Marco Magrini, Il Sole-24 Ore 11/10/2007, pagina 8., 11 ottobre 2007
La moneta unica africana. Il Sole-24 Ore, giovedì 11 ottobre Dar Es Salam. Omary Mjenga è esattamente vecchio come il suo Paese
La moneta unica africana. Il Sole-24 Ore, giovedì 11 ottobre Dar Es Salam. Omary Mjenga è esattamente vecchio come il suo Paese. "Sono nato il 26 aprile 1964 in Tanzania", racconta orgoglioso, una bandierina coi colori nazionali che gli svetta sulla scrivania. "Fosse successo il giorno prima, sarei nato nel Tanganika", perché il giorno prima il Tanganika e l’isola di Zanzibar erano ancora due Stati autonomi. Eppure Mjenga - oggi dirigente del ministero degli Esteri, nonché stretto collaboratore del presidente della Repubblica, Jakaya Kikwete - spera di assistere presto a qualcos’altro del genere. Però molto, ma molto, più ambizioso. Un pugno di secoli fa, Tanzania, Kenya, Uganda, Rwanda e Burundi neppure esistevano. Erano solo le terre dove l’homo sapiens aveva mosso i primi passi. Poi terre di conquista del colonialismo europeo, che ne aveva disegnato i confini. Oggi, a neppure mezzo secolo dall’indipendenza, i cinque Paesi stanno pensando di unire il perimetro di quei confini e di cucire sul mappamondo una nazione più grande. "Il nostro modello - commenta Mjenga - è l’Europa, che ha abbandonato le antiche divisioni per unirsi". Solo che, a queste latitudini, si sta parlando di qualcosa di più coraggioso: una federazione politica con un presidente, una bandiera e una moneta. E, ovviamente, un grande mercato con quasi 125 milioni di consumatori. "La Cina è molto contenta dell’iniziativa", assicura Mjenga. Il 20 agosto ad Arusha, la città tanzanese già designata come la Bruxelles della futura Federazione dell’Africa Orientale, i cinque presidenti hanno deliberato in pompa magna il primo passo - l’unione monetaria - da raggiungere entro il 2012. Per poi procedere a federarsi. In realtà, tutti avrebbero voluto chiudere il cerchio già fra cinque anni. Peccato che, proprio in Tanzania, le consultazioni fra la cittadinanza abbiano dato esito negativo: il 76% ha detto di non gradire l’idea di una federazione accelerata. " che la Tanzania è il Paese più stabile dei cinque", osserva Charles Onyango-Obbo, editorialista del Nation di Nairobi. "Non ha sofferto le repressioni del partito unico e le pulizie etniche del Kenya; la tirannia e il crack economico dell’Uganda; il genocidio del Rwanda o la guerra del Burundi". A Nairobi, in Kenya, i contrari alla federazione accelerata sono appena il 10 per cento. A Kampala, in Uganda, il 16 per cento. Vista anche la determinazione dei presidenti, è probabile che la Federazione vedrà la luce. Anche se siamo al secondo tentativo. Nel 1963, un anno prima che Omary Mjenga nascesse, Julius Nyerere, Jomo Kenyatta e Apollo Milton Obote - ovvero i "padri fondatori" di Tanganika e Kenya, e il primo ministro dell’Uganda - avevano già sognato di federarsi. "Nyerere propugnava il socialismo e Kenyatta il capitalismo - spiega Azaveri Lwaitama, che insegna filosofia politica africana all’università di Dar Es Salaam - eppure portarono avanti con coraggio il progetto di una federazione. Fin quando, con il colpo di Stato di Idi Amin Dada, l’Uganda cominciò a intimidire il Kenya. Nel 1977, quel sogno andò in frantumi". Ma anche dopo il fallimento dell’esperimento socialista in Tanzania e la corruzione che ha soffocato il capitalismo kenyota, l’ideale panafricano di Nyerere e Kenyatta resta acceso nei cuori della gente. "I vantaggi economici dell’integrazione - commenta Mjenga - sono immaginabili: un grande mercato comporta più investimenti esteri e più opportunità. Ma c’è anche un’evoluzione storica: il definitivo addio all’era colonialista. E un risvolto sociale: favorire gli scambi culturali fra le diverse regioni" di questo angolo d’Africa. Lo swahili è già la lingua ufficiale di Kenya e Tanzania (ovvero 75 milioni di persone sulle 125 totali) ed è parlato nelle aree di confine degli altri tre Paesi. L’inglese fa il resto. "Avremo un solo passaporto", reclamizza Mjenga, che rappresenta la Tanzania nell’Helsinki Process (una sorta di tavola rotonda internazionale sui problemi della democrazia e della globalizzazione). "E sono allo studio anche l’inno nazionale e la bandiera comune". Peccato che le cose, per il nobile sogno panafricano, non siano così facili. Ad Arusha, quasi alle falde del Kilimanjaro, il moderno palazzo bianco della East african community - il seme che dovrebbe germogliare in una Federazione - svetta come un simbolo di futuro, in mezzo a un’esposizione di miserie e povertà. Qui ha sede l’unione doganale, alla quale si sono aggregate da un mese Rwanda e Burundi. "Il loro ingresso - commenta Charles Mbogori, direttore dell’East african business council - aumenterà gli scambi commerciali e gli affari. L’Africa orientale, che oggi ha un Pil complessivo di 40 miliardi di dollari, sta aumentando la capacità di attrarre investimenti dall’estero. Francamente, ci attendiamo un boom". Anche nel Burundi, dove il 90% della popolazione dipende dall’agricoltura, il commercio è l’unica speranza di salvezza. Per non parlare dell’Uganda che - senza aver accesso al mare - ha più risorse minerarie di tutti e, difatti, il maggior reddito procapite. In compenso, oltre a quest’unione doganale, i vari Paesi appartengono ad altre unioni: al Comesa, ad esempio, partecipano Uganda e Kenya, ma non la Tanzania. Se i tanzanesi hanno detto no alla federazione subito, è perché hanno paura di perdere la loro terra: la Tanzania è più grande degli altri quattro Paesi messi insieme, che hanno invece problemi di scarsità di spazio. Da anni ci sono scontri ai confini, soprattutto quelli con l’Uganda. "Ma i problemi - argomenta con passione Lwaitama, che pure è segretario della sezione tanzanese del Global panafrican movement - sono ben altri. Prima di fare un passo del genere, non sarebbe meglio studiare con calma la migliore soluzione possibile? Ad esempio, quella di avere un presidente federale a rotazione, in modo da rappresentare al potere tutti e cinque i Paesi, non mi pare una buona idea. Nessuno si ricorda più di Idi Amin?". Che la divisione del potere sia sempre un tasto delicato, l’ha dimostrato il presidente ugandese Yoweri Museveni, che a luglio è partito per un giro in automobile attraverso Kenya e Tanzania, ufficialmente per reclamizzare la Federazione. Per la verità, ha dimostrato che le principali arterie della futura Africa orientale sono un disastro: in Tanzania c’era un’interruzione ed è dovuto tornare indietro. Ma soprattutto, coperto dalle critiche e dai sospetti, ha dovuto convocare una conferenza stampa per assicurare che non intende candidarsi alla presidenza federale. "E poi - rincara Lwaitama - basta vedere cos’è successo con l’unione fra Tanganika e Zanzibar: 43 anni dopo abbiamo ancora un Governo nazionale e uno per l’isola, che di frequente non trovano soluzioni alle loro dispute. Vorrei sapere chi ci guadagna a fare le cose in fretta". Lwaitama, che si è laureato a Londra, punta il dito sugli interessi della nascente business community, giudicata troppo invasiva nel controllo dei media e troppo vicina alle stanze del potere. Anche se, complessivamente, i Paesi dell’Africa orientale paiono dimostrare le tesi di Jeffrey Sachs, il superconsulente dell’Onu nella lotta alla povertà: insegnare a usare la democrazia e la trasparenza come fondamenta della crescita economica paga. Se la corruzione non è ai minimi storici, di sicuro non è più ai massimi. "Però - conclude Lwaitama - ce n’è di strada da fare: in epoca coloniale, certe cose funzionavano meglio di oggi. E non lo dico perché sono stato educato a Londra con i soldi dei contribuenti inglesi". Fosse venuto al mondo quattro anni prima, Omary Mjenga sarebbe nato suddito della regina Elisabetta. I suoi nonni hanno visto l’occupazione tedesca. I suoi figli vivranno forse in una grande federazione, che ricongiunge la più antica famiglia della storia dell’uomo. Lui stesso, che per l’Helsinki Process viaggia di continuo per il mondo, è il primo a vedere una luce in fondo al tunnel africano. "La questione non sta più nel cercare gli aiuti finanziari del mondo ricco - dice Mjenga - che peraltro restano inferiori a quanto promesso nel 2000. Ma nel riuscire a competere nel mondo globalizzato, il più possibile ad armi pari". Perfetto. Ecco una buona ragione, per federare i Paesi dell’Africa orientale. Marco Magrini