Note: [1] Francesca Sforza, La Stampa 13/10; [2] Mario Calabresi, la Repubblica 13/10; [3] Mario Tozzi, La Stampa 13/10; [4] Alessandra Farkas, Corriere della Sera 13/10; [5] Francesco Semprini, La Stampa 13/10; [6] Vittorio Sabadin, La Stampa 13/10; [7] , 13 ottobre 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 15 OTTOBRE 2007
Albert Arnold ”Al” Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti (dal 1993 al 2001, con Bill Clinton), ha vinto il Nobel più ambito, quello per la Pace (condiviso con l’Ipcc, il Comitato Intergovernativo dell’Onu per i Cambiamenti Climatici). Francesca Sforza: «Qualcuno non ha capito. Che c’entra la pace con l’ambiente? ”Sono sorpreso, la relazione tra le sue attività e la pace nel mondo appare confusa e indistinta”, ha osservato ad esempio il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus». [1] Mario Calabresi: «La scelta di dare un premio per la pace a chi si batte per l’ambiente nasce dalla considerazione che i cambiamenti climatici mettono in crisi la convivenza pacifica, scateneranno sempre più migrazioni, lotte per le risorse naturali a partire dall’acqua, guerre e conflitti». [2]
Nella sua perorazione quotidiana, Gore sottoscrive che si registreranno 2°C in più nelle temperature medie del prossimo secolo, mentre in quello precedente la crescita è stata solo di 0,6°C. Mario Tozzi: «Anche la temperatura delle acque oceaniche è cresciuta come mai dalla fine dell’ultima glaciazione a questa parte e quella del Mediterraneo si è addirittura innalzata di 3°C nella scorsa primavera rispetto alla media degli anni precedenti. I due fatti insieme porteranno a un innalzamento del livello medio dei mari fino a quasi un metro nei prossimi cento anni. Su questi dati si registra l’accordo dei principali organismi internazionali che studiano il clima, che radunano, è bene ricordarlo, quasi 3000 ricercatori che non hanno davvero nulla da guadagnare nel dipingere uno scenario piuttosto che un altro». [3]
Secondo James Taylor, ambientalista dell’Heartland Institute, quello di Gore più che un Nobel per la Pace è un Nobel per la Propaganda vinto «distorcendo la scienza, creando uno spauracchio che non esiste e minacciando il futuro dei nostri figli e nipoti. La riduzione dei consumi e l’aumento astronomico del prezzo delle fonti energetiche proposti da Gore costerebbero agli Usa intorno al 2,3% del prodotto nazionale lordo. Questa sì sarebbe una catastrofe». [4] Per Bjorn Lomborg, autore de L’ambientalista scettico (contro-denuncia il documentario di Gore per i «contenuti fuorvianti»), «il Nobel è stato solo un riconoscimento politico». Francesco Semprini: «La sua tesi è avvalorata dalla sentenza del giudice britannico Michael Burton che ha individuato ”nove errori di valutazione scientifica” e ha chiesto che ”le immagini siano accompagnate da un avviso sulle conclusioni esagerate”». [5]
Sfruttare le paure della gente a fini politici non è una novità. Vittorio Sabadin: «Bush ci riesce da tempo con il terrorismo, ma Al Gore ha dimostrato che anche con il riscaldamento globale si può fare strada, e forse andare ancora più lontano. Il climatologo americano William Gray lo aveva previsto, mettendo al primo posto delle ragioni dell’isteria mondiale sui mutamenti climatici proprio la necessità politica di trovare un nuovo nemico da combattere dopo il crollo dell’impero sovietico. Il terreno è fertile, perché la gente comincia davvero a essere spaventata dalle previsioni sull’imminente mancanza di acqua potabile e di cibo, dal ghiaccio che si scioglie al Polo Nord e dai rapporti del Pentagono che sostengono che i mutamenti climatici rappresenteranno un pericolo maggiore per la sicurezza degli Usa dei terroristi di Al Qaeda». [6]
Può non piacere Gore, con quella mascella volitiva e lo sguardo un po’ fisso mentre illustra la sua scomoda verità. Tozzi: «Non piace ai repubblicani statunitensi e ai filoamericani nostrani, sempre pronti a schierarsi con il Presidente più dannoso per l’ambiente che quel Paese abbia mai avuto in tempi recenti. Ma il faccione di Al Gore non piace neppure a molti democratici del Congresso e a molti verdi europei, che vedono nel troppo clamore mediatico l’unico fine cui l’ex vicepresidente si sia realmente candidato: diventare un super-eroe ecologico marvelliano». [3] Saputo del Nobel, Gore ha promesso: « solo l’inizio, tornerò subito a lavorare per questa emergenza planetaria e cercherò di capire come usare al meglio il premio per far crescere la sensibilità della gente». [2] Massimo Gaggi: «Certamente Gore non può spendere i prossimi otto anni enunciando e ripetendo fino allo sfinimento messaggi più o meno apocalittici. Dovrà anche dare uno sbocco concreto al suo impegno». [7]
Sono passati cinque anni da quando la moglie Tipper gli suggerì di tirar fuori dalla cantina le sue vecchie diapositive in bianco e nero. Paolo Valentino: «Le aveva messe insieme nel 1989, per accompagnare una vecchia presentazione sui rischi delle emissioni tossiche e il surriscaldamento del clima, che molti anni prima aveva portato in giro, davanti a platee fatte anche di 10 persone. Le trovò piene di polvere, le sistemò alla meno peggio su un vecchio proiettore Kodak e le lanciò su uno schermo. Alcune le aveva inserite sottosopra. ”Forse dovresti digitalizzarlo e riprendere la lezione’, suggerì la moglie. Lui sorrise, annuendo non molto convinto». [8]
Nella tradizione politica americana, lo sconfitto alle presidenziali rimane sconfitto. Vittorio Zucconi: «Viaggia ai confini lontani delle conferenze retribuite davanti ai congressi di chirurghi o di dentisti, relegato al massimo in qualche rispettosa e irrilevante intervista. Ma Al Gore è il morto che non vuole restare morto, lo ”undead” politico che troppi americani considerarono ingiustamente privato della Casa Bianca nel 2000 soltanto perché il clan Bush aveva avvocati migliori e giudici amici. Eppure era parso sepolto per sempre, quando aveva stretto la mano a Bush nel dicembre del 2000 e concesso una sconfitta ingiusta. Era scomparso dal radar dell’attenzione pubblica, per civismo, per rispetto della Costituzione che non distingue fra vittorie schiaccianti e vittorie risicate, per vergogna di una campagna elettorale disastrosa e presuntuosa condotta a dispetto del proprio predecessore, Bill Clinton, della signora, Hillary Clinton, e del partito democratico che lo aveva accettato senza mai amarlo». [9]
Per sapere cosa pensano davvero i Clinton di Gore bisogna sfogliare What A Party!, il libro scritto da Terry McAuliffe, ex presidente dei democratici ora capo della campagna per la raccolta fondi di Hillary. Molinari: «Pagina dopo pagina Gore viene descritto come un leader vanitoso, autore di gaffes nonché principale responsabile della sconfitta elettorale del 2000 - quando perse la presidenza in Florida a favore di George W. Bush - in quanto ”volle tenere a distanza Bill Clinton dopo lo scandalo Lewinsky”. La ruggine risale a quando Gore e Hillary rivaleggiavano alla Casa Bianca per essere il vero numero 2 di Bill, è aumentata con la sconfitta del 2000 e continuata in seguito, quando il ”Piano Marshall per la Terra” ha trasformato Gore nel paladino di una base liberal che non riesce a innamorarsi di Hillary». [10]
La prima a congratularsi con Gore è stata Hillary perché è lei a temerlo di più. Molinari: «Basta guardare che cos’è avvenuto in America nelle ore seguenti all’annuncio di Oslo: l’ex presidente Jimmy Carter ha chiesto senza mezzi termini a Gore di candidarsi nel 2008, i fan del sito Draftgore.com hanno inondato la rete di milioni di email, il magazine liberal The Nation ha plaudito alla vittoria nelle ”primarie norvegesi” auspicando un rapido bis in gennaio in Iowa e New Hampshire, il gotha dei leader democratici del Congresso si è affrettato a tessere le lodi del vincitore e i maggiori network tv hanno cambiato i palinsesti per trasmettere in diretta il commento del premiato dalla California. Insomma, Hillary è svanita nel nulla: i sondaggi che la danno vincente nel 2008, i record di raccolta fondi e la martellante presenza sui media si sono dissolti nello spazio di un mattino». [10]
Gore ricorderà il 2007 come l’anno della svolta. Prima del Nobel c’erano stati l’Oscar per la Verità scomoda, l’Emmy per il suo canale televisivo, il concerto mondiale per la difesa dell’ambiente (Live Earth) celebrato come il più grande evento musicale della storia dell’umanità. Gaggi: «Ma né la sua straripante popolarità, né la pressione di centinaia di migliaia di supporter che firmano petizioni e acquistano pagine di pubblicità sui giornali per chiedergli di candidarsi, sembrano poterlo convincere a rivedere la decisione di non correre per la presidenza». [7] Luciano Benetton, che cenò con lui il 14 giugno a Milano: «Qualcuno glielo chiese. La risposta fu un no inizialmente deciso e poi sempre più sfumato». [11]
Vedremo un duello undead contro unloved, il non morto contro la non amata? Gaggi: «La politica che scalda i cuori e guarda lontano contro la logica fredda di una ex first lady con la competenza di uno statista consumato e il fascino di un amministratore di condominio. Negli Stati Uniti la gente, frustrata dall’appannamento dell’american dream, ha ancora voglia di sognare, ma ha anche bisogno di un leader pragmatico che, oltre a combattere grandi battaglie ideali, sia anche pronto a rimboccarsi le maniche per rimettere in moto l’economia, far funzionare la sanità, porre fine onorevolmente all’intervento militare in Iraq, proteggere il Paese dagli attacchi terroristici. Il grande sacerdote del salvataggio della Terra o la prima donna a guidare l’America?». [7]
Con ogni probabilità gli elettori non potranno scegliere tra Gore e Hillary per la nomination democratica alla Casa Bianca. Gaggi: «Eric Pooley, il giornalista di Time che in primavera ha girato per settimane da un capo all’altro dell’America al suo fianco, per poi dedicargli un monumentale profilo sul settimanale, è uno di questi: ”Se Al si candida mangio la mia copia della Verità scomoda”. Ma anche lui, sotto sotto, un piccolo dubbio ce l’ha: ”Però non chiedetemi di inghiottire anche il dvd con la versione digitale del libro”». [7] James Carville, ex esperto elettorale di Clinton: «Ci sono 25 possibilità su 100 che scenda in campo». Molinari: «Sulla carta Gore potrebbe essere designato dalla Convention di Denver in agosto anche senza essersi mai presentato alle primarie». [10]