Sergio Romano, Corriere della Sera 13/10/2007, 13 ottobre 2007
Pensavo che i generali golpisti in Birmana fossero di destra. Invece ho letto che la Giunta militare al potere è di sinistra e così si spiega l’appoggio politico che riceve dalla Cina
Pensavo che i generali golpisti in Birmana fossero di destra. Invece ho letto che la Giunta militare al potere è di sinistra e così si spiega l’appoggio politico che riceve dalla Cina. Su questo punto l’informazione in genere non è stata troppo puntuale. Vuole chiarire le cose? Antonio Massioni amassioni@gmail.com Caro Massioni, i generali birmani non sono né di destra né di sinistra. Quando hanno preso il potere, nel 1988, hanno costituito un regime militare, fortemente autoritario e poliziesco, in cui la classe dominante è costituita da qualche milione di persone. Ne fanno parte le forze armate, la polizia, i servizi d’informazione, la funzione pubblica, le loro famiglie e gli apparati delle imprese che sfruttano le risorse economiche della nazione: petrolio, gas, legni pregiati, bellezze naturali (il turismo garantisce un certo flusso di valuta) e una montagna di pietre preziose (diamanti, perle, zaffiri, rubini) che fanno della Birmania, da qualche anno rinominata Myanmar, una delle più grandi gioiellerie del mondo. I monaci buddisti (circa 400.000) sono stati per parecchi anni un ceto sociale appartato, pressoché neutrale, a cui il regime elargiva favori e prebende. Sono scesi in piazza, nelle ultime settimane, quando la dissennata politica economica dei militari ha duramente colpito le masse popolari e ha suscitato le proteste anche di coloro che si erano supinamente rassegnati al regime. Le ragioni per cui la Cina ha puntellato il sistema politico di questo sventurato Paese non sono ideologiche. Lo ha fatto semplicemente perché le conviene avere sulle proprie frontiere meridionali un grande deposito di energia, a cui può attingere per il proprio impetuoso sviluppo, e un regime inviso all’Occidente su cui può esercitare, all’occorrenza, qualche decisiva pressione. Gli altri Paesi confinanti (soprattutto India e Thailandia) hanno chiuso un occhio. Sanno che la Birmania è un riottoso mosaico di gruppi etnici. Su una popolazione di circa 43 milioni di persone i birmani rappresentano il 68% e il resto è diviso fra shan (9%), karen (7%), rakhine (4%), cinesi (3%), indiani (2%), mon (2%). La principale religione del Paese è il buddismo, ma i cristiani e i musulmani formano insieme l’8% della nazione. Anche in epoca coloniale la Birmania è stata, per l’Impero britannico, un osso duro. Si ribellò negli anni Trenta ed ebbe un governo fantoccio, dopo l’occupazione giapponese, che collaborava con Tokyo. Fu qui che un leader nazionalista indiano, Chandra Bose, costituì un piccolo «esercito di liberazione» con cui attraversò la frontiera per creare, nell’ultima fase del conflitto, una minuscola, effimera «India liberata». L’indipendenza giunse nel 1948, ma fu seguita immediatamente da una guerra civile con le minoranze etniche che controllavano una delle più prospere zone agricole del Paese. Se lei fosse indiano o tailandese, caro Massioni, avrebbe interesse ad avere sulle proprie frontiere un regime che controlla il territorio e garantisce una certa stabilità. Ma il maggior pilastro della giunta militare di Myanmar è stato indubbiamente, negli ultimi vent’anni, il regime comunista cinese. questa la ragione per cui il governo di Pechino, in queste ultime settimane, ha dato evidenti segni di imbarazzo. Ha dichiarato che le dimostrazioni dei monaci sono una faccenda interna di Myanmar, ma sa che i sanguinosi disordini di Yangon, alla vigilia dei Giochi Olimpici di Pechino, possono intaccare ulteriormente l’immagine della Cina nel mondo. probabile quindi che i cinesi stiano esercitando qualche pressione sui militari birmani per persuaderli ad allentare il laccio con cui stringono il collo del Paese. Ma esiste un interesse cinese che finirà probabilmente per prevalere su qualsiasi altra considerazione. Pechino sa che il crollo del regime militare e l’avvento della democrazia aprirebbero Myanmar all’influenza degli Stati Uniti e non ha alcun desiderio di avere un regime filoamericano alle porte di casa. una posizione, quella dei cinesi, molto simile a quella di Putin verso l’Ucraina e la Georgia: se la democrazia è un’occasione offerta alla presidenza Bush per penetrare nella regione, i militari sono meglio dei dissidenti.