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 2007  ottobre 15 Lunedì calendario

PRIMO GRUPPO DI ARTICOLI SULLA NASCITA DEL PARTITO DEMOCRATICO E L’ELEZIONE A SEGRETARIO DI WALTER VELTRONI (TUTTI DAI GIORNALI DEL 15/10/2007)


CORRIERE DELLA SERA
ROBERTO ZUCCOLINI
ROMA – Le proiezioni definitive delle primarie arrivano dopo la mezzanotte e fanno esultaref Walter Veltroni: viaggia fra il 74 e il 76 per cento. Vale a dire ben al di sopra del 70%, il tetto da superare per poter parlare di vittoria. Un risultato che diventa ancora più pesante non solo perché corrisponde ai tre quarti del Partito democratico, ma anche perché ad andare alle urne sono stati circa tre milioni 300 mila elettori. A dire il vero i dati delle proiezioni sono arrivati al quartier generale di piazza Santi Apostoli in modo incrociato. Da una parte quelli dell’Ipsos di Nando Pagnoncelli, effettuati su un largo campione di seggi e quelli, «fatti in casa», ma non per questo meno scientifici, del diessino Carlo Buttaroni, mago dei numeri del Botteghino. Alla fine le previsioni finiscono per coincidere per tre candidati.
Per Enrico Letta che, superando per le previsioni della vigilia, sfonda il tetto del 10 per cento attestandosi sul 10,8%. E per gli outsiders Mario Adinolfi e Piergiorgio Gawronski che restano inchiodati sullo 0,1%. Le differenze più importanti riguardano Walter Veltroni e Rosy Bindi, che l’Ipsos dà rispettivamente al 75,7% e al 13,3 mentre per Buttaroni sono al 74,8% e al 14,3. Nelle prime ore della notte arrivano infine i primi dati reali che riguardano il 41,15 per cento delle schede scrutinate. Parlano di Veltroni al 75,12%, Bindi al 14,38, Letta al 10,32, Gawronski allo 0,12 e Adinolfi allo 0,06. Nella gara tra le liste si segnala invece una significativa affermazione della lista «A sinistra per Veltroni», che fa capo a chi, come Vincenzo Vita, non se l’è sentita di seguire Fabio Mussi, ma spinge per una collocazione, appunto, più a sinistra del Pd: avrebbe superato la lista dei giovani guidata da Giovanna Melandri.
Con una buona dose di scaramanzia, fino alla vigilia nessuno osava dire che si sarebbe superato il milione di votanti. Ma attorno alle 21, con i seggi delle primarie ancora aperti per le lunghe file, i vertici del Pd cominciano ad esultare all’unisono: «Siamo ad oltre tre milioni». A Santi Apostoli c’è euforia e si segnalano persino prove di disgelo tra l’ormai ex leader dei ds Piero Fassino e Arturo Parisi, che fino al giorno prima aveva lanciato l’allarme sulla «trasparenza » delle urne. Ora il ministro della Difesa offre la sua collaborazione sui dati che arrivano dagli oltre 11 mila seggi sparsi in tutta Italia, fornendo al Comitato quelli commissionati all’Ipsos di Nando Pagnoncelli.
Il popolare Giuseppe Fioroni parla delle primarie come «la migliore risposta all’antipolitica ». Francesco Rutelli fa presente che, «di fronte ad una partecipazione così sentita ora anche la destra sarà costretta a cambiare». Lui non sarà più, da oggi, il leader della Margherita. Come il ds Piero Fassino: «Però la nostra storia non finisce. Io farò la mia parte». E Massimo D’Alema, da Bari dove ha votato, commenta: «Oggi si compie il processo politico che è iniziato nel 1994 con l’avvio dell’esperienza politica dell’Ulivo ».
Ma a reagire, in modo diverso, sono anche gli altri partiti dell’Unione. Il segretario di Rifondazione Comunista, Franco Giordano, ammette che le primarie sono state «un evento di rilievo», ma sottolinea che «l’altro grande fatto democratico sarà il corteo del 20 ottobre». Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, si felicita con Veltroni: «Da noi mille auguri all’alleato del Pd. Auspico però che questa vittoria non crei ulteriori fibrillazioni al governo in carica». Il leader dell’Udeur, Clemente Mastella, che ha scelto di restare al centro, non si rassegna: «Ci saranno comunque molti scontenti del Pd che ora guarderanno a noi con simpatia».
E il centrodestra? Forza Italia parla di «truffa mediatica» e «numeri gonfiati». Fabrizio Cicchitto denuncia: « molto strano che tra le 17 e le 18,30 ci sia stato un aumento di oltre un milione di votanti». Pier Ferdinando Casini avverte che «ora Veltroni dovrà chiarire se sta con la sinistra estrema o con i moderati». Il leader della Lega Umberto Bossi punta il dito sulla fragilità delle alleanze interne all’Unione: «Il vero problema è che vivranno da separati in casa ». Aggiunge il compagno di partito Roberto Calderoli: «Le primarie sono un avviso di sfratto per Romano Prodi».

CORRIERE DELLA SERA
MASSIMO FRANCO
Le tensioni, i veleni e le ironie di questi mesi non possono velare la novità di quanto è successo ieri. E il numero dei votanti – le stime parlano di oltre tre milioni – consente di dare una lettura incoraggiante del rapporto fra partiti ed opinione pubblica: meno superficiale e meno liquidatoria verso la classe politica. Certo, il Pd rimane un oggetto misterioso. Proviene dal ceppo dell’Ulivo, ma lo fa apparire un po’ invecchiato. la fusione fra Ds e Margherita, eppure li trascende. figlio di Romano Prodi pur avendo cromosomi che gli esegeti del Professore stentano a riconoscere. E il suo ancoraggio europeo ed internazionale è ancora tutto da scrivere: un limite non da poco.
Eppure, il Partito democratico emerge da uno sfondo di scetticismo, se non di ostilità, come una realtà che può cambiare lo schema ultradecennale sul quale si sono alternati gli esecutivi italiani: quello delle coalizioni nate per vincere le elezioni, non per governare. E con una leadership politicamente e numericamente forte: l’oltre 70 per cento di consensi a Walter Veltroni, solo in parte scontato, è un’affermazione netta e ingombrante, anche per Prodi. I contraccolpi prima o poi arriveranno. Per questo il voto va analizzato senza affidarsi a categorie del passato. La «vocazione maggioritaria » nasconde ambizioni inconfessabili.
Intanto, l’impressione è che il Pd voglia affermare un’identità ed un progetto da partito-tutto del centrosinistra: al punto da non escludere di andare alle urne da solo, pur di rifiutare alleanze contraddittorie. un tema sul quale si sta cimentando da tempo inutilmente anche Forza Italia. La differenza è che il Pd veltroniano rappresenta il cuore della maggioranza guidata da Prodi. E dunque allunga un’incognita sul futuro dell’Unione e del premier. Il successo di partecipazione di ieri fornisce spunti interessanti. Si intravede una sorta di doppia intestazione della vittoria. Prodiani e veltroniani se la contendono larvatamente, entrambi con qualche ragione e qualche furbizia.
Il Professore è il padre nobile dell’Ulivo. E il fatto che alcuni dei suoi fedelissimi abbiano contrapposto le «vere» primarie del 2005 a quelle di ieri non offusca la primogenitura. Quanto a Veltroni, ha affrontato la sfida in discesa ma anche in salita. Da candidato «predestinato » all’incoronazione, si è preso le critiche e i colpi bassi dei concorrenti: in prima fila Rosy Bindi, legata al premier ma ridimensionata dal voto. Il coro entusiasta e unitario di ieri sera, a urne quasi chiuse, trasmette una gran voglia di cancellare le asprezze. Per il presidente del Consiglio, in particolare, è una mossa obbligata. Prodi deve evitare che il Pd terremoti Palazzo Chigi, invece di puntellarlo.
D’altronde, a scegliere il segretario è stato quasi lo stesso numero di persone che indicarono il premier due anni fa: e allora votava l’intera coalizione. Un simile risultato rischia di far dire che la sua leadership è archiviata. E il Professore se ne rende conto: ha colpito la rapidità con la quale ieri sera si è precipitato a Roma da Bologna, occupando la scena. Sa che la rottura non è scontata; che un Pd aggressivo può inspessire il profilo riformista di Palazzo Chigi, svelando il bluff di un estremismo iattante quanto impotente. E infatti Prodi annuncia: con Veltroni «lavoreremo bene insieme ». Il neosegretario giura che aiuterà il governo. Tutto vero, magari. Ma il dualismo è nei fatti. E la domanda ineludibile è chi, da oggi, detterà la direzione di marcia.


CORRIERE DELLA SERA
MONICA GUERZONI
ROMA – Nella piazza che ha fatto da culla all’Ulivo il segretario e il presidente arrivano assieme, Veltroni con l’abito scuro istituzionale, Prodi con una giacca chiara che fa tanto domenica mattina. mezzanotte invece e quando le telecamere del Tg1 si accendono Walter e Romano provano a fugare le ombre, a spazzar via i pronostici di una difficile coabitazione. «Volete che litighiamo? Allora lo facciamo subito, se è per farvi contenti...». Non litigano, anzi si giurano l’un altro sostegno e stima e dichiarano all’unisono che «il governo non rischia, il governo è più forte». Ma il primo leader del Pd rilancia le due proposte che hanno fatto scattare l’allarme a Palazzo Chigi: «Otto mesi per le riforme e se Prodi vorrà ridurre i ministri lo sosterremo».
Ma adesso è festa, a Santi Apostoli. Dentro il tendone bianco i cinque candidati si scambiano abbracci, con Prodi che si è scelto la parte della «levatrice» del partito. «La maratona è finita bene» sospira il premier e il governo, assicura, ne esce «rafforzato». Però la prima assemblea della Costituente si terrà a Roma e non a Milano, come Veltroni sperava per rafforzarsi al Nord. Poco prima, il sindaco aveva abbracciato Enrico Letta prefigurando per lui un incarico nel gruppo dirigente e poi, a porte chiuse, aveva incalzato Prodi sul protocollo del Welfare: «Siamo certi, Romano, che toccarlo non sia un rischio?».
La notte che nei piani di Veltroni «cambierà l’Italia» inizia alle dieci, in piazza di Pietra. «Per Prodi e per me si realizza un sogno, comincia una storia nuova e meravigliosa» varca la soglia del comitato il leader del primo «partito di popolo» del nuovo millennio. Sorride e bacia guance e si gode l’ovazione che si alza sulle note di Jovanotti,
Mi fido di te. Gli tendono mani, lui le stringe e ripete come un mantra «vamos, vamos... », andiamo. Sale sul palco e con un balzo subito ne scende, si china verso la carrozzella di Ileana Argentin, consigliere del sindaco per l’handicap e di nuovo salta sul palco, poi scorge il militante nero ed ecco che si tuffa, altro abbraccio, altro bacio.
Ci sono Fassino, Rutelli, Lilli Gruber, Ettore Scola, ministri come la Melandri e Gentiloni. « la rivoluzione d’ottobre», rompe l’attesa il vice Dario Franceschini e adesso tocca a lui, a Veltroni. Ringrazia gli sfidanti, giura «pieno appoggio al governo», sentenzia che il «risultato straordinario è una risposta all’antipolitica». Se lo aspettava, certo, ma quei tre milioni quasi lo fanno arrossire visto che nel 2005 il premier ne portò ai gazebo uno di più, ma per l’intera Unione. «Io e Romano? Un rapporto a prova di bomba». Promette che non sarà un partito di correnti, che il 50 per cento dei dirigenti saranno donne e che nascerà non «per un leader, ma per le persone reali». Solenne, anche un po’ retorico: «Oggi, 14 ottobre, è stata scritta una delle pagine più belle del nostro continente». Poi tutti a Santi Apostoli, dove Prodi vuol mostrarsi sereno: «Con Walter siamo nati assieme, siamo cresciuti assieme...». Rosy Bindi ha corso per la vittoria, forse è delusa ma non dà a vederlo, sfoggia sorrisi e fa gli auguri a Veltroni che «sarà un buon segretario, se non mi fossi candidata l’avrei votato». Prodi e Veltroni vanno a dormire. Beppe Fioroni compie 49 anni ma è furioso perché in Campania il candidato segretario dei Popolari forse andrà al ballottaggio. Antonio Polito riflette che «sull’onda del successo a Veltroni converrebbe prendersi il governo». E Letta se ne va contento: «Ho fatto una campagna di semina, una classe dirigente nuova... E pazienza se chi sperava di vedermi picchiare col martello è rimasto deluso».

CORRIERE DELLA SERA
MARIA TERESA MELI
ROMA- E ora la nomenklatura dei partiti che furono trema. Dopo un risultato che va al di là di ogni aspettativa Walter Veltroni è il leader indiscusso del Pd. Era questa la condizione che poteva consentirgli di evitare di farsi impastoiare nei giochi e giochetti delle nuove correnti del Partito democratico. L’ha ottenuta. Adesso può quindi tener fede a quello che si riprometteva di fare: «Vi spiazzerò: sarà una vera e propria rivoluzione». A cominciare dal gruppo dirigente. Ed è questo ciò che preoccupa i maggiorenti di Ds e Dl che perderanno inevitabilmente il loro peso.
Naturale che un politico accorto come il sindaco di Roma non farà piazza pulita dei vecchi dirigenti, ma è altrettanto ovvio che si farà affiancare da un gruppo di persone che rappresentino quel cambiamento che Veltroni ha deciso di perseguire. Non è affatto scontato che i vari Fassino, Rutelli e D’Alema faranno parte della prima cerchia dei vertici del nuovo partito. Del resto Veltroni deve cambiare e deve farlo subito, come spiega Ermete Realacci: «Walter ha avuto un’ottima affermazione perché la gente voleva da lui l’innovazione e anche perché c’era sfiducia in questo governo. Ora lui deve accelerare, deve preparare un partito che sia pronto anche ad andare alle elezioni già il prossimo anno».
E’ chiaro che il sindaco di Roma non staccherà mai la spina al governo e alla legislatura, ma è altrettanto chiaro che la situazione è quella che è. E il primo cittadino della Capitale non esclude che in caso di voto anticipato il Pd possa decidere di andare alle elezioni senza allearsi con la sinistra radicale: «Possiamo essere pronti a votare anche da soli: il nostro obiettivo è un partito a vocazione maggioritaria che possa arrivare a prendere dal 37 al 40 per cento dei consensi».
Con il presidente del Consiglio il nuovo leader del Partito democratico manterrà rapporti di lealtà. Tutto sommato, la vittoria del sindaco di Roma che rappresenta un evento più importante delle primarie del 2005 («Quello dice Peppino Caldarola - era un voto contro, questo è un voto per») dovrebbe dare un po’ di respiro, almeno per un periodo, a un governo in affanno. Ma Prodi, ieri, non sprizzava di gioia. Lo ha notato con una certa malizia, al Tg di Sky, l’Udc Rocco Buttiglione, dopo aver sentito che nel suo commento alle primarie il premier non aveva mai nominato Veltroni.
Comunque quel che il nuovo leader del Pd non può permettersi di fare è dare l’impressione di agire in continuità con i vecchi partiti e con il governo. Dovrà riuscire a non rompere senza però appiattirsi sull’esecutivo e sulla classe dirigente di Ds e Dl. Per questa ragione, spiega Caldarola, «il Pd di Veltroni dovrà incalzare Prodi. E anche sul partito vi saranno forti innovazioni, già dalla prossima settimana». Quindi il sindaco di Roma tornerà a dare la sua disponibilità al ridimensionamento della delegazione dei ministri del Pd. «Sia chiaro, deciderà Prodi», continua a dire lui. Ma sarà difficile per il premier dire di "no" a una richiesta che segnala una così forte innovazione proprio nel momento in cui l’antipolitica monta.

CORRIERE DELLA SERA
ANGELA FRENDA
MILANO – «Certo, un risultato così... Oltre tre milioni di persone va oltre le più rosee aspettative». Il «padre» del Pd attende i risultati definitivi cenando a casa di amici. Michele Salvati ha vissuto la giornata di ieri nella doppia veste di candidato (per Veltroni a Milano) e di politologo che per primo, in Italia, ha lanciato l’idea del Partito democratico. Paternità che lui, però, tende a circoscrivere: «Il Pd è soprattutto il frutto della scelta dell’Ulivo: una soluzione per vincere le elezioni del ’96. Nasce dalla volontà di Romano Prodi di crearsi un qualcosa di solido alle spalle».
Ma poi l’idea è stata sostenuta pubblicamente anche da lei.
«Sì, e sono finito in aspre polemiche. Ad esempio quella con D’Alema, che dopo però mi ha dato ragione».
Adesso però il Pd è nato davvero.
«Sì, ma in che modo?
In un’accelerazione innaturale, frutto della batosta alle ultime Amministrative. Saremmo dovuti arrivare alle Europee con calma, e non certo eleggendo di fretta un segretario ».
I dati parlano di un successo.
«Un incredibile successo. Ma attenzione: in queste cifre i partiti c’entrano poco. Gli iscritti, tra Ds e Dl, sono al massimo 300 mila. Il resto... sono tutte persone attratte da questa grande istanza democratica ».
Che differenza c’è con i votanti alle primarie per Prodi?
«Lì si era sotto elezioni, adesso invece no. stato una sorta di congresso all’aria aperta, e dunque chi ha votato è stato spinto solo da passione politica».
Professore, che ruolo avrà Prodi nel Pd?
« chiaro che non è più titolare del marchio, però continuerà a contare. Una sua eventuale, ma poco probabile, opposizione al segretario sarebbe deleteria per il Pd».
Ha condiviso il metodo delle candidature?
«Le investiture di Bindi, Letta e Veltroni sono nate da un’idea degli apparati per controllare il processo. E però mi chiedo cosa sarebbe successo se contro il ticket Veltroni- Franceschini fosse sceso in campo quello Bersani- Letta. La partita sarebbe stata giocata sul filo. Per non parlare della modalità di voto scelta. Non è adeguata: non ci sarà proporzione tra gli eletti per la Costituente e la reale rappresentatività delle regioni».
Rosy Bindi, secondo le proiezioni, sarebbe al 13-14%.
«Strano, vuol dire che gli antiveltroniani non l’hanno votata».
E Letta all’11%?
«Lui ha compiuto un atto di coraggio: gli rimproverano sempre di non esporsi.... E se fosse confermato questo dato, allora vuol dire che l’hanno aiutato gli antiveltroniani. Il suo è stato un inatteso successo ».

CORRIERE DELLA SERA
LORENZO FUCCARO
ROMA – Don Gianni Baget Bozzo, lei sostiene che è positivo l’avvento di Walter Veltroni alla guida del Partito democratico.
«Sì. quello che penso», risponde il politologo molto ascoltato da Silvio Berlusconi.
Perché?
«L’avere scelto il sindaco di Roma come leader segna il punto di fusione tra due partiti, Ds e Margherita, che già dialogano. Il punto debole sono i prodiani-dossettiani che sono critici nei confronti di tutta l’operazione».
Anche loro però volevano la nascita del Pd...
«Sì, ma volevano che il nuovo soggetto fosse il prodotto dell’annullamento dei partiti. Prodi voleva cioè che fosse generato – le primarie sono proprio questo – da un’ondata antipartito da lui diretta in chiave democratica. Un’ipotesi sbagliata perché le primarie sono proprio l’espressione organizzata dei partiti».
Che cosa c’entra tutto questo con il dossettismo?
«C’entra perché l’avvento di Veltroni certifica la fine di quella corrente che prima ancora di essere politica aveva una natura religiosa. Prodi, come del resto Bindi e Parisi, fa parte di quel mondo che non è mai stato democristiano e che si definisce composto di "cattolici adulti" lontano, cioè, dalla gerarchia cattolica, un mondo che auspica una riforma sociale legata all’azione della chiesa dei poveri».
Come faranno a convivere questi due mondi?
«Tutto dipenderà dal rapporto Veltroni-Prodi, che mi pare conflittuale. Veltroni sostiene che la fusione tra Ds e postdc ha una vocazione maggioritaria, punta cioè a spostare il partito a destra, ad attrarre i voti che oggi vanno a Silvio Berlusconi. Il suo progetto mira a creare un’alleanza di centro-centrosinistra nettamente separata dall’estrema sinistra. Prodi, come tutti i dossettiani, vuole invece includere la sinistra radicale».
Il progetto è ambizioso, ma Veltroni ce la farà?
«Preferirei che Veltroni avesse la meglio, anche se il suo disegno mira a cambiare insediamento sociale al Partito democratico tentando di dare rappresentanza al popolo delle partite Iva e a conquistare il Nord oggi saldamente schierato con Berlusconi. Al momento le due linee sono in equilibrio, ma possono degenerare in conflitto aperto».
Qual è la sua previsione?
«Il punto delicato sono i prodiani. Se cadesse l’esecutivo, sono convinto che Prodi abbandonerebbe il partito con grande ira e furore. Bisogna vedere se nel Pd continuerà la coesistenza tra un Prodi, il cui governo si regge grazie all’apporto decisivo della sinistra estrema, e l’impostazione di Veltroni che cerca consensi al centro. Il paradosso è che lui, postcomunista, tenta adesso di insediarsi in quello che una volta era l’elettorato democristiano».

CORRIERE DELLA SERA
FRANCESCO ALBERTI
ROMA – Quando gli comunicano che è stata superata quota 3 milioni di votanti, il primo pensiero di Romano Prodi è per il suo governo («E’ un aiuto all’esecutivo, che così si rafforza»). E solo il secondo è sulla coabitazione con Walter Veltroni, leader finalmente incoronato del Partito democratico («Lavoreremo bene insieme e ciò sarà utile per la stabilità del Paese»). Alle 10 di sera, arrivando nella sede ulivista di Santi Apostoli, il Professore sa già che questo 14 ottobre passerà alla storia della politica italiana e non ha alcuna intenzione di farsi scippare il successo, lui che del Pd è l’inventore assieme all’amico e consigliere Parisi: «L’avevo detto che avremmo superato i due milioni». Serata strana, tra voglia di brindisi e pensieri lunghi. Il premier sa bene che, una volta smaltita la sbornia sulla partecipazione popolare, si dovrà cominciare a lavorare di bilancino per tarare il rapporto tra Veltroni e Palazzo Chigi, tra l’Unione e i nuovi padroni del Pd. «E’ un tandem tutto da costruire e non sarà affatto semplice...» ammettono a mezza bocca attorno al Professore. L’iniziale e tuttora ufficioso 75,7% attribuito a Veltroni configura una leadership robusta, che potrebbe creare grattacapi al premier. Tanti i nodi sul tappeto: dalla richiesta veltroniana di un dimezzamento del governo, che trova per il momento freddo il premier; alla riforma elettorale (con il sindaco di Roma critico verso il modello tedesco); fino al tema delle alleanze di nuovo conio. La speranza di Prodi è riuscire a confinare Veltroni nel ruolo di «stabilizzatore» dell’esecutivo e motore di quelle riforme che garantirebbero durata al suo governo. Ma le incognite sono tante e il percorso di guerra su Finanziaria e Welfare non aiuta. Il boom delle primarie, pur regalando un’iniezione di fiducia a Prodi, non cancella la patina di precarietà che avvolge il governo.
Il Professore lo sa. Veltroni pure.
«E perché un tandem funzioni bisogna essere in due: sarà così?» si chiede, scettico, un prodiano di lunga data.

LA REPUBBLICA
GIANLUCA LUZI
ROMA - Alle otto di ieri sera erano già più di tre milioni, con la gente ancora in fila davanti ai gazebo bianchi per votare alle primarie e Prodi «contento tre milioni di volte». I seggi sono rimasti aperti oltre l´orario previsto e in molte sezioni hanno dovuto fotocopiare le schede su cui votare perché erano finite. 14 ottobre, Veltroni-day. Il Partito democratico nasce con un successo di partecipazione che va oltre le aspettative dei leader di Ds e Margherita e incorona Walter Veltroni, sindaco di Roma, segretario con la percentuale plebiscitaria (secondo le prime stime) del 75 per cento: tre su quattro hanno votato per lui. A distanza, ma con un buon risultato: 14,1 per cento, si piazza Rosy Bindi; terzo il sottosegretario Enrico Letta che raccoglie l´11,2 per cento dei consensi. Più che una elezione si è trattato di una investitura popolare, plebiscitaria a Roma come era abbastanza scontato, ma molto consistente anche nelle altre regioni, anche nel Nord. Un successo - quello di Veltroni - previsto da sempre, da quando è cominciata la campagna elettorale combattuta soprattutto da Rosy Bindi - sostenuta anche dalla moglie del premier - con molto vigore e qualche polemica. Con la percentuale ottenuta, Veltroni è il leader «forte» del Partito democratico. E proprio da Rosy Bindi è arrivato il primo commento che mette in guardia dal «pericolo» di una eccessiva personalizzazione del Pd. «Dopo aver scelto il leader ora si deve fare il partito perché noi non vogliamo il partito del leader ma quello dei cittadini», commenta con una punta polemica «l´ex ragazza della Valdichiana», come l´ha chiamata Franceschini, che esclude orgogliosamente di poter fare la vice di Veltroni: «Chi corre per vincere non fa mai il secondo». In effetti da oggi Veltroni si troverà di fronte a un compito inedito per un leader che in genere viene eletto in un partito che già esiste. Nel caso del Pd è vero il contrario: c´è il leader ma il partito è ancora da fare. Fassino è ottimista: «Il Pd non deve essere solo la somma di Ds e Margherita, ma espandere il suo consenso oltre questi partiti ed oggi ha dimostrato che questa possibilità è ampia». La partecipazione popolare è stata molto ampia, sfiorando quella delle primarie del 2005 che candidarono Prodi alle politiche. Ma allora giocò un ruolo determinante tra gli elettori di centrosinistra l´urgenza di battere Berlusconi alle politiche. Questa volta si trattava di eleggere il segretario di un partito che ancora nessuno ha visto all´opera e che per molti militanti della Quercia e della Margherita è un oggetto misterioso che prevede una coabitazione non sempre gradita. Eppure c´è stata folla ai seggi: più di 350 mila nel Lazio con 200 mila solo a Roma. 130 mila a Milano. 85 mila a Torino e Provincia. Oltre 63 mila a Bari e Provincia. 72 mila a Modena e Provincia. In Calabria un clamoroso aumento del 40 per cento rispetto alle primarie dell´Unione di due anni fa. Tanta partecipazione ha sorpreso chi pensava al disinteresse alimentato dall´antipolitica. E invece, nota Follini, leader dell´Italia di mezzo, il voto sul welfare, la manifestazione di Roma di An, e le primarie del Pd dimostrano che «la politica ha ancora risorse e che l´antipolitica ha il fiato più corto di quanto si dica». Quelli che nel centrosinistra sono rimasti fuori dalla nascita del Pd guardano con una certa preoccupazione al successo delle primarie ma sperano di catturare consensi fra gli scontenti. Dice Mastella: «Ci saranno molti del Pd che saranno scontenti di questa mescolanza di diverse anime che spesso fanno a cazzotti fra di loro e che forse guarderanno a noi con simpatia. Per lo meno lo spero». Commenta acido Rizzo, coordinatore dei comunisti italiani: «Il Pd è l´americanizzazione della società. Tra poco vorranno anche il sindacato unico, manca solo Jimmy Hoffa». Più problematico e aperto il capogruppo di Rifondazione, Migliore: «Spero che il Partito democratico non sia un elemento di destabilizzazione, ma di stabilizzazione e di rispetto di tutte le componenti interne all´alleanza». Dal centrodestra - a parte quelli che contestano il lievitare delle cifre sulla partecipazione durante la serata - si nota che «da domani - come osserva il leghista Maroni - i nodi verranno al pettine: in primo luogo il conflitto fra l´anima ex democristiana e quella ex comunista». E Casini, leader dell´Udc, chiede a Veltroni di «chiarire se sta con la sinistra estrema o con i moderati e i riformatori». Ma c´è chi approfitta delle primarie del Pd per scuotere il proprio schieramento: «Ho sempre detto che facevo il tifo perchè nascesse questo partito. - dice Matteoli, An - Perchè spero poi che si possa anche noi nel centrodestra cercare di realizzare, se non un partito unico, almeno la federazione». In questo d´accordo con Prodi che rilancia: «Sarebbe un passo avanti se il centrodestra facesse come noi».