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 2007  ottobre 16 Martedì calendario

Veri falsi d’autore. Grazia 16 ottobre 2007. Zhang Lihua è un nome sconosciuto nel mondo dell’arte cinese

Veri falsi d’autore. Grazia 16 ottobre 2007. Zhang Lihua è un nome sconosciuto nel mondo dell’arte cinese. quello di una ragazza di 24 anni che ama definirsi un’artista. E adesso il museo di Shenzhen, città industriale nel sud della Cina, le ha dedicato una mostra personale. "Sono arrivata a Dafen - quartiere di Shenzhen - nel 2002, dallo Hunan, la mia regione natale, subito dopo aver finito il liceo. Mio padre aveva sentito parlare di questo posto e di come qui si potessero fare soldi con l’arte, anche se non si è un’artista. Però è sempre meglio che lavorare in fabbrica, per questo ha deciso di aprire un atelier", racconta Zhang. Oggi si è specializzata nei fiori, i suoi preferiti sono quelli di Manet, Renoir e i girasoli di Van Gogh, che può riprodurre all’infinito. Dafen è un quartiere sorto dal nulla a Shenzhen, una città inventata a tavolino agli inizi del boom economico. Fino a dieci anni fa qui vivevano solo 300 contadini, oggi vi si producono le copie delle più famose opere d’arte che ornano i muri di ristoranti, alberghi e delle case del mondo intero. Le tele di Picasso, Monet e Botticelli sono sfornate al ritmo di pezzi di ricambio di automobili dagli atelier-fabbriche che producono secondo gli immutabili princìpi della catena di montaggio. Ognuno ha la propria specializzazione, i quadri passano fra le mani di abili operai pittori che riempiono ciascuno una parte diversa. C’è quello addetto a disegnare gli alberi, quello che dipinge solo occhi o quello che riempie il cielo. Yang Gengwei è un ragazzo di 27 anni specializzato proprio in cieli. Nella produzione in serie in un atelier di 10 persone, Yang dà pennellate di azzurro a tutta velocità, come ha imparato a fare in una scuola d’arte della sua città, a pochi chilometri da Dafen. Come lui, altri 10 mila operai della pittura a olio - un’arte sconosciuta alla tradizione cinese, che per secoli ha usato l’inchiostro - copiano ogni giorno i quadri più famosi del mondo. Ogni anno a Dafen, che detiene il 60% della produzione, si producono cinque milioni di falsi d’autore, per la maggior parte venduti sul mercato estero. Un giro d’affari enorme, che nel 2005 ha fruttato 28 milioni di euro agli atelier del falso, tanto da far scomodare anche il governo di Pechino che, fiero di tanto successo e del contributo della cittadina all’immagine e all’economia nazionale, ha nominato Dafen ”unità modello dell’industria dell’arte”. Gli ordini arrivano da tutto il mondo, misurati in container piuttosto che in unità. "Al momento stiamo lavorando a una commessa su 3000 tele floreali per una compagnia italiana", informa Zhang Lihua. I tempi sono brevi, in un paio di settimane tutto dev’essere pronto, per questo i 20 operai dovranno lavorare senza sosta. "In media un operaio produce 10 quadri al giorno, ma se è bravo arriva anche a 30", spiega Zhang. E rivela anche che, per stimolare la produttività dei suoi artisti di bottega, i pittori sono pagati a unità, più dipingono più guadagnano. Niente tempo libero, si lavora sette giorni su sette. "Quando disegnavo cieli ero pagato cinque yuan al pezzo (mezzo euro circa), in un giorno, lavorando 10 ore, riuscivo a farne diverse decine", ricorda Yang Gengwei. A Dafen un falso quadro di Van Gogh costa 30 yuan (tre euro circa), per una Gioconda si possono spendere 60 yuan (sei euro) e così a salire, fino a raggiungere le centinaia di yuan se si sceglie di offrire alla propria moglie un ritratto con le fattezze di Monna Lisa su misura. Una volta arrivati in Europa, però, questi quadri saranno venduti a cifre ben più alte, nell’ordine di diverse centinaia di euro. Il ”miracolo” Dafen è iniziato nel 1989, quando Huang Jiang, un modesto imprenditore di Hong Kong, pioniere dell’industria del falso, stabilì la sua base a ridosso della zona economica di Shenzhen. Huang vi arrivò con un piccolo manipolo di pittori, 20 operai che mise a copiare quadri famosi da vendere ai ricchi di Hong Kong. L’idea si rivelò vincente. In poco tempo sul modello del successo di Huang altri si improvvisarono artisti. Molti traslocarono a Dafen per aprire atelier a conduzione familiare, come spesso accade nei distretti industriali monoproduzione cinesi. Yang Gengwei, il pittore di cieli, è uno di questi. Dopo la gavetta, l’anno scorso è diventato mastro di bottega, a capo di cinque operai che dipingono al posto suo, mentre lui si occupa del commercio e di far crescere l’azienda di famiglia. "Il sogno di tutti quelli che arrivano qui è di diventare un giorno padroni di un atelier proprio, che si sappia dipingere o no il lavoro è molto più leggero e più piacevole che nelle fabbriche di scarpe o di giocattoli. per questo che Dafen diventa sempre più grande, perché tutti vogliono entrare nel commercio di quadri. Qui vicino hanno aperto anche delle scuole di pittura, così in qualche mese si può imparare a dipingere e mettersi al lavoro", racconta l’imprenditore, che il grande passo lo ha appena fatto, anche se il suo atelier è composto di due stanze, una dove si vive e l’altra dove si lavora. I garzoni alloggiano in un dormitorio, poco lontano. Alla sera quando si ritrovano con gli altri colleghi continuano a parlare di pittura, si interrogano sugli artisti famosi che copiano per ore, e sognano il giorno in cui si metteranno in proprio. L’inventore del modello di produzione in serie applicato all’arte, quello che ha fatto della città una fabbrica a cielo aperto, è Wu Ruiqiu, capo della Dafen Art Lover. arrivato qui nel 1989, come operaio al servizio del pioniere Huang Jiang, senza nessuna specializzazione e solo una vaga conoscenza della pittura. "Huang mi ha formato", racconta Wu. "Poi, nel 1997, ho lasciato la sua fabbrica per aprire il mio atelier". Con un’intuizione geniale: per ottimizzare la produzione e aumentare i profitti è necessario dipingere quadri come se si montassero bulloni. "Questa non è una galleria d’arte, non serve essere artisti, bisogna concepire il processo come una qualsiasi altra produzione", spiega Wu. Oggi la sua Art Lover ha 300 operai che producono 40 mila tele all’anno. "Fra i nostri primi clienti c’è l’Italia, che ci ordina soprattutto riproduzioni di quadri rinascimentali, poi gli Stati Uniti e la Spagna". Il ”modello Wu” ha ispirato un film, in uscita in questi giorni nelle sale del Paese, La storia del villaggio della pittura. Antonia Cimini