Vari 15/10/2007, 15 ottobre 2007
SECONDO GRUPPO DI ARTICOLI SULLA NASCITA DEL PARTITO DEMOCRATICO E L’ELEZIONE A SEGRETARIO DI WALTER VELTRONI (TUTTI DAI GIORNALI DEL 15/10/2007)
LA REPUBBLICA
UMBERTO ROSSO
ROMA - La carica dei tre milioni travolge conteggi e correnti. Risultato: la fotografia "a tavolino" dei rapporti di forza tra i partiti con tutta probabilità andrà riscritta. Ai nastri di partenza si erano presentati più o meno con le seguenti quote per il parlamentino del Partito democratico: Ds attorno al 50-60 per cento, Ppi sulla soglia del 30, Rutelli fra il 5 e il 10, Bindi e Letta almeno un altro 10 per cento. Tutto da rifare, o quasi alla luce dell´onda lunga dei votanti che spariglia le carte e i giochi della vigilia, nonostante le liste bloccate. Il conteggio sulle liste e sugli eletti alla Costituente, ancora a notte fonda, è in pieno svolgimento ma alcuni elementi del complicato puzzle si profilano (ed è già partito un primo giro di telefonate fra Fioroni e gli altri pezzi dell´ormai ex Margherita per una valutazione a botta calda). Aleggia il rischio-Ppi, ad esempio. Accreditata alla vigilia di almeno seicento eletti nel parlamentino, l´area di Marini e Fioroni potrebbe non cavalcare l´affluenza record, che si presenta come voto di opinione e meno legato agli apparati di organizzazione.
Con un possibile handicap dovuto anche alla specifica composizione delle liste. I popolari sono concentrati nel listone, la lista ufficiale numero uno. Praticamente assenti nella due, quella della Melandri, e nella tre, il cartello di sinistra per Veltroni. E cioè proprio le due liste che potrebbero incassare i consensi aggiuntivi: a volte casuali (gli elettori che vanno e votano una lista qualsiasi delle tre nel nome del sindaco), a volte più consapevolmente politici, nel senso dell´innovazione e della novità. Popolari con il fiato sospeso anche per l´esito di Bindi e di Letta. La prima, secondo le stime iniziali, con 180 suoi uomini nella Costituente, il secondo con 120. Ma, nel grande puzzle del nuovo parlamentino, un filo nel segno della comune storia può legare le truppe dei due ai popolari di Fioroni. Che appunto aspetta con ansia di sapere se la carica dei tre milioni ha finito per premiare (o meno) gli altri due competitor. Chi fa il pieno naturalmente è Walter Veltroni, proiettato su percentuali personali record, e che sia nei rapporti interni con D´Alema e Fassino che con l´intera Costituente, da domani in poi potrà far valere la legge dei grandi numeri. I suoi, appunto. Le truppe "sceltissime" del sindaco erano conteggiate in circa 250 delegati ma la cifra ora pare destinata a raddoppiare. Anche perché Veltroni farà la parte del leone nel "premio di partecipazione", una clausola prevista dal regolamento in caso di grande affluenza, e che porterà a 2800 i membri del parlamentino. Un blocco veltroniano che può numericamente tenere testa all´esercito dei dalemiani che, senza grandi clamori, si presenteranno in forze all´appuntamento del prossimo 27 ottobre, debutto del parlamentino del Pd. Qualche gradino più in basso i fedelissimi che hanno gareggiato nel nome del segretario Piero Fassino.
Sotto l´ala di Francesco Rutelli previsti invece fra 150-200 "costituenti". Scesi in campo a macchia di leopardo: alcuni nel listone, altri in liste proprie, qualcun altro ospitato in "casa" Letta o anche Adinolfi, a causa di un lungo braccio di ferro con i popolari. Tutte cifre stabilite a tavolino anche con l´imperativo categorico delle "alleanze" al vertice del Pd, niente maggioranze precostituite. Ma, anche qui, conti da rivedere. Con un tale successo politico e di numeri alle spalle, Veltroni ha in mano le redini. E si prepara a formalizzare, con una proposta inedita sulla nomina degli organismi dirigenti del Pd, la sua leadership sulle correnti.
LA REPUBBLICA
GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - Sono tanti, tantissimi. Ma non bastano. Sempre meno che alle primarie del 2005 e molto meno del totale degli elettori dell´Ulivo nel 2006 (12 milioni). Acqua fresca, allora, il boom del 14 ottobre? Non si direbbe, dalla reazioni di alcuni leader dell´antipolitica. Non sono loquaci come al solito. Forse ritroveranno la parola nei prossimi giorni, forse ci diranno se la piazza del Vaffa-day e la partecipazione di ieri possono trovare un terreno comune dove incontrarsi. Ma non oggi. Beppe Grillo è a Genova, si gode il pomeriggio leccando un gelato e guardando il mare. Sta con gli amici. Al telefono scherza: «Sono il fratello di Beppe». La voce però è inconfondibile. A Roma molti dicono che le primarie del Partito democratico sono la risposta all´antipolitica. Nel senso che la gente ci crede ancora. Ai partiti, al sistema. Da rivoluzionare, ma senza vaffa... «Dicono così? Sono prevedibili. Come i bambini», ruggisce il comico. Fine della trasmissione.
Un po´ poco per uno show-man capace di monologhi lunghi ore. Le primarie mandano un segnale anche a chi aveva perso tutte le speranze nei politici e nei partiti? I tre milioni hanno forse aperto il varco del dubbio nei trascinatori dell´antipolitica? Michele Santoro è stato accusato di cavalcare, con la trasmissione Anno zero, l´onda di Grillo, della condanna senza appello al Palazzo. Adesso dice soltanto: «Mi sono voluto tenere fuori da questa vicenda del Pd. Sono tre milioni? Buon per loro». Laconico e sarcastico. Parla invece, riflette Marco Travaglio, l´altro protagonista di Anno zero. «La partecipazione è grande, non ci sono dubbi. Io non trascurerei il milione perso per strada rispetto al 2005. Ma non sta qui il punto». Il punto, secondo Travaglio, è che siamo «all´ultima spiaggia, all´occasione finale. Se il tutto si riduce a un cambiamento di nome, questa massa di persone il Partito democratico rischia di pagarla cara. Potrebbe trasformarsi in un boomerang. D´ora in poi avranno milioni di occhi addosso». impossibile fare incontrare le due piazze, quella di Bologna e quella dei cittadini che sono andati alle urne, ai gazebi, ieri? «L´abbraccio è semplicissimo. Il V-day ha avanzato cinque proposte. Se il Pd le fa sue, quella piazza si svuota. Ma non mi sembra che il nuovo soggetto nasca per portare i valori della legalità in Parlamento o per fare la lotta alla precarietà o per migliorare l´ambiente. Prendete le battaglie di Grillo e trovategli una soluzione, questo mi sento di dire. Vedrete che di Grillo non ci sarà più bisogno».
Senza aperture di credito è la reazione di Pancho Pardi, girotondino, professore universitario a Firenze, ancora oggi sul piede di guerra rispetto alla politica del centrosinistra. «Sono sempre un milione meno che nel 2005», esordisce. Ma milioni di persone hanno dato vita a un nuovo partito... «Persone che sono andate a votare per eleggere un´assemblea costituente finta, la prefigurazione di una nuova classe dirigente che non è affatto nuova». Partito di apparati anche con tre milioni di aficionados? A volte i paladini dell´antipolitica sembrano spararla grossa. O perlomeno non fare i conti con la realtà. «Tra i votanti alle primarie non ci sono solo apparati, logico - ribatte Pardi -. Però hanno votato ciò che gli apparati gli hanno detto di votare. C´erano le liste bloccate, decise dai vertici, senza nessuna discussione preventiva. La preferenza libera è stata cancellata». A Pardi il Pd non piace. «Perché il suo progetto costituzionale è simile al progetto della destra: più poteri all´esecutivo. Non fanno i conti con la questione principale, l´anomalia italiana di Berlusconi. Dobbiamo toglierci dai piedi il monopolista della tv prima di dare più strumenti al capo del governo».
Travaglio non nega il successo, «ma ricordiamoci di quelli che oggi non sono andati ai gazebo e hanno snobbato la mega-campagna elettorale, il bombardamento mediatico sulle primarie». Dodici meno tre fa 9 milioni di cittadini rimasti a casa. un paragone possibile? «Qualcuno avrà annusato l´operazione verticistica di queste primarie - accusa Pardi -. E qualcun altro avrà capito che questo non è l´Ulivo. la somma di una parte dei Ds e di una parte della Margherita. Perciò non vedo tutta questa epopea». Piazza contro primarie, dunque: la partita non finisce qui. «I partecipanti al V-day nelle varie città italiane sono un numero di poco inferiore ai tre milioni di oggi», avverte Marco Travaglio. Irriducibili? Testardi? «Realisti - replica il giornalista-scrittore -. Le primarie danno un ottimo risultato, ma non posso dire se è sufficiente a risalire la china. La gente non ha perso le speranze, ma il Pd sarà davvero diverso dagli altri?».
Non ci crede Grillo che ai politici del Pd dà dei «bambini». Per lui il dialogo con la politica sembra davvero una chimera. Spiega Pardi: «L´antipolitica non esiste. Esistono modi diversi di stare in politica. Alcune battaglie sono tutto tranne che qualunquiste. Non credo che il Partito democratico saprà intercettarle». Ma il professore mette un piedino nel Pd. «Spero che il risultato della Bindi sia buono. Almeno vedremo un po´ di dialettica in questo partito».
LA REPUBBLICA
ANDREA GRECO
MILANO - Chi lo fa perché è amico. Chi perché ha il candidato in casa. Chi per farsi notare o ricollocarsi. Quasi tutti però votano alle primarie del Pd con passione e valori condivisi, e almeno in questo - come nelle file ai seggi - i grandi nomi sono simili alle folle. «Sono contento, le primarie sono un´espressione di passione e civiltà in un momento molto importante per l´evoluzione politica in Italia», dice Alessandro Profumo, numero uno di Unicredit che già votò nel 2005 e non nasconde la passione civica. Il banchiere non era orientato a votare, ma ieri aveva uno sprone in più: la moglie Sabina Ratti candidata per la Bindi. Proprio la moglie, dirigente Eni, lo ha convinto. «Le donne devono giocare un ruolo più forte nella vita pubblica. E non mi spiace, nell´occasione, essere considerato marito di». Profumo, però, non può aver votato la moglie, candidata in un´altra zona. Tuttavia, benché apprezzi Enrico Letta, la sua preferenza dovrebbe essere andata all´amico Gad Lerner, anche lui nella lista Bindi. Altro banchiere che ha votato in casa è Pietro Modiano, direttore generale di Intesa Sanpaolo e "marito di" Barbara Pollastrini, ministra in lista con Veltroni. Pure Modiano stima Letta, ma è arduo che il suo voto sia andato a lui. Non sono stati visti al seggio, invece, Giovanni Bazoli e Corrado Passera, al vertice della stessa banca.
In mattinata a Torino aveva votato Carlo De Benedetti, presidente del gruppo L´Espresso. «A fine 2005 - ha detto - auspicai che si andasse alla costituzione del Pd e indicai anche in Veltroni uno dei leader che avrebbero potuto realizzarlo. La mia presenza è conseguente a quel che ho detto e pensato. Spero vivamente che il Pd sia un elemento chiarificatore della politica italiana e ne metta in movimento il quadro». A Milano ha votato il petroliere Massimo Moratti: « un´iniziativa importante che risponde alla domanda crescente di un cambiamento del rapporto politica-cittadini». Anche per il presidente nerazzurro scelta obbligata: la moglie Milly corre per Veltroni. E poco male se si è sorbito una molto democratica fila di mezz´ora, chiacchierando. «Stare in fila è stata una bella esperienza, si respirava un´atmosfera antica, c´era molta volontà di dialogare». Con i Moratti c´è Afef Tronchetti Provera al seggio proprio con l´amica Milly, e che al posto dei 2 euro previsti ne ha offerti 100. «Sto con Veltroni, ha un linguaggio nuovo anche se è un veterano. Mi piace ciò che dice su immigrati e sicurezza».
Ai seggi anche gente di cultura, arte, sport. Come Gianni Morandi, per Veltroni: «Spero voti molta gente, come segnale importante per il paese». O il ginnasta Iuri Chechi, capolista a Savona per il sindaco di Roma. Fan di Veltroni anche Adriano Panatta, oggi assessore allo sport della provincia di Roma. Voto con riserva, invece, per l´astrofisica Margherita Hack a Trieste: «Ho votato alle primarie del Pd e ne vedo con favore la nascita, ma sono un po´ più a sinistra».
LA REPUBBLICA
FILIPPO CECCARELLI
I comizi di Di Vittorio, i sandali di La Pira, il Quaderno dell´attivista, il manuale Cencelli, i silenzi di Longo, le sfumature lessicali di Moro, il centralismo democratico, i caminetti dei capi corrente, l´energia di Enrico Mattei, l´umorismo di Giancarlo Pajetta, le sigarette russe dal lungo bocchino, le sciarpette bianche al collo di Scalfaro, il fico che si arrampicava nel cortile di piazza del Gesù, il posto di guardia della Vigilanza alle Botteghe Oscure, i pallori di Dossetti, i rossori di Berlinguer...
Ma c´è traccia, di tutto questo, nel Partito democratico? Ecco: boh. Forse bisogna davvero raspare sotto la patina delle litanie, delle frasi fatte, delle citazioni ad effetto, dei video di circostanza; forse bisogna farsi coraggio e scoperchiare i sepolcri del cosiddetto Pantheon per trovare qualche vestigia o i rimasugli delle due chiese secolari che oggi si sono fuse in questa specie di partito un po´ leaderistico, un po´ oligarchico, ma nato anche sotto la spinta di una autentica partecipazione.
Così viene da chiedersi se gli elettori si sono recati ai seggi condizionati dal ricordo di un mondo, anzi di due mondi che non ci sono più. Don Camillo e Peppone, il cappotto rovesciato di De Gasperi in Usa e l´elogio dello studio «a tavolino» di Amendola, le mani tra i capelli di Zaccagnini e il saggio di Ingrao su Charlie Chaplin, il festival dell´Unità e l´archivio di Andreotti, la dignità di Scelba con l´ambasciatrice Usa e quella pagata a caro prezzo da Terracini nei confronti dell´Urss, il cadavere di Guido Rossa e il perdono dei Bachelet. Cose dell´altro secolo...
Perché già era difficile, dopo la crisi del partito di massa, all´indomani del tracollo della Prima Repubblica, riconoscere qualche residuo segno di vitalità nell´esperienza post-comunista e tardo-popolare o democristiana che sia. Ma l´impressione è che in questa domenica sta per essere abolito anche il compito minimo che quelle due culture politiche si erano assegnate: perpetuare simboli, nomi, tradizioni, memoria, immagini.
Qualche mese fa sui muri di Roma sono comparsi dei manifesti del Pd che mostravano un invitante bicchiere con liquido arancione e una fetta di limone ornamentale. Era il classico cocktail e la scritta reclamizzava: «Democratic party». I dirigenti comunisti, da Togliatti a Natta passando per Bufalini, amavano il latino; mentre ai capi tribù democristiani, dai veneti ai siciliani, capitava spesso e volentieri di parlare in dialetto. Ma di quel poster non colpiva solo l´intonazione orgogliosamente pubblicitaria o il ricorso all´inglese, che del resto si ripete nel modo in cui taluni nei media chiamano gli aderenti al nascente partito: «democrats». E´ che «party», oltre che partito, vuol dire anche festa: e basti questa pretesa festevolezza a dimostrare come si sia rovesciata l´intera concezione della politica. E non si torna più indietro.
Dalle salamelle arrosto al cocktail gelato e virtuale si misura lo scarto tra il consumo gioioso delle tifoserie e l´impegno civico e penitenziale della militanza. Più o meno la stessa vertigine che separa la vecchia sezione dal volatile gazebo, la scuola-quadri dal talk-show o le antiche discussioni su laicità e confessionalismo dalle polemiche suscitate dall´intervento di qualche comico contro il Papa ai margini di un concerto.
C´è un salto culturale nel senso più epocale del termine. E´ tutto più veloce, anzi più fast. C´è un baratro a suo modo tecnologico nella caccia al Vip sviluppatasi in modo così pervasivo, con tanto di Alba Parietti e Califano, che perfino Pippo Baudo ha sentito il bisogno di denunciare i «giullari» del Pd.
E si capisce - è umano e in certa misura anche giusto - come i protagonisti si sforzino di collegare fili nella storia, o cerchino di stabilire parentele ed eredità, cercandosele pure all´estero, coltivando a volte una vera e propria retorica dell´incontro fra riformismi all´insegna della indispensabile continuità. Ma anche senza arrivare all´impietosa immagine di Guido Ceronetti - il Pd come «una grande illuminatissima vetrina di moda per esporre due o tre camicette con buchi prese da una discarica e un paio di vecchie pantofole affezionate ai piedi di una pensionata che si circonda di consunto» - ecco, anche senza evocare questa esposizione di vane reliquie il sospetto è che tutto, intorno al nascente Partito democratico, sia troppo e irrimediabilmente mutato. E ancora una volta lo si capisce più dalle forme che dagli enigmatici ed evanescenti contenuti del messaggio «democrat»: come se a travolgere e poi a seppellire le culture politiche dell´altro secolo, quelle che resero possibile l´anomalia italiana nell´aggrovigliatissimo contesto geopolitico della guerra fredda, fossero i volti stessi dei leader del Pd, i loro linguaggi, gli stili di vita. Così diversi, questi ultimi, non solo da quelli dei vecchi padri, ma anche dalle abitudini quotidiane dei loro odierni elettori, che però nel frattempo sono divenuti in massima parte contatti televisivi, pubblico non pagante, consumatori di spettacoli politici.
Perché sì, certo, le primarie. Ma «la politica ormai si fa così» diceva l´altro giorno alla presentazione in forma di talk-show della biografia veltroniana Il Piccolo Principe (autori: Marco Damilano, Maria Grazia Gerina e Fabio Martini per la Sperling&Kupfer) Massimo Micucci, uno che è cresciuto alla Fgci romana con Walter, ha lavorato con D´Alema a Palazzo Chigi e ora sta con Velardi a "Reti" e "Running". Ecco, sì: oggi la politica si fa (anche) rifiutando come Veltroni il faccia a faccia con gli altri candidati, ma andando a cena con Afef; o presentandosi, è il caso di Letta, come fan del Milan o giocatore di subbuteo; o smettendo come Rosi Bindi di vestirsi da novizia per indossare completini che la Stampa ha qualificato «look democrats».
Adinolfi si è preso lo sfizio di filmare col telefonino una riunione con Prodi; Gawronsky di presentare una lista tutta di cinesi. Cannoni spara-coriandoli e hostess sui palchi, aliscafi o catamarani ribattezzati "MotoPd", playlist giocherellone e a sorpresa, scioperi della fame, piacioni e lacrime a rotta di collo. Un ex comunista solitamente misurato come Sergio Chiamparino, sindaco di quella Torino che per quasi un secolo si è riconosciuta nella sobrietà operaia, si è augurato che il Partito democratico diventi «sexy».
Sono modalità che possono piacere o non piacere. Forse si adattano ai tempi, o forse esse stesse contribuiscono a costruirne lo spirito. Qualcuno le ritiene indispensabili e qualcun altro ha dei dubbi. Ma di certo non appartengono alla tradizione comunista o democristiana, quali milioni di italiani ancora le ricordano, sia pure a brandelli.
I funerali di Togliatti di Guttuso, la riforma agraria di Segni, l´asilo nido modello di Reggio Emilia, l´orologio donato dal Papa a Gedda dopo il 18 aprile. Senza sentirsene erede, il Partito democratico tributi onore alla Dc e al Pci che non ci sono più. «Onore a quanti in vita/ si ergono a difesa delle Termopili» recitano i versi di una poesia di Kavafis che il politologo Mauro Calise pose per primo a epigrafe della scomparsa dei partiti: «E un onore più grande gli è dovuto/ se prevedono (e molti lo prevedono)/ che spunterà da ultimo un Efialte/ e che i Medi finiranno per passare».
LA STAMPA
FRANCESCA SCHIANCHI
FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA
E’ sera inoltrata quando Walter Veltroni può parlare da leader. Né in pectore né futuro: è lui il capo del Partito democratico. Una vittoria che gli exit poll quantificano al 75.7 per cento (13.3 per Rosy Bindi e 10.8 per Enrico Letta) e che è consacrata da una mobilitazione enorme: oltre tre milioni di persone alle urne, ieri, lo hanno eletto segretario. Dietro di lui Rosy Bindi, che definisce la giornata «fondamentale nella storia di questo Paese», anche se da più parti il suo risultato personale è definito «insoddisfacente». E sorride a chi le chiede se farà il secondo di Veltroni: «Uno che correva per fare il primo poi non fa il secondo». E poi ancora Enrico Letta («un grande risultato, sono molto soddisfatto»), gli outsider Mario Adinolfi e Piergiorgio Gawronski (entrambi allo 0.1%). A mezzanotte, alla sala stampa di piazza Santi Apostoli ci sono tutti: i «maratoneti» che si sono sfidati, come li definisce con voce arrochita il premier Prodi, e lui, il Professore. Il presidente e il leader, fianco a fianco, e tanti big in platea, da Fioroni a Franceschini. Manca D’Alema, che manda solo uno scarno comunicato.
Ma la vera vittoria è aver portato ai gazebo, nelle palestre, nelle librerie, nelle associazioni culturali che hanno ospitato i seggi, un numero simile di elettori: «Una partecipazione straordinaria che esprime una grande domanda di cambiamento», commenta a urne ancora aperte Dario Franceschini, assediato dai giornalisti al quartier generale dell’Ulivo. «Sono contento tre milioni di volte», conferma il premier Romano Prodi. Altro che antipolitica. «Dobbiamo correggere tutti gli errori che ci sono da correggere ma senza politica un Paese non può vivere», dice il presidente del consiglio a fine giornata. Così forse proprio come risposta, gli italiani di centrosinistra hanno assaltato i seggi: un trionfo se si considera che furono 4 milioni e trecentomila a scegliere lui due anni fa, ma la coalizione includeva anche l’ala radicale.
Che la mobilitazione sarebbe stata massiccia lo si è capito fin dal mattino quando hanno cominciato a formarsi le prime file a Roma come a Milano, a Torino come a Verona. A mezzogiorno arrivano i primi dati: tra le 7 e le 11 oltre 600 mila elettori hanno espresso la loro preferenza, fa sapere con soddisfazione Maurizio Migliavacca, uno dei coordinatori: «Siamo fiduciosi che il risultato finale andrà oltre ogni più rosea aspettativa». Tra quei 600 mila ci sono già molti nomi del partito in costruzione: si presenta poco dopo le 11, al gazebo di piazza Fiume, il superfavorito Veltroni con moglie e figlie, in coda tra gli elettori («qual è la fila per votare?» chiede qualcuno disorientato dalle telecamere); vota prima delle dieci a Bari, insieme al sindaco Michele Emiliano, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema; poco più tardi a San Giuliano Terme il candidato Enrico Letta e a Bologna Romano Prodi, che prima sbaglia seggio poi lo raggiunge e commenta l’evento: «Finalmente ci siamo».
Nella tarda mattinata le schede cominciano a scarseggiare e alla fine in numerosi seggi si ricorre alle fotocopie; a volte sono i verbali a mancare. Al seggio di piazza Pio XI, nel quartiere Aurelio di Roma, è il costituzionalista Stefano Ceccanti, candidato in lista, a dover correre di persona a fotocopiare i verbali. I dati regionali sono alti ovunque già alle due del pomeriggio la «rossa» Emilia trascina il voto. Come rimarca il segretario dei ds Piero Fassino: «La tendenza è omogenea: un’affluenza grandiosa che si è registrata in Emilia e Toscana ma anche in Sicilia, in Puglia, in Veneto e Friuli», una partecipazione che, sottolinea, mette «la politica nelle mani dei cittadini». E carica di responsabilità i protagonisti del nuovo partito, ricorda il ministro delle comunicazioni Paolo Gentiloni: «E’ un risultato esigente: è una grande gioia, ma significa anche molta responsabilità nelle mani dei politici, perché le persone che hanno votato saranno molto esigenti». E alle otto di sera le urne non possono ancora chiudere: si consente di votare a chi già aspettava in coda. Nell’entourage di Veltroni sale l’eccitazione: a piazza di Pietra sfilano le «sue» star, Ettore Scola e Massimo Ghini, Pietro Terracina e il ministro Giovanna Melandri, l’europarlamentare Lilli Gruber. D’altronde, era ancora pomeriggio quando il suo portavoce, Roberto Benini, veniva fermato al seggio da un elettore: «Mi scusi, ma indossa due scarpe diverse». L’emozione gioca strani scherzi: e la notte è ancora lunga.
LA STAMPA
FEDERICO GEREMICCA
Ci vorrà naturalmente del tempo per capire se, quanto e come il nuovo Partito democratico e il suo leader Walter Veltroni - incoronato ieri così solennemente - riusciranno a far da motore per gli invocati cambiamenti di cui il sistema politico italiano ha ormai bisogno come dell’aria. Si può però intanto dire che l’operazione-primarie è stata conclusa con un successo del quale, per un paio di ottimi motivi, potrebbero beneficiare non solo i partiti (Ds e Margherita) protagonisti della giornata di ieri.
In primo luogo, si muove un passo deciso verso l’invocata semplificazione del sistema politico (e se un altro nella stessa direzione venisse compiuto anche dalla Casa delle libertà non sarebbe affatto male). Inoltre, il grande successo delle primarie aiuta a ridimensionare il cosiddetto fenomeno dell’antipolitica, aggiungendo i tre milioni e passa di votanti di ieri ai cinque andati alle urne nei luoghi di lavoro per il referendum sul Welfare e al mezzo milione sceso in piazza sabato dietro le insegne di Alleanza nazionale. senz’altro un buon segnale, visto che linguaggi e metodi da antipolitica (per non dir di peggio) stavano cominciando a contagiare perfino ex ministri ed ex governatori, come Storace, giunto a imperdonabili insulti nei confronti del Capo dello Stato.
Si è detto e scritto molto durante l’interminabile marcia verso il voto di ieri. Molte critiche, in particolare quelle provenienti dal centrodestra, erano legittimamente tese a depotenziare l’evento, ma l’evento stesso le ha spazzate via: difficile, per dirna una, che qualcuno vorrà ripetere oggi - di fronte a oltre tre milioni di elettori - che le primarie sono state una «faccenda di apparati», che avrebbero votato al massimo i famigliari dei candidati e che tutto era già deciso a tavolino. Ciò nonostante, non c’è dubbio che l’accusa più velenosa sia arrivata da alcuni degli stessi protagonisti della «gara» conclusasi ieri: intendiamo la denuncia di possibili brogli contestata ai sostenitori di Veltroni, ennesima prova di irresistibile passione verso l’autolesionismo che tanti danni ha arrecato all’Ulivo dalla sua origine a oggi.
Ugualmente bizzarra è apparsa la considerazione che la nascita del Pd avrebbe indebolito il governo di Romano Prodi: bizzarra (e propagandistica) fondamentalmente perché mossa da chi ha considerato defunto l’attuale esecutivo già due mesi dopo la sua nascita. Un governo morto si seppellisce, certo non può esser ulteriormente indebolito... E in ogni caso, il processo di logoramento della tenuta dell’esecutivo è certo determinato più da polemiche ed errori - come quello appena commesso con la modifica dell’intesa sul Welfare - che non dalla nascita di un partito che annuncia di voler contribuire alla sua stabilità.
In questo senso, al contrario, la questione andrebbe addirittura rovesciata: fino a chiedersi quanto l’attuale governo rischia di condizionare e indebolire la prospettiva del Partito democratico. Da questo punto di vista non c’è dubbio che il tema del rapporto con l’esecutivo in carica sia il principale problema che l’incoronazione di ieri consegna a Walter Veltroni. prevedibile che il leader della maggior forza di governo tenterà - e non per buonismo, ma per evidente interesse politico - di sostenere e rilanciare l’azione del governo di Romano Prodi; in ugual modo si può però ipotizzare che Veltroni non legherà le sorti del neonato Pd a quelle dell’esecutivo in carica, e sarà pronto a sganciarsene - pur avendo chiari i contraccolpi del fallimento del governo - quando il declino gli parrà inarrestabile.
Ma a Walter Veltroni - atteso con curiosità alla sua prima vera prova da «leader forte» - il popolo delle primarie chiede anzitutto un’altra cosa: che non vengano traditi l’entusiasmo e la passione che hanno animato la giornata di ieri. Nei commenti raccolti tra i cittadini in fila per votare, è questo il dato che emergeva con maggior nettezza: cambi il modo di fare politica, la riavvicini alla gente, lasci perdere i giochi di palazzo e ascolti le richieste che salgono dai cittadini. Malgrado tutto, malgrado gli scandali e le spese folli, i governi pletorici e i voli di Stato, c’è un’«Italia politica» che non intende né rassegnarsi né consegnarsi a Beppe Grillo. questa Italia, nel campo del centrosinistra, che ieri ha scelto Walter Veltroni, individuando in lui il migliore - se non l’unico - adatto all’impresa. Deluderla sarebbe grave, tradirla ancora peggio: forse l’errore fatale di una classe politica che ieri ha messo sul tavolo i suoi ultimi spiccioli di credibilità.
LA STAMPA
Le primarie sono state introdotte in Italia dal centrosinistra. Il primo caso di rilievo nazionale si è avuto il 16 ottobre 2005, sempre di domenica, quando l’Unione chiamò a raccolta il suo popolo per indicare il candidato premier. Si votò dalle 8 alle 22, in circa 10 mila seggi. I votanti furono complessivamente 4.311.149. Vinse Prodi con 3.182.686 voti, pari al 74,1%. Prodi prevalse su quattro segretari di partito e due esponenti indipendenti. In corsa c’erano Fausto Bertinotti che conquistò il secondo posto con 631.592 preferenze pari al 14,7%, seguito da Clemente Mastella con 196.014 voti (4,6%). In quarta posizione si classificò Antonio Di Pietro (3,3%). Dietro di lui arrivarono Alfonso Pecoraro Scanio (2,2%), Ivan Scalfarotto (0,6%) e Simona Panzino (0,5%).
LA STAMPA
Cento euro Walter Veltroni, a Roma, ma anche Afef Jnifen a Milano. Piero Fassino si è fermato a 50 euro, mentre 21 euro sono arrivati da Enrico Letta a San Giuliano Terme. Neanche un centesimo da Rosy Bindi, a Sinalunga (Siena), che si battuta per fare abbassare il contributo a un euro soltanto: si era dimenticata il portafoglio - coerentemente - e quindi al seggio si è fatta prestare l’obolo per il Pd. Il contributo minimo richiesto per votare, come noto, era un euro, ma molto elettori (compresi i candidati) hanno deciso di regalare qualche soldo in più al nascente partito. Così a Roma un’anziana con la pensione minima ha versato 20 euro, esortando i militanti del Pd a «fare qualcosa di buono». Singolare gesto di protesta del consigliere comunale di An a Roma, Luca Malcotti: pur di vedere Veltroni lontano dal Campidoglio è andato a votare per lui ed ha versato un euro.
LA STAMPA
JACOPO JACOBONI
IL Popolo della Politica, incredibile. Esiste. O gli antipolitici che per una giornata sono tornati a crederci. O qualcuno che passava di lì e deve essersi detto «perché no?». O chi ha pensato meglio, comunque fosse, andare, forse non è tutto già deciso; al limite qualcuno di centrodestra sorpreso dalla possibilità di dire la sua. O chi magari era in giro con fidanzata democratica, e come faceva a dirle di esser rifondarolo. O chi invece l’ha proprio voluto, non trovava il gazebo e ha girato il quartiere per scovarlo. Il tassista democratico Maurizio Giuliani («eh sì, so’ uno dei pochi tassinari de sinistra»), o chi ha fatto tardi dalla suocera ma poi ancora a sera era in coda, e ha costretto alcuni seggi a restare aperti, si votava ormai sulle fotocopie perché le schede erano finite.
Bar, ristoranti, bocciofile, teatri, librerie, studi di medici e avvocati, un negozio di scarpe, i gazebo per strada - alcuni peraltro imboscati, per esempio quello in circonvallazione Ostiense - oltre ovviamente a quel che resta delle sezioni di Pci e post, post-Dc: basterebbero i luoghi a capire che questa folla è interclassista, inappartenente, liquida. Però esiste. Se nella Bologna del V-day c’erano 50mila persone (più le 250mila internettiane), questi sono tre milioni. Metti anche che quattrocentomila siano ceto politico, e gli iscritti (ma se votassero tutti!) possono arrivare a un milione, resta un mucchio di gente che come si fa a considerare cammellata? Va a capire chi sono, che fanno, cosa li muove.
Precario democratico
In via della Magliana - quartiere della banda, del Canaro, del film con Kim Rossi Stuart - Ferdinando Tarquini, jeans molto calati, progettista web precario, uno che «Beppe Grillo è un grande», è appena uscito dal seggio 46. Che c’entra qui, queste primarie le hanno organizzate anche i Ds, quelli di Unipol, no? «Ma no, io ce l’ho con certi Ds, oggi però te fanno votà, vero? E allora vota. Devi votare, sennò non puoi mandarli affanculo se ti tradiscono». Anche senza lo show, e le risate.
Parrucchiera democratica
Il Popolo della Politica raddrizza un po’ lo specchio dei media, esiste una quantità imprevista di cittadini che dicono semplicemente «speriamo la politica cambi». La loro condizione post-ideologica emerge da cose come il lavoro che fanno, il lessico non politichese, persino le facce, a parte quelle dei militanti. Lo direste che una parrucchiera, categoria di solito ritenuta alquanto lontana dall’impegno, sbagli seggio e anziché rinunciare insista? Francesca Giussi - «piacere, Giussi Francesca» - alle quattro era a Testaccio, seggio di via Zabaglia col suo Scarabeo bordeaux, i pantaloni della tuta viola con le righe, il barboncino bianco tra i piedi sul motorino. «Ma lei deve votare a Ostiense». «Sì ma lì non c’è nulla...». «Il gazebo in circonvallazione». Uhm, okay, grazie. E via, riparte.
Aspirante attrice democratica
Che cosa aveva a che fare, poniamo, con Valerio, ricercatore a Brescia, fidanzata (Beatrice Bertini, non votante) a Roma, via di San Gregorio, o con Roberta e Giovanna, casa all’Aurelia coi genitori (ventiduenni, dunque non ancora catalogabili bamboccione), aspiranti attrici? Roberta fa la scuola di teatro alla Magliana, e la rappresentante di lista (bindiana) al Testaccio. «Ha votato un sacco di persone», dice. «E noi abbiamo controllato, sa com’è...». A metà pomeriggio, 350 lì, e quasi 200 in via Aldo Manuzio. Ma quello è un quartiere storico. Altri però no.
Democratico pariolino
In piazza Euclide non c’era solo Adriano Panatta con le Hogan blu. File no, ma Luca Cerini, neolaureato in economia, dice «guarda che non è più vero che i Parioli sono di destra». Mah. Risalendo verso piazza Fiume c’è il gazebo di Walter, con moglie Flavia e figlie. C’è anche un indiano, molto timido però; come al Testaccio c’era un cingalese di nome Maurice, collaboratore domestico, trentacinquenne, scappato alle prime domande. Perché, poi?
Democratico extracomunitario
C’è un seggio, all’Ambra Jovinelli, che per un giorno non è regno di Serena Dandini ma di Osman Lal, etiope, numero due nella lista per Letta, in testa il copricapo rosso e verde del suo paese. Dentro, più immigrati che italiani. Uno sta dicendo a tre amici: «Ho votato ma non credo che cambierà molto per noi». I più convinti parrebbero gli anziani, padri che hanno evidentemente visto altre fondazioni. Noi siamo i figli; quando ci siamo, dubitiamo.
Democratico pensionato
vs democratico famoso
Per i tantissimi vecchi, i sedicenni sono in effetti come i panda in Cina, quando li beccano gli scrutatori offrono pure il cappuccino. In via dei Giubbonari alle cinque hanno votato 500 persone, «superiamo il record delle primarie per Prodi». Quello messo peggio ha una trasmissione radio. Giovanni Minoli, papà della candidata Giulia, vota con tuta, sneakers consumate e maglione da marinaio azzurrino; Pino Corrias passa e vota, Anna Serafini si scioglie il foulard e vota. La signora Luciana, gioielleria in campo Marzio e «lontana cugina» del giovane Tobia Zevi, capo dei giovani ebrei, veltroniano, vota presumibilmente per W.V., mentre Giovanni Bachelet parlotta con un’amica («che paradosso, un comunista oggi si sente più rappresentato da Rosy che dagli altri»). Bene, in una fila di dieci signore, otto hanno i capelli azzurrini, anziane riflessive e accostumate. Il ventenne Enrico A., ex del Visconti, studente in giurisprudenza: « vero, non siamo tanti...; però non è che siamo antipolitici, molti dei miei coetanei non sono venuti perché votano Rifondazione...».
Democratici lettiani
Sono, in fondo, tribù; che hanno l’ebbrezza di fare la stessa cosa una volta nella vita, anche se non potranno mai frequentare gli stessi luoghi. I lettiani, spesso quarantenni, hanno magari luminosa casa in centro, fanno mestieri ora redditizi e pratici, ora teorici e speculativi. Francesco Antonioni, compositore, allievo di Azio Corghi; sua moglie Cinzia Ammirati, avvocato, che è anche andata a fare la scrutatrice.
Lo spot migliore però sarebbe Anna M., insegnante elementare in pensione, che ha votato W.V. in periferia, viale Ciamarra. Ora sta spiegando a un suo ex alunno di dodici anni che cosa è andata a fare, e perché.
LA STAMPA
ANTONELLA RAMPINO
ANTONELLA RAMPINO
ROMA
Grida di gioia attorno a Walter Veltroni, «ce l’hai fatta, Walter». No, «ce l’abbiamo fatta» risponde lui, «abbiamo fatto il primo partito d’Italia, a sostegno del governo Prodi», dice subito in quella che fu la sala delle grida della Borsa di Roma nel romano Tempio di Adriano. Abbracci, grida, e nemmeno una bottiglia d’acqua minerale con cui brindare. Inizio della lunga notte che chiude il Veltroni-day, le primarie sono andate benissimo, «siamo noi la risposta all’antipolitica» e «l’Italia è migliore di come la raccontano». Un voto che rivoluziona l’intero sistema polico italiano: «Lo schema della Cdl è vecchio e corrisponde ad una vecchia stagione politica italiana. finito il tempo delle alleanze ”contro”», dice il neo segretario. E subito Veltroni spegne i boatos di Palazzo, «io e Romano abbiamo un rapporto decennale e a prova di bomba», altro che «chiacchiere» di ricadute sul governo e sulla geometria che lo sostiene, «noi abbiamo tutto l’interesse al rapporto con la sinistra». E pure il dimagrimento del governo, «se Prodi vuole lo fa e lo sosterremo, e così pure se decidesse altrimenti». Del resto, con quei 3 milioni e 500 mila votanti, siamo a giusta distanza dalla soglia dei 3 milioni e 700 mila conquistati da Prodi alle primarie di un altro giorno felice d’ottobre, quello del 2005. Allora come oggi su quel voto pesò anche una reazione «contro» il centrodestra, come nei primi ragionamenti non sfugge allo staff del sindaco che individua nell’alta partecipazione anche una protesta contro il Fini-day sulla sicurezza, e contro la finiana richiesta di dimissioni del sindaco di Roma. Da oggi, col 76 per cento di quei voti, Veltroni è leader del Partito democratico.
Dunque, è il finale di un vero perfect day, come Veltroni lo definisce subito, per sé e per Prodi. «E’ una bella giornata, si realizza il sogno di una vita politica, un partito nuovo, aperto, fresco... Erano quindici anni che ci speravo» dice tutto d’un fiato a mezzogiorno, arrivando a piedi da Via Velletri al seggio di Piazza Fiume, tenendo per mano la diciassettenne Vittoria al suo primo voto, e la ventiduenne Martina ormai nota ai teleobiettivi.
«Walter, ci sono file ai seggi, sai?», sussurra a un certo punto Flavia Prisco D’Alessandro in Veltroni, quasi non credendoci, mentre lui sta continuando a dichiarare «...una grande festa della democrazia...». E lui, Veltroni, non si fida, politico cauto, prudente, chiede conferma al telefono al Comitato elettorale, «sì Walter, dappertutto ci sono italiani in coda per le primarie». Chiude il cellulare e dice solo «aspettiamo, vediamo», e poi via, scravattato e contento.
La prima telefonata al mattino era stata come sempre con Walter Verini, il biografo di Luciano Lama, il ragazzo che in un certo giorno del ”96 ebbe l’idea felice di farlo montare sul pullmann di Prodi. Ore 8 e 15, «che fai, dormi?». E invece il povero Verini esattamente come Romano Prodi e altri meno noti cittadini era semplicemente alla sua seconda coda, avendo sbagliato (regole farraginose, numero verde intasato, sito inaccessibile) il seggio. Dunque da subito Veltroni sapeva che avrebbe strappato il trofeo, quei 3 milioni e mezzo di voti che è tutto quel che serve per affrontare col sorriso il domani. Per cui, appena votato, una bella giornata ma in famiglia, irraggiungibile ai più, pomeriggio in poltrona davanti alla tivù per l’amato basket. Come sempre, commenta poi solo dati certi. E per farlo non va a Santi Apostoli, dove invece da Bologna si precipita Prodi. No, va alla sede (appositamente affittata) del suo Comitato. Non è serata da «Animula vagula, blandula...», come magari sarebbe nel temperamento riflessivo del ragazzo Walter. No, è una serata di grida di gioia in quella sala delle grida nel Tempio di Adriano. E solo poi di trionfale passeggiata verso la sede dell’ormai ex Ulivo. Da dove il segretario del nuovo Pd lancia un chiaro messaggio politico: «Niente correnti nel partito nuovo, che sarà fatto solo di uomini e donne democratiche».
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FRANCESCO RIGATELLI
FRANCESCO RIGATELLI
ROMA
Nel quartiere romano Flaminio che fu di Enrico Berlinguer, a piazza dei Carracci e a piazza Melozzo, prima di pranzo c’è già la fila per votare. Ma giovani, pochi. E mai soli. Poco dopo le 13, a piazza Mazzini, quartiere Prati, ecco alcuni sedicenni ancora scortati dai genitori. E Giulia Ferrari, 21 anni, candidata nella lista 1 per Veltroni a Milano, racconta che «i ragazzi venuti, erano in gruppetti di amici». Lei, da mesi ci aveva provato a smuoverli un po’. S’era inventata con alcuni compagni «La sezione che verrà», costruendo un laboratorio under 30 nella Lombardia democratica. L’ultima idea creativa, il volantino «Stiamo facendo un nuovo partito, stacci dentro!», per sfondare nelle scuole, è stato adottato subito da Maurizio Martina, candidato alla segreteria lombarda del Pd.
A Roma non hanno pensato a stratagemmi simili. E Luciano Nobili, 29 anni, fino a ieri capo dei giovani della Margherita, candidato in lista 2, ammette che «l’esplosione dei giovani non c’è stata: ho girato otto seggi della capitale e purtroppo non ne ho visti molti. Ma avevo riserve fin dall’inizio: non è andando fuori dalle scuole con Scola e Melandri, né infarcendo i panini del Tg1 e stampando banali volantini che si attraggono i sedicenni. Bisogna scoprire canali nuovi. E questo dev’essere il primo impegno di Veltroni segretario. E’ la persona giusta. Sabato siamo andati con lui a Ventotene ed è stato tutto il tempo con noi sul pullman, mica si è fatto trovare là con l’auto blu».
Gabriele De Giorgi, 25 anni, coordinatore dei giovani per Rosy Bindi, pensa che «di ragazzi se ne vedono di meno, perché non sono organizzati come gli anziani: a Roma Sud ho saputo di navette cargo per andare a votare». Laura Fornaro, 27 anni, veneziana trasferitasi a Torino prima per amore e poi per studio, capolista 2 regionale, ha visto «tanti vecchi compagni interessati alla partecipazione dei giovani, ma costretti a dire: votiamo anche per loro». Andrea Pacella, 21 anni, anch’egli in lista 2 ma a Vercelli, non ha notato molti sedicenni, «ma pazienza, qui c’è talmente tanta gente che abbiamo finito le schede e alle 19 c’era una gran fila». Giulia Di Pierro, a 22 anni la più giovane candidata per Letta in Puglia, ha scelto la sua lista nonostante appartenesse fino a ieri alla Sinistra giovanile: «Si rimescolano le carte. E una vera competizione - sostiene - è con più candidati. Qui in Puglia l’età media di quelli con Letta è 30 anni».
Fausto Raciti, 23 anni, candidato ad Acireale in lista 2, fino a ieri capo della Sinistra giovanile, si trova a Catania: «Qui i giovani che votano sono tanti quanti i ragazzi candidati e i problemi della Sicilia: dalla mafia alla mancanza di lavoro. Che poi son la stessa cosa, perché un impiego lo trovano solo gli amici degli amici». Tobia Zevi, anche lui in lista 2 per Veltroni, si avvia dalla storica sezione Ds di via dei Giubbonari a Roma («qui hanno votato in 1300, più dei 900 delle primarie del 2001») a piazza di Pietra, dove tutti i giovani si ritrovano per cena: «Ho visto un solo sedicenne, appena ha fatto un passo verso il seggio, tutte le tv son corse ad intervistarlo. Qualche studente c’era. Ma il bello son stati soprattutto certi padri e figli. Coi secondi tutti frettolosi per scappar via e i primi tesi a non far brutta figura. Certo, dei giovani, chi si voleva impegnare l’ha fatto soprattutto direttamente. Ma essere nuovi, non è un fatto anagrafico ma di contenuti e comunicazione. La sfida di Veltroni e del Pd è sbloccare la società. Ora, a qualsiasi età, siamo tutti in ostaggio delle caste».
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FABIO MARTINI
All’ora di pranzo, prima di rilassarsi finalmente un po’ in casa con moglie e figlie, Walter Veltroni aveva dato ai suoi la linea per una serata che si preannunciava emozionante: «Allora, io verrei verso le 21,30 lì alla sede del Comitato a piazza di Pietra, vediamo i dati, faccio un primo commento e poi più tardi passiamo a Santi Apostoli...». Già, i Santi Apostoli. Da otto anni il grande appartamento al secondo piano della piazza dedicata ai primi discepoli di Cristo è diventato la casa dell’Ulivo, lì Romano Prodi ha tenuto il suo ufficio anche quando viveva a Bruxelles, proprio lì il presidente del Consiglio - appena saputo del boom di partecipanti alle Primarie del Pd - ha deciso di trasferirsi, cambiando il suo programma che prevedeva una domenica bolognese. E ai Santi Apostoli, nel cuore della notte, una volta acquisita la vittoria, Walter Veltroni è andato a piedi a salutare il presidente del Consiglio, in una originale inversione dei ruoli: il vincitore andava a rendere omaggio al premier, che non è neppure andato incontro al sindaco e lo ha atteso al secondo piano. Ma alla fine l’abbraccio tra i due, lontano dalle telecamere, somiglia tanto ad un passaggio di testimone, col vessillo dell’Ulivo che passa dalle mani di Romano Prodi a quelle di Walter Veltroni. Per 12 anni - da quando ne parlò per la prima volta a Bologna nel 1995 - il Professore ha incarnato l’idea dell’Ulivo e grazie a quel solitario «possesso» ha potuto consentirsi solitari rilanci e ardite interdizioni, ma ora che quel simbolo diventa partito, Walter Veltroni ha intenzione di farne una «Cosa» nuova.
A cominciare proprio dalla sede. Non c’è ancora nulla di ufficiale, ma è quasi certo che la direzione del nuovo partito non si sistemerà nella storica sede dell’Ulivo. La ricerca di una nuova sistemazione è ancora in corso, ma lo stacco simbolico dalle antiche stanze è già deciso. E da stamattina il sindaco-segretario dovrà iniziare ad affrontare le complicate questioni rimosse in una «campagna elettorale» che è durata ben 133 giorni. Certo, il plebiscito che ha eletto Veltroni segretario «non ha eguali nella storia dei partiti politici - come osserva il suo vice Dario Franceschini - perché sinora l’elezione diretta più larga è stata quella delle platee congressuali di partito», formate di solito da millecinquecento-duemila delegati. Eletto da milioni di persone, Veltroni si ritrova in mano un potere enorme, ma nessuno dei notabili di partito che lo ha sostenuto - Massimo D’Alema, Piero Fassino, Franco Marini - ha intenzione di affidarsi ad una leadership solitaria. «La grande risposta dei cittadini è anche molto esigente nei nostri confronti - dice il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni - e richiama alla responsabilità tutta la leadership del Pd». Fuor di metafora, Veltroni sa che, in attesa del nuovo Statuto, già questa mattina si troverà la richiesta di far eleggere dall’Assemblea costituente un «organismo collegiale provvisorio», un Direttorio sobrio ma rappresentativo che affianchi il nuovo leader.
Ma se su un «Direttorio» che lo affianchi, Veltroni ha già fatto sapere di non avere obiezioni di fondo, il primo nodo da oggi riguarda i gruppi parlamentari. Se Franceschini e la Finocchiaro si dimetteranno sono due i «pacchetti» cui pensa il segretario: alla Camera Fassino o uno tra Soro e Mattarella; al Senato Paolo Giaretta della Margherita. E poi la vera, grande questione: quella del rapporto col governo. Nell’entourage di Veltroni (anche se lui non ha la stessa convinzione) in diversi - a cominciare da Goffredo Bettini - in privato ripetono che «non ci possiamo trascinare con questo governo per un altro anno e mezzo, o peggio fino al 2011...». Ma su un punto Veltroni e i veltroniani non transigono. Il sindaco lo riassume in una parola: «Cambiamento». Che poi declina con la promessa: «Non vi sorprendete se daremo risposte non ortodosse». L’ambizione di Veltroni è quella di costruire, da subito, un partito pronto alla battaglia, a qualsiasi battaglia. Anche ad una ravvicinata contesa elettorale. Dice Ermete Realacci: «E’ chiaro che la parola chiave è accelerazione nella costruzione di un partito pronto alla competizione. Purtroppo, come dimostrato dalla vicenda Welfare, questo è un governo che anche quando fa bene al massimo non perde consensi ma è incapace ad intercettarne di nuovi».
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AMEDEO LA MATTINA
Lo ripete come un mantra: «Il governo esce rafforzato dalle primarie perché si realizza il disegno che abbiamo sempre avuto». Ma Romano Prodi sa che dovrà fare i conti con «Super-Walter». Il boom delle primarie ha messo il turbo al primo segretario del Partito democratico che vorrà dettare l’agenda politica del governo e della maggioranza, chiudendo in un angolo la sinistra radicale. E’ su come rilanciare l’azione dell’esecutivo che si giocherà il rapporto tra i due che nel 1996 entrarono insieme a Palazzo Chigi con la bandiera dell’Ulivo e che adesso vedono coronare il loro «sogno». Oggi Romano è di nuovo dentro quel Palazzo, alle prese con mille problemi, Veltroni ci vuole entrare con i suoi tempi che non possono essere quelli di una disastrosa e veloce uscita di scena del Professore: per dare la porporina luccicante alla sua nuova creatura politica ha bisogno che metta radici e soprattutto di un forte slancio riformatore. Ma è proprio su quest’ultimo punto che il dualismo potrebbe fare scintille e il suo vecchio sodale, insieme al «freno» della Cosa Rossa, per Veltroni potrebbe diventare un grosso problema da rimuovere sull’onda del successo alle primarie.
Il premier però è sicuro di poter gestire la situazione. Intanto ha subito adottato la tattica di mettere il cappello sopra a questo «grande successo»: «E’ un aiuto per il governo che si rafforzerà», è infatti uno dei primi commenti appena ha messo piede a Roma arrivando in serata da Bologna con la moglie Flavia.
Quei milioni di cittadini che sono andati a votare, spiegano i collaboratori del premier, non vogliono far cadere il governo per il quale hanno votato nel 2006: anzi, chiedono unità e la prosecuzione della legislatura e solo chi ragiona in malafede può pensare il contrario. Gli stessi uomini del Professore aggiungono che il Pd dovrà essere la punta più avanza delle «riforme possibili, non demagogiche e partorite in un Olimpo lontano dalla gente dove si trovano i De Benedetti, i Mieli e i soloni economisti dell’Engadina fraktion». Dunque, calma e sangue freddo è l’ordine di scuderia che è venuto da Prodi fin dalla mattina, quando i primi dati facevano volare le primarie: «Questo è un successo anche mio, che ho sempre voluto il Pd prima di ogni altro». «Lavoreremo proprio bene insieme - spiega il presidente del Consiglio - avremo modo di far capire che scatta qualcosa che può essere molto utile alla stabilità dell’Italia». Affinché non diventi un incubo quello che per lui è «il sogno dell’Ulivo che si avvera», Prodi dovrà convivere con «Super-Walter». «Faremo la rivoluzione - dice ironico e felice Dario Franceschini - e visto il mese aggiungo d’ottobre: daremo l’assalto al Palazzo...». A Palazzo Chigi? Il vice di Veltroni ride: «Vedrete... Adesso mi godo questo momento fantastico: comunque ho avuto ragione a volere per primo l’elezione diretta del segretario!». E’ una stoccata a coloro, a cominciare da Prodi, che l’elezione diretta non la volevano perché temevano la concorrenza di un «premier ombra» su Palazzo Chigi.
Ma Prodi è deciso a non farsi dettare l’agenda da Veltroni. Aspetta di vedere il risultato finale di Rosy Bindi e di Enrico Letta (a Bologna ieri circolava la voce, non confermata, che il Professore avesse votato per la Bindi come la moglie Flavia). E ricorda che lui è il presidente del Pd e che intende «esercitare una funzione di controllo, di incitamento e salvaguardare le grandi linee per cui siamo scesi in politica». E’ vero, che «le primarie cambieranno radicalmente i rapporti tra classe dirigente e votanti». «Anche se - annota sibillino il premier - è chiaro che il partito dovrà essere un partito di iscritti con regole precise, regole statutarie che saranno fissate a partire dall’assemblea costituente. Quindi un partito strutturato, rigorosamente controllato nell’esercizio dei metodi democratici, perché non dimentichiamo che la Costituzione parla di metodi democratici nei partiti e nei sindacati».
Adesso anche lui si gode le primarie. «Il voto rispetta le nostre più rosee previsioni. Ci abbiamo preso...», dice in serata arrivando al quartier generale dell’Ulivo di Santi Apostoli, dove Prodi ha iniziato tutte le avventure dell’Ulivo. Nel pomeriggio ha telefonato ai Veltroni, Bindi e Letta: ha chiesto loro collaborazione, sforzo unitario per costruire insieme questo nuovo partito. «Adesso - è stato il consiglio alla Bindi - non è più il momento delle polemiche: si lavora tutti insieme». A Santi Apostoli si sente a casa e ringrazia gli italiani che «quando sono chiamati a votare lo fanno proprio volentieri». «Ma bisogna avere il coraggio di fare le primarie e finora è solo il centrosinistra che le ha fatte. Se il centrodestra usasse strumenti analoghi farebbe un grande passo avanti».
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UGO MAGRI
l primo a sapere chi ha vinto e chi ha perso è stato Arturo Parisi. Sul suo telefonino alle 22,15 di sera è comparso il nome di Pagnoncelli, direttore dell’Ispos, con le proiezioni che ha realizzato insieme con Diamanti della Demos. Parisi è corso a dare la notizia al Comitato delle primarie: a Migliavacca, che lo coordina, a Barbi e a Soro. Subito dopo, nella beata confusione di piazza Santi Apostoli, ecco il commento del più ulivista tra gli ulivisti: «Alla vittoria di Veltroni ero preparato e anche alla misura del suo successo. Non altrettanto alla misura della partecipazione al voto, così grande da mettermi allegria».
Non se l’aspettava così?
«Al contrario. In tutti questi anni abbiamo scommesso sull’esistenza di una quantità di cittadini attivi enormemente superiore a quelli che i due partiti, Ds e Margherita, riuscivano a coinvolgere. Questa è una prova ulteriore».
Faccia qualche cifra.
«I nomi presenti negli elenchi delle tessere sono circa un milione. Qui siamo al triplo. Ma soprattutto coloro che partecipavano a qualche forma di iniziativa dei due partiti erano poco più di 300 mila. Stavolta se ne sono mossi dieci volte tanto...».
Lei aveva lanciato l’allarme sulla trasparenza del voto. Vede ancora zone d’ombra?
«Il problema che ho sollevato non riguarda la somma delle risposte ma la natura delle domande. Non il numero dei voti ma il numero delle liste. Il meccanismo che è andato determinandosi ha reso per gli elettori più difficile la scelta e difficile a noi l’interpretazione della scelta».
Grande partecipazione, niente brogli, Veltroni vincitore: discorso chiuso?
«Niente affatto. E’ solo l’inizio. Un altro inizio. Come non rilevare l’anomalia di un partito che al momento dispone di due soli aderenti: il presidente e il segretario. E’ evidente che c’è ancora molto da camminare. E’ ora il momento di recuperare un minimo d’ordine».
Come?
«Tornando al calendario iniziale fin dalla prossima assemblea del 27 ottobre che avvia il processo costituente. Definendo innanzitutto profilo, struttura e regole del nuovo soggetto politico. Coinvolgendo poi stabilmente attraverso una adesione quanti, tra i partecipanti di oggi, intendono continuare a camminare con noi. Procedendo infine all’elezione degli organi attraverso regolari congressi».
Lei continuerà a fare la coscienza critica riservandosi libertà di pensiero e azione?
«A giugno qualcuno mi chiese perché non fossi andato all’osteria a ubriacarmi, visto che si realizzava il progetto di una vita...».
Chi glielo chiese?
«Molti. Ma in particolare Franceschini. Forse se allora mi fossi ubriacato, non saremmo qui a salutare questa giornata. Perché nulla ci è stato regalato. Né l’introduzione delle primarie con l’elezione diretta del segretario. Né l’accettazione del principio "una testa un voto", che appena un anno fa a Orvieto fu vissuta come una provocazione. Né l’idea di un’elezione aperta, la famosa "democrazia dei gazebo" sulla quale ironizzò più d’uno. E men che meno il rifiuto del candidato unico. Ciascuno di questi passaggi è stato una dura battaglia».
Quale sarà la prossima tappa?
«Il referendum elettorale. Da un referendum abbiamo preso le mosse, quello del ”91 sulla preferenza unica. Ora un altro referendum ci attende per portare a compimento il cammino».
Dov’è il nesso con le primarie?
«Nel fatto che il futuro del Pd dipende da quale legge elettorale governerà la nostra democrazia. Se dovessimo tornare al proporzionale, con soglia o senza soglia di sbarramento la differenza è poca cosa, il Pd rischierebbe sempre di essere un piccolo partito».
Piccolo?
«In senso politico. Preoccupato della sua particolarità invece che del disegno generale. Se invece tornerà a soffiare forte il vento della democrazia governante, il Pd non potrà che essere quel partito guida del centrosinistra che un sistema bipolare richiede».
Non tutti, nel nuovo gruppo dirigente, la pensano come lei...
«Segnalo infatti da tempo la contraddizione. A questo punto possiamo riconoscere senza dubbio la vittoria di Veltroni. Quello che non è chiaro è la linea sulla quale ha vinto. Sappiamo a chi i nostri elettori hanno detto sì, non ancora a che cosa. Mentre è noto che Letta vorrebbe il ritorno al proporzionale, ancorché con sbarramento, e che la Bindi è per il sistema maggioritario, non sappiamo cosa unisca i delegati eletti nelle tre diverse liste di Veltroni. E ancor meno come possa stare insieme uno stato maggiore schierato per il sistema tedesco, da D’Alema a Fassino a Rutelli, con uno staff del nuovo segretario che fa filtrare la contrarietà ad esso di Veltroni».
Esiste per il governo un rischio di dualismo Veltroni-Prodi?
«Di fronte a una speranza quale quella che si è manifestata nelle primarie, non so quale sarebbe il vantaggio di una divaricazione. Ma io voglio escludere che qualcuno possa immaginare di riproporre antiche teorie sulla prevalenza del partito sul governo. Questo sì che sarebbe tafazzismo, farsi del male da soli».
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MARIA GRAZIA BRUZZONE
Si divide il centrodestra davanti al fenomeno primarie del Pd. Forza Italia e Lega ostentano un atteggiamento liquididatorio, non credono alle cifre snocciolate via via dal quartier generale di piazza Santi Apostoli, irridono la prova e ne sminuiscono la portata. Non così An, che si mostra più riflessiva e attenta. Non a caso, dal momento che le primarie il partito di Gianfranco Fini le vorrebbe, e non da oggi, anche nel centrodestra. E magari, forte del successo della manifestazione di sabato, comincerà magari a chiederle nuovamente.
Significative le parole di Andrea Ronchi, che pure non si sbilancia nelle cifre dell’affluenza ai seggi del Pd. «Il mezzo milione di persone che erano con noi ieri e tutti quelli che sono andati a votare per il Pd dimostrano che gli italiani hanno voglia di una buona politica» osserva il portavoce di Fini. «Certo - aggiunge - domani cominciano i problemi per Prodi, e dopodomani quelli per Veltroni, perché è la loro coalizione che non regge». Ma anche altri esponenti del partito sono sulla stessa linea, coerentemente bipolare, e non hanno remore nel chiedere uno scatto alla Cdl per dar vita anche a destra un partito unico, o quanto meno una federazione. «Credo che la nascita del Pd meriti comunque attenzione e rispetto, perché rappresenta non solo una grande opportunità per la sinistra italiana, che può finalmente tentare di diventare davvero riformista, ma anche per dare un impulso al centrodestra per fare di più e meglio con il Partito delle libertà», dice Adolfo Urso. E Altero Matteoli, capogruppo a palazzo Madama, è ancor più diretto: «Ho sempre detto che facevo il tifo perché nascesse questo partito. Perché spero poi che anche nel centrodestra si possa cercare di realizzare, se non un partito unico, almeno una federazione».
Assai diversi i toni, come si è detto, dalle parti di Fi e Lega. I numeri, intanto. Il coordinatore azzurro del Lazio, Francesco Giro, non crede alle cifre ufficiali. «Ma chi vogliono prendere in giro. Qualcuno sta tentando al fotofinish di tirare sui numeri per mascherare un mezzo flop» osserva, facendo notare che passare dal milione e mezzo comunicato alle 17,30 ai 2 milioni comunicato a un’ora dopo è «fantascientifico». Osvaldo Napoli dà al Pd qualche chance: forse a fine serata saranno un po’ di più, «ma sempre meno della metà degli elettori accorsi a scegliere il candidato premier dell’Unione, stimati in 4 milioni». Della stessa opinione è il leghista Roberto Castelli, che aggiunge: «Non vale l’obiezione che allora votarono elettori di tutta la coalizione: il Pd nasce con l’ambizione di andare ben oltre la somma dei due partiti». Secondo Castelli «l’affluenza dimezzata dimostra che anche a sinistra i cittadini non ne possono più di questa maggioranza e del governo di cui ne è espressione». Mario Ferrara, Fi, allarga il confronto e rileva che alle ultime politiche Ds e Margherita hanno racimolato alla Camera 12 milioni di voti. «E oggi, con pure i sedicennni e gli extracomunitari, gioiscono per 2 milioni e mezzo?».
Altri se la prendono con i Tg che nelle primarie stanno parlando troppo e «ubriacano gli italiani», denuncia il forzista Piero Testoni. Fabrizio Cicchito va oltre. «Le primarie del Pd sono un fatto importante, ma vengono presentate dai Tg come se fossero elezioni tout-court. Mentre da domani il governo dovrà misurarsi sul welfare. E Veltroni dovrà scegliere se se dare copertura all’ennesimo cedimento di Prodi all’estrema sinistra o distinguere il Pd dalla sinistra radicale». «Da domani Veltroni dovrà passare dal buonismo di facciata al decisionismo e dovrà saper dire dei no», gli fa eco il presidente dei senatori di Fi Renato Schifani.