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 2007  ottobre 13 Sabato calendario

Thomas Clarence

• Pinpoint (Stati Uniti) 23 giugno 1948. Giurista • «Tutti i giudici della Corte suprema provengono da famiglie agiate. Il signor Roberts era un facoltoso dirigente aziendale, Stevens e Breyer avvocati, Kennedy è cresciuto nel pavimento del chief justice Earl Warren, i signori Scalia e Alito erano insegnanti, Souter un banchiere e il padre di Ruth Ginsburg un uomo d’affari. Tutti tranne uno. Clarence Thomas suo padre lo ha conosciuto a nove anni, la madre era poverissima e lo ha fatto allevare dai nonni, provenienti da un’antica famiglia di schiavi. ”Questa è la storia di un uomo ordinario a cui sono successe cose straordinarie. Molte delle persone di cui vi parlerò sono tutto meno che famose. La loro storia è la mia storia”. Thomas ha pubblicato un libro di memorie, My grandfather’s son (Harper), diventato il caso letterario dell’anno. la storia di un eroe americano scritta in modo meraviglioso. Thomas è uno dei giudici più odiati della storia della Corte suprema. un nero conservatore, imprevedibile e laconico, vocazione politicamente scorretta. Per bloccarne l’ascesa ai più alti scranni del diritto, i liberal orchestrarono la più micidiale campagna di character assassination, a paragone della quale sbiadisce anche la vicenda Wolfowitz. Gli hanno dato del masochista pornografo a cui piace essere sculacciato. I democratici hanno persino fatto testimoniare un’ex assistente che lo accusava di proposte oscene. Accuse rivelatesi false. Alita Hill, questo il nome della donna, per mesi divenne l’icona delle femministe americane. I nove giudici sono prima di tutto i grandi filosofi della più antica democrazia del mondo. Personaggi da sempre impenetrabili, quando sprazzi delle loro vite salgono in superficie, spalmati su sedici meravigliose pagine del New Yorker, i dettagli si trasformano in morbosità. Come quando il New York Times rivelò che l’italoamericano Scalia andava a caccia con il vicepresidente Dick Cheney o che suonava il pianoforte alle cene di lobbisti repubblicani del Maryland. Thomas ha scritto un libro commovente e come ogni grande autobiografia americana riserva un occhio alla posterità. Ha ragione William Kristol, ”il libro parla della speranza e del coraggio”. Il grande magistrato spiega che gli uomini e le donne che hanno segnato la sua vita hanno vissuto nella più completa ”futilità, ingiustizia, mancanza di speranza e amore per un paese che li ha rifiutati”. Discende da schiavi della Georgia che conquistarono la libertà durante la marcia del generale William Sherman, il ”nuovo Mosè” che formò un’armata di schiavi. La vita di Thomas ha scandito la fine della segregazione negli Stati Uniti. Fu il primo studente nero ad essere ammesso in un seminario cattolico e uno dei primi a godere dell’’affirmative action”, il sistema kennedyano di ”quote” che assicurano alle minoranze un certo numero di posti di lavoro, borse di studio e appalti per risarcirli delle discriminazioni passate. L’autobiografia scioglie uno dei grandi enigmi della cultura americana: la vita del nero più influente d’America. L’Economist scrive che il peso specifico di Thomas è tale che già dalla sua terza sentenza riusciva a far cambiare opinione al presidente William Rehnquist e a Scalia. Nell’estate del 1955 Thomas, abbandonato dal padre, lasciò la sua casa diroccata di Savannah, dove non c’era neanche l’elettricità, con in mano solo una valigia. Dentro c’era tutto quello che possedeva. Aveva sette anni e stava andando a vivere dai nonni, ex schiavi che avevano una pompa di benzina. Fu suo nonno Anderson ad insegnargli che ”ci sono persone buone e persone cattive, un modo giusto di vivere e un modo sbagliato”. La sera leggevano il Vecchio Testamento, ”lavoravamo nei campi dall’alba al tramonto”. Quando poteva Clarence si rifugiava nella libreria Carnegie di Savannah, riservata ai neri. ”Io e mio fratello eravamo in grado di guardarci negli occhi e concludere che Anderson era l’uomo più grande che abbiamo conosciuto”. L’indomita determinazione, la voglia di successo (’metti sempre un piede in faccia al tuo nemico”) e l’ansia di autosufficienza economica di quell’uomo austero, rude e massiccio hanno avuto una influenza potentissima sulla visione che il giudice avrebbe sviluppato su welfare e libertà economica. La sua famiglia è nata, cresciuta e morta nella Liberty County, che con la libertà all’epoca aveva però scarsa consonanza. ”Non avevo idea che un’altra vita fosse possibile”. La solitudine del lavoro nella piantagione avrà un effetto fatale sul carattere di Thomas, il più silente e meno inquisitorio della Corte. L’uomo che sarebbe diventato uno dei maestri del diritto americano proviene da una delle famiglie più analfabete d’America, vittime di una legge della Georgia che proibiva l’educazione degli schiavi. Gran parte dei familiari firmava con una ”X” i documenti legali. Il Ku Klux Klan, che dominava Savannah negli anni della sua infanzia, terrorizzava i neri che si avvicinavano alle biblioteche. Clarence sarebbe stato tra i primi a sfidarli nel 1961. Quell’estate nonno Anderson fece richiesta alle suore della scuola dedicata a San Benedetto di accettare suo nipote. Rifiutarono, pensando che fosse un caso disperato. Anderson le supplicò di fare un’eccezione, e accettarono. Gli anni della scuola a Savannah sono anni di lotta per i diritti civili, i sit-in, i boicottaggi, le marce di protesta. A scuola Clarence era il più povero in mezzo ai tanti figli dell’America nera e di successo, dentisti, medici, insegnanti e ministri di culto. ”Le persone amano parlare di ”conflitti interrazziali’, non parlano mai di ”conflitti intrarazziali’” dirà più tardi. Era minoranza nella minoranza. Non era soltanto una questione economica e razziale, Thomas era un nero cattolico fra centinaia di migliaia di neri protestanti. Sono gli anni in cui Ku Klux Klan, American Protective Association, Guardians of Liberty, True Americans e League of Protestant Women fomentavano la guerra culturale contro i ”papisti”. L’Americans United for Separation of Church and State, organizzazione protestante che ha segnato la rivoluzione secolarista, contribuì all’evacuazione della religione dallo spazio pubblico. Poco prima del suo ingresso a scuola, un cittadino del New Jersey si appellò alla Corte suprema contro il finanziamento statale al trasporto degli allievi cattolici. L’opinione di maggioranza del caso Brown vs. Board of Education fu scritta dal giudice Hugo Black, un battista iscritto al Ku Klux Klan. Molti ministri protestanti annunciarono il ”risveglio della democrazia americana”. Clarence Thomas crebbe in questo clima di intolleranza e da giudice sarebbe stato decisivo nel rovesciare quella sentenza, aprendo all’uso dei buoni-scuola in tutto il paese. Diceva che se applichiamo rigidamente il criterio di separazione tra stato e chiesa, la Corte dovrà proibire anche l’esecuzione dell’inno nazionale a scuola, visto che la frase finale recita ”And this be our motto – in God we trust”, sia questa la nostra guida, noi confidiamo in Dio. E a lui quell’inno piaceva cantarlo a scuola. Clarence fu grato tutta la vita alle suore che lo istruirono, ”molti di coloro che attaccano Clarence non capiscono che venne educato dai bianchi e che quelle erano le persone che lo hanno incoraggiato nella vita” dice l’amico Edison Bertrand. Il 16 marzo 1960 due ragazzine di colore entrarono in un supermercato per comprare del cibo. Il proprietario diede loro due minuti per andarsene. Finirono in cella. L’episodio avviò la protesta nera a Savannah. Clarence sentiva parlare sempre di più della necessità di creare un ”nuovo negro” ribelle e incazzato. In un’America consumata dall’odio razziale, Thomas trovò consolazione nella chiesa cattolica. ”Non sono mai stato un liberal, semmai radical. Ero un cinico, ero negativo”. La sua giornata a scuola iniziava la preghiera, poi la messa, il rosario e un’ora di meditazione. Suo nonno teneva un ritratto di Martin Luther King in casa e gli aveva insegnato che i bianchi vanno sfidati con il talento, il successo, la competenza, la preparazione, lo studio, il duro lavoro, non con l’ideologia e la violenza. Di lì a poco il presidente Lyndon Johnson avrebbe firmato il Civil Rights Act, ponendo alla segregazione nel sud americano. La nuova agenzia per i diritti civili, l’Equal Employment Opportunity Commission, avrebbe avuto in Thomas, scelto da Ronald Reagan, uno dei suoi storici rappresentanti. Aveva sedici anni quando fu abolita la separazione e decise che non avrebbe più diviso gli americani sulla base della razza. L’uccisione del reverendo King al Lorraine Motel di Memphis lo allontanò dalla chiesa cattolica. ”Tutto quello che ritenevo importante, avere un’educazione e diventare prete, perse di significato”. Le università cattoliche erano però le migliori. Thomas scelse così l’Holy Cross College nel Massachusetts, uno dei migliori atenei gesuiti d’America. Nel giugno del 1971 fu ammesso alla facoltà di legge a Yale. All’epoca era il bastione della cultural liberal rampante: il cappellano dell’università, William Coffin, aveva guidato la protesta contro l’escalation vietnamita e Louis Pollak, decano di Yale all’arrivo di Thomas, aveva rappresentato l’accusa nel caso Brown contro i cattolici. Thomas scoprì che i famosi ”progressisti” non erano poi così tali. Ancora nel 1970 la Yale Corporation, il corpo che governa l’università, non aveva accolto un solo nero. Negli anni in cui il potere della Corte suprema debordava rispetto alla sua funzione originaria, Thomas iniziò a formulare quella che sarebbe passata alla storia come teoria ”originalista”: il testo costituzionale vale per quello che dice, non per quello che non dice ma che un gruppo di giudici vorrebbe che dicesse. La Corte ”si è arrogata i poteri di un’assemblea costituzionale”, con la differenza che una Costituzione, per entrare in vigore, deve prima essere approvata dal popolo. Il silenzio della Costituzione su certe materie non va riempito con la ”voce arrogante” dei magistrati, ma con quella del Congresso. Thomas ha sempre tenuto fede a quest’idea che maggiore è il potere della magistratura, minore è la libertà degli americani. Nello studio legale che lo arruolò dopo il college, Thomas aveva come collega il futuro ministro della Giustizia John Ashcroft, grazie al quale si sarebbe riavvicinato alla fede. E’ in quel periodo che smise di bere. Anche Tom Monaghan ebbe un ruolo decisivo nella sua ”rinascita”. Fondatore delle pizzerie Domino’s, Tom è oggi il più grande filantropo dell’educazione americana. Cresciuto in un orfanotrofio, è stato per anni in seminario, prima di arruolarsi nei marine. Ha creato l’Ave Maria University, a cui aderiscono Thomas e Scalia. Il suo studio legale, il Thomas More Law Center, si batte contro l’evacuazione dei presepi dalle scuole e delle croci dei veterani dai cimiteri, perché gli studenti possano leggere la Bibbia e gli antiabortisti fare picchetti davanti alle cliniche. Era al fianco del giudice dell’Alabama Roy Moore, l’eroe dei Dieci Comandamenti, e ai genitori di Terri Schiavo. Uno dei consulenti del college è padre Joseph Fessio, che ha studiato con il professor Joseph Ratzinger. Alle otto di mattina Thomas prende messa nella chiesa dedicata a San Giuseppe vicino al Campidoglio. Reagan era in cerca di talenti di colore e Thomas accettò di dirigerne la commissione per i diritti civili. ”Fu un passo da gigante per un nero”. All’epoca i repubblicani di colore erano pochissimi, sebbene fosse stato il partito di Abraham Lincoln ad averli liberati. Alla commissione conobbe Anita Hill, che molti anni dopo lo avrebbe accusato di avances sessuali, prestandosi alla campagna ”to bork”, liquidare, il nero di destra. Thomas fece subito scandalo dicendo che le politiche delle quote ”sono non soltanto ingiuste e anticristiane, ma anche antiamericane”. Nel giugno del 1987 Reagan doveva sostituire il giudice Lewis Powell. Un magistrato del Distretto di Columbia, Robert Bork, doveva essere la 104esima nomina della Corte. Sarebbe diventato l’unico giudice a non superare il consenso del Senato, sulla base delle opinioni filosofiche. Thomas avrebbe subito quello stesso trattamento. E’ stato definito il ”giudice riluttante”, perché quando Bush padre sondò il suo interesse rispose che non era intenzionato a far parte della Corte. ”In quanto libertario non amavo l’idea di giudicare altri esseri umani”. Un giorno avrebbe perfino difeso il diritto del Ku Klux Klan di esporre le sue croci funeste, nonché la produzione a uso privato e medico della cannabis. Sulla visione del diritto naturale di Thomas ebbe una grande influenza intellettuale il discepolo del filosofo della politica Leo Strauss, Harry Jaffa. Dietro ogni sua sentenza liberista c’è invece la mano dell’amica Ayn Rand, la profuga russa apologeta del capitalismo che contro il piagnisteo degli anni Sessanta spiegava che ”una persona ha il diritto di esprimere le sue idee senza correre il rischio di essere represso, ostacolato o punito dagli uomini di stato. Non significa che qualcun altro debba fornirgli una sala da conferenze, una stazione radio o una tipografia”. Thomas fu segnato da pensieri come questo: ”Il farabutto che dice di non vedere alcuna differenza fra il potere del dollaro e quello della frusta, dovrebbe imparare la differenza sulla sua stessa schiena”. Thomas avrebbe parlato del welfare come di un ”narcotico”. Fresco di nomina alla Corte suprema, Thomas sconvolse la comunità nera dicendo che l’essere umano va giudicato in base al suo valore, non al colore della pelle: ”Il fetore dell’inferiorità razziale confonde il mio olfatto. Non puoi creare un box per metterci dentro le persone sulla base di generalizzazioni. Non importa se sei cattolico romano o un battista del Sud, ogni differenza è cancellata dalla razza”. L’avrebbe chiamata ”neutralità razziale”, influenzando George W. Bush sulla libertà scolastica. Per Thomas l’America ha conosciuto ”troppo colore”, è il momento di tornare a una ”Costituzione senza colore”. Dice di aver scelto questa linea con ”l’imperitura speranza che questo paese vivrà in base ai principi enunciati nel Bill of Rights: tutti gli uomini sono creati uguali e saranno trattati in modo eguale. Io sono un uomo, sono un uomo e sono un uomo. Mi è successo di essere nero, ma prima sono un essere umano”. Nella sua opinione di minoranza contro la discriminazione positiva citò le parole dell’abolizionista nero Frederick Douglass: ”’Se il nero non può camminare con le sue gambe, lasciate che cada’. Come Douglass penso che i neri possano avere successo in ogni aspetto della vita americana anche senza l’ingerenza degli amministratori universitari”. Thomas definisce l’affirmative action una forma di ”paternalismo razziale” ed è diventato la nemesi del movimento per i diritti civili di cui era stato protagonista, riassumendone così il programma: ”Brontolare brontolare, lagnarsi e lagnarsi, piagnucolare e piagnucolare”. Al senatore Robert Kennedy che lo accusò di ”tradimento”, Thomas rispose che il nonno di Kennedy aveva solo due fotografie in casa, il reverendo King e Gesù Cristo. Quando va a parlare alle università, lo attendono picchetti di neri (’Lo zio Thomas è un traditore”) e sciami di paladine del diritto all’aborto (’Dio è una donna”). Lui non ha perdonato ai democratici di averlo umiliato di fronte a tutto il paese: ”E’ stato un circo, un linciaggio high tech. Sono stato distrutto da una commissione del Senato anziché impiccato a un albero. Le mie peggiori paure non provengono dalla Georgia, ma da Washington, dove sono stato perseguitato non da bianchi in tunica, ma da zeloti di sinistra adornati in una fluente bigotteria”. A lungo bollato come il ”nero dei bianchi”, Thomas ha avuto il suo più prezioso riconoscimento dal grande corsaro William Taylor, l’avvocato dei diritti civili che convinse la Corte suprema nel 1958 ad abolire la separazione fra bianchi e neri a Little Rock. Contro l’ortodossia e il conformismo liberal, Taylor difese la visione di Thomas sulla libertà scolastica e religiosa degli afroamericani: ”Se avete idee migliori è tempo di ascoltarle. Non puoi aspettare un ordine universale perfetto”. Un giorno Thomas si trovava ad Amelia Island, al confine fra la Florida e la Georgia. Il balcone dell’albergo si affacciava sulla Liberty County. Quelle terre un tempo producevano il più prezioso cotone del mondo, lavorato anche dalla famiglia Thomas. In quel resort di lusso, affacciato su una terra di dolore, capì quanto fosse fortunato. Da bambino non poteva permettersi neppure il biglietto dell’autobus che da Savannah lo avrebbe portato fino alle spiagge riservate ai neri. Poco prima aveva fatto visita al nonno morente e gli spiegò delle critiche che riceveva dai neri. ”Figlio mio, devi lottare per ciò in cui credi”. Si abbracciarono, per la prima e ultima volta nella loro vita» (Giulio Meotti, ”Il Foglio 13/10/2007).