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 2007  ottobre 12 Venerdì calendario

La macchina segreta che governa la Cina. la Repubblica, venerdì 12 ottobre Quando lunedì duemila delegati si riuniranno a Pechino per il 17esimo congresso del Pc cinese, la riconferma del loro segretario generale sarà già scritta nella sceneggiatura del grande evento

La macchina segreta che governa la Cina. la Repubblica, venerdì 12 ottobre Quando lunedì duemila delegati si riuniranno a Pechino per il 17esimo congresso del Pc cinese, la riconferma del loro segretario generale sarà già scritta nella sceneggiatura del grande evento. Ma chi è il 64enne Hu Jintao, che per altri cinque anni resterà capo del partito e presidente della Repubblica? Questo ingegnere idraulico, prescelto da Deng Xiaoping come futuro leader del paese più di 15 anni fa, ha passato una vita a scalare i gradini della carriera politica nel partito di massa più potente del mondo. In questi giorni manovrerà le leve della gigantesca organizzazione per preparare l´investitura di un "delfino". Eppure i delegati del congresso, come il restante miliardo e trecento milioni di cinesi, di Hu Jintao non sanno quasi nulla. Il leader del popolo più numeroso del pianeta, alla guida di una superpotenza che sfida gli Stati Uniti, è avvolto nel mistero. A differenza di tutti i capi di Stato della terra la sua vita privata, il suo carattere e i suoi gusti, sono sconosciuti. Il "vero" Hu Jintao è uno dei segreti meglio protetti dalla macchina di potere che obbedisce ai suoi comandi. Non è sempre stato così, nella storia del comunismo cinese. I tre illustri predecessori hanno rivelato di più su se stessi, magari per costruirsi dei volti pubblici utili al culto della personalità. Mao durante la guerra partigiana si fece intervistare per mesi dal giornalista americano Edgar Snow che ne lanciò la leggenda; scrisse poesie; fece circolare otto milioni di copie del Libretto Rosso con i suoi pensieri. Deng Xiaoping esibiva le sue origini dello Sichuan con il forte accento provinciale. Jiang Zemin in visita in America sfoggiò un talento da karaoke-bar cantando brani di Frank Sinatra. Di Hu Jintao si dice invece che la sua riproduzione al Museo delle cere di Hong Kong lascia trasparire più emozioni. L´originale in carne e ossa sembra la maschera imperscrutabile di un moderno imperatore di terracotta. L´arte di non rivelarsi la coltiva fin dalla giovinezza. Gli è stata preziosa, prima per sopravvivere, poi per organizzare la sua ascesa. Figlio di un commerciante di tè della provincia del Jiangsu, ha dovuto rendere le proprie origini "invisibili" perché quel padre piccolo borghese non gli costasse la persecuzione durante la Rivoluzione culturale. All´università Tsinghua, la più prestigiosa di Pechino, si laureò ingegnere mentre esplodeva il radicalismo delle Guardie rosse. Da un giorno all´altro opposte fazioni vincevano o perdevano battaglie violente; si cadeva in disgrazia facilmente. I colleghi di università ricordano la sua abilità: andare d´accordo con tutti, non scoprire il fianco. Il profilo conformista è stata la sua armatura per scampare alle tempeste. La sua biografa ufficiale, la storica Ma Ling, lo descrive come uno che "controlla quello che dice fin dall´adolescenza". Pur avendo scritto di lui un ritratto agiografico, Ma Ling non è stata gradita dalla macchina di potere. Anche di quel passato Hu Jintao ha cancellato le tracce non appena ne ha avuto il potere. Qualche giornalista straniero anni fa riuscì a rintracciare la zia novantenne di Hu, che lo educò dopo la morte del padre. La vecchietta intervistata disse ogni bene del nipote, scolaro modello. Ma a scanso di rischi da allora la zia è irraggiungibile, la sua casa è protetta dalla polizia. Sono sparite foto d´infanzia e ricordi. Anche se in Cina i rotocalchi si guarderebbero bene dal pubblicare gossip sul leader, le precauzioni non sono mai troppe. Perfino oggi che è all´apice del potere è raro che Hu esprima un´opinione personale. Una volta al mese convoca la "cupola" del regime: quel giorno 22 limousine nere dai vetri affumicati entrano di primo mattino a Zhongnanhai, il quartier generale della nomenklatura a fianco della Città Proibita. Da quando Hu è salito al vertice del partito nel 2002 le riunioni del Politburo sono diventate brevi, operative, per poi ascoltare relazioni di esperti dell´Accademia delle Scienze o del Consiglio di Stato su temi concreti: l´economia, l´energia, la ricerca scientifica. Quando Hu trae le conclusioni riassume quel che è stato detto, senza prendere posizione. Il momento delle scelte, quando arriva, deve essere preparato e mediato in un circolo ancora più ristretto, al riparo da ogni curiosità. In tv non parla mai a braccio. Le sue conferenze stampa non prevedono domande, salvo quelle approvate preventivamente. Perfino nei vertici internazionali come il G-8 che hanno qualche parentesi di confidenzialità, Hu nei dialoghi con gli altri leader non improvvisa. L´unica volta che si è aperto uno squarcio sulla sua vita privata è stato per via della figlia. Il matrimonio della ragazza con il miliardario Daniel Mao, giovane fondatore di una società online, non poteva passare inosservato. Ma subito dopo le nozze anche la coppia di sposini è scomparsa dai riflettori. Sulle manovre politiche che avvengono nel quadrilatero di Zhongnanhai si stende una cortina ancora più impenetrabile. Per aver anticipato di poche settimane un avvicendamento che era nell´aria – quando Hu prese a Jiang Zemin l´ultimo incarico che gli era rimasto, il controllo sulle forze armate – un collaboratore cinese del New York Times si è fatto tre anni in carcere. Violazione di segreti di Stato. Nonostante questo riserbo ossessivo la storia di Hu contiene indizi sufficienti per capire la natura del blocco di potere che si coagula attorno a lui. Nella sua carriera spiccano tre incarichi nelle provincie dell´impero. 14 anni come capo del partito nel Gansu, ai bordi del deserto del Gobi, e poi lo stesso ruolo nel Guizhou a metà degli anni Ottanta, lo hanno confrontato con regioni povere. Da allora Hu non dimentica che un problema cinese è lo sviluppo ineguale, con una larga parte del paese ancora immersa nell´arretratezza. Il terzo posto di comando periferico fu il Tibet. Era il 1987, a Pechino soffiava un vento di liberalizzazione che preparava la "primavera studentesca". I tibetani si illusero di poter rivendicare l´autonomia e il ritorno del Dalai Lama. Le manifestazioni si moltiplicavano, con i monaci buddisti come protagonisti. Hu non esitò a proclamare la legge marziale nel Tibet nel 1988: il suo polso di ferro fu un segnale premonitore, la prova generale della repressione armata che il suo protettore Deng usò l´anno dopo a Piazza Tienanmen. Il primato del partito, la necessità di conservare il controllo sulla società civile, è un principio guida della sua azione. Al tempo stesso la sua qualifica di ingegnere è il marchio distintivo di una classe dirigente pragmatica, che crede nella scienza e nella tecnica, non vuole ripiombare in stagioni di ideologismo come la Rivoluzione culturale. Il suo fedele premier, Wen Jiabao, è ingegnere-geologo. Molti membri di questa "quarta generazione" del comunismo cinese hanno fatto studi tecnici, si sono cimentati con l´agronomia o la gestione di industrie di Stato. Il metodo per la selezione di questa élite resta la cooptazione: sono i capi di oggi che promuovono i successori, obbedienza e fedeltà sono più apprezzate dell´originalità. La democrazia dal basso, evocata nei progetti di riforme politiche, resta un´illusione. Il decentramento e l´autonomia regionale coprono l´esistenza di feudi locali, riottosi perché più corrotti e inefficienti del governo centrale. Un congresso di queste dimensioni non è solo coreografia. Secondo Li Cheng, sinologo allo Hamilton College di New York, "l´invecchiamento della classe dirigente rende necessario l´avvio di un ricambio generazionale molto ampio". Li stima che il 60% del comitato centrale verrà sostituito in tempi rapidi. Stesso destino per il più ristretto Politburo, dove l´età media supera i 66 anni e 16 membri sono pensionabili. Infine c´è il vertice dei vertici, dove siedono i nove capi supremi, il comitato esecutivo. Lì un decesso e tre membri sulla settantina creano quattro seggi vacanti. In quella cerchia si gioca la partita decisiva per preparare il dopo-Hu nel 2012. L´attuale segretario generale ha due delfini favoriti, i cinquantenni Li Keqiang e Li Yuanchao. Provengono dal vecchio feudo di Hu, la Gioventù comunista dove ha costruito la sua base di potere personale e un bacino di reclutamento di fedelissimi. Ma Hu deve fare i conti con una fazione avversa legata al suo predecessore Jiang Zemin. Ora che il vecchio Jiang è in pensione il suo erede è il vicepresidente Zeng Qinghong. il capo del clan di Shanghai, detto anche il partito dei "principini". Questa corrente ha messo radici nella nuova imprenditoria capitalista, un mondo degli affari dove brillano figli e nipoti di gerarchi comunisti (i "principini"). Il loro candidato per sostituire Hu Jintao fra cinque anni è Xi Jinping, 54enne segretario del partito di Shanghai. Questa descrizione dei due schieramenti non compare mai sui giornali cinesi. Tuttavia circola nei ceti medi urbani, tra manager e professionisti, nelle generazioni istruite che viaggiano all´estero e usano Internet. Il partito unico non è un monolito: non lo era neppure ai tempi di Mao quando le fazioni regolavano i conti con il sangue e i campi di rieducazione. Oggi il confronto è più soft. Per indebolire il clan di Shanghai Hu Jintao ha usato i dossier dei servizi, le intercettazioni telefoniche, gli estratti conto bancari. Ha pescato selettivamente alcuni uomini della corrente opposta coinvolti nella corruzione, li ha fatti denunciare dalle loro giovani amanti. La partita non è chiusa, gli avversari conservano posizioni di comando. Forse lo stesso Hu considera pericoloso stravincere. I "principini" hanno in mano pezzi portanti dell´apparato industriale e finanziario. Una caccia alle streghe contro di loro avrebbe effetti destabilizzanti. E l´unica religione a cui Hu dedica un culto maniacale è la stabilità. "Società armoniosa" è lo slogan d´impronta confuciana che lui ha adottato. Vuol dire cose diverse. Un capitalismo un po´ meno selvaggio, con un´inflessione socialdemocratica che redistribuisca qualcosa agli operai poveri, ai contadini. Un paternalismo autoritario che assegna al partito il diritto di governare senza alternative. Un rifiuto dei conflitti aperti, che vanno prevenuti attraverso il controllo dell´informazione. Allo stesso tempo Hu continua a promettere la costruzione di uno Stato di diritto, la battaglia contro la distruzione dell´ambiente. Il bilancio dei suoi primi cinque anni al potere è in bilico fra trionfi e pericoli. Dal 2002 la Cina ha raddoppiato il reddito pro capite dei suoi cittadini, ha triplicato le esportazioni, ha accumulato le riserve valutarie più ricche del pianeta. Ha anche conquistato il grave primato mondiale delle emissioni di CO2, e le rivolte sociali censite dalla polizia sono in aumento costante. Le orecchie dei duemila delegati da lunedì si eserciteranno a discernere fra tanti messaggi contraddittori. Nell´aria si avverte un nervosismo, legato all´altro grande evento imminente: le Olimpiadi di Pechino 2008, che suscitano nel resto del mondo uno scrutinio più severo sugli abusi del regime. La grande macchina di potere ha bisogno di certezze, va rassicurata sulle vere priorità. Una di queste, Hu non lascerà dubbi, è la sua autoconservazione. Federico Rampini