale e nerissima dice a una tv che lei vota Letta "perché mi piace quel che ha detto degli immigrati". Un capannello di indiani sta un po´ discosto, quello che parla a voce più alta dice qualcosa nella sua lingua, si capisce solo il nome Bindi ripetuto ogni poco. Sono scene dell´altro mondo ma invece no: sono di questo.
Di sedicenni non se ne vedono molti. Quattro confabulano in Campo de´ Fiori, il più alto dice "noi non abbiamo la tessera elettorale perciò in teoria come fanno a sapere se votiamo anche due o tre volte?". Ma non si può, gli risponde un mingherlino. Tutti ridono. Nella sezione ds di via de´ Giubbonari si registra una certa propensione per Letta e un´affluenza, alle due, di cinquecento elettori: moltissimi. Al negozio di animali di via Barbiellini Amidei stravince Veltroni e si impenna tra gli elettori l´interesse per un nuovo tipo di collare antipulci con garanzia assoluta di atossicità. Al gazebo nel capolinea degli autobus di piazza Zama una coppia di anziani viene dirottata al seggio di appartenenza, l´International acting school. La che?, domanda smarrita la signora. Segue esibizione di cartina, indicazione della strada. E´ molto lontano, non potremmo firmare un foglio e dire che abbiamo votato qui? Consultazioni, sguardi ai due vecchietti: ok, eccezionalmente, compilate questo modulo.
Per quel che vale il colpo d´occhio ai Parioli l´età media dei votanti è più alta, pensionati in fila già alle otto del mattino. Al Portuense più bassa, bivacco di ventenni con sacchetti di Mc Donald. Al quartiere Monti, centro del centro, più affezionata: a tarda sera nella stessa coda Sandro Curzi consigliere Rai, Giovanni Bertolucci regista. Alla libreria Mondadori famiglie con figli bambini. Da Rinascita sotto Botteghe oscure ex ragazze quaranta-cinquantenni in abiti etno. In piazza Verbano coppie reduci dalla messa dei mattino, padri soli con figli da portare al ristorante, una soubrette tv irriconoscibile poiché in tenuta da giorno. Qui sembra favorita Rosi Bindi, molto popolare nei ceti medio alti a vocazione intellettuale. Uno psichiatra spiega che lui la vota "pur sapendo che vincerà Veltroni anzi proprio per questo: voto Bindi per dare a Veltroni un livello di frustrazione ottimale". Frustrazione ottimale, la necessaria dose di sconfitta che serve ai bambini per diventare adulti in condizioni di equilibrio. Una ragazza in jeans, studentessa universitaria, la vota "perché è l´unica che parla chiaro e pazienza se è cattolica, in fondo lei la legge sui Dico l´aveva fatta sono i Ds che non l´hanno votata".
Il tempo è scaduto, sono passate le otto. Giancarlo Ferri, presidente della sezione ex Pci di via Zabaglia, dice che "bisogna far finire di votare chi è già in fila, guardi quanti sono". Un cenno all´aspetto economico: "Abbiamo raccolto più di 500 euro a metà giornata. C´è gente che non avevo mai visto, è venuta a votare e ne ha lasciati trenta". La sezione è quella dove Moretti girò il suo celebre documentario sulle trasformazioni del Pci, "La Cosa". Dopo l´ultimo congresso si è divisa - fisicamente - in due. Alla sinistra di Mussi è rimasto il salone grande, quello con la foto di Berlinguer che ride. Ai Ds tre stanzette ora accalcate di gente. La capolista per Veltroni, Paola Concia, è in strada a fumare una sigaretta. Omosessuale, ha fatto tutta la campagna elettorale sui diritti. "La diversità non dà scandalo dà idee nuove", c´è scritto sui suoi volantini. "E´ stata dura, difficile. Anche dentro il partito, dico. Difficile. Però poi vede quanta gente è venuta. Gente vecchia, gente nuova. Gente anche diversa da quella che ci aspettavamo. Vedremo". Per ultima esce Alba Meloni col passo diritto dei suoi ottant´anni. "Benissimo, mi sembra, no?".