Sergio Romano, Corriere della Sera 11/10/2007, 11 ottobre 2007
Che cosa c’è di vero nelle parole di Papa Pio XI quando definì Mussolini «l’uomo inviato dalla Provvidenza» per salvare l’Italia? Se non sbaglio, avvenne in occasione della firma dei Patti Lateranensi, nel febbraio del 1929, con l’Italia fascista che chiedeva una legittimazione agli occhi delle masse cattoliche; e la Chiesa che cercava una posizione di privilegio, puntando a ottenere il riconoscimento della religione cattolica come la sola religione dello Stato italiano
Che cosa c’è di vero nelle parole di Papa Pio XI quando definì Mussolini «l’uomo inviato dalla Provvidenza» per salvare l’Italia? Se non sbaglio, avvenne in occasione della firma dei Patti Lateranensi, nel febbraio del 1929, con l’Italia fascista che chiedeva una legittimazione agli occhi delle masse cattoliche; e la Chiesa che cercava una posizione di privilegio, puntando a ottenere il riconoscimento della religione cattolica come la sola religione dello Stato italiano. Michele Toriaco Torremaggiore (Fg) Caro Toriaco, l’espressione «uomo della Provvidenza» o «inviato dalla Provvidenza» è la versione abbreviata delle parole usate da Pio XI per ringraziare pubblicamente Mussolini dopo la firma del Concordato e dei Patti Lateranensi. Le parole esatte, pronunciate il 14 febbraio 1929, furono: «E forse ci voleva anche un uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare: un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi ». Come vede, caro Toriaco, le parole del Papa, ancor più di un ringraziamento per il capo del fascismo, furono un segno del risentimento con cui la Chiesa cattolica continuava a considerare i quasi settant’anni trascorsi dalla nascita del Regno e i quasi sessanta passati dall’ingresso delle truppe italiane nella sua capitale. Occorrerà attendere un altro Papa, Paolo VI, perché la Chiesa riconosca pubblicamente che la fine del potere temporale ha enormemente giovato alla sua autorità spirituale e al suo prestigio nel mondo. Questo non significa, naturalmente, che il Papa non avesse buoni motivi per essere grato a Mussolini. Il negoziato era durato tre anni e aveva corso più volte il rischio di insabbiarsi. L’idea della Conciliazione non piaceva ai liberali, convinti che ai rapporti fra lo Stato e la Chiesa bastasse il principio della separazione affermato da Cavour fin sul letto di morte. Non piaceva al «filosofo del regime» Giovanni Gentile che l’aveva pubblicamente criticata nel corso di una conferenza a Bologna nell’ottobre del 1926. E non piaceva al fascismo radicale, rappresentato da Roberto Farinacci, convinto che ogni concessione alla Santa Sede avrebbe privato il regime della sua libertà d’azione. La situazione si sbloccò quando Mussolini, deciso a raggiungere un accordo, assunse la responsabilità del negoziato e fece concessioni decisive fra cui quella che maggiormente aveva preoccupato Gentile: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. La Chiesa trasse dagli accordi altri vantaggi. Ricevette una somma importante (750 milioni in contanti e un miliardo in consolidato 5 per cento al portatore) calcolata sulla base dei benefici, previsti dalla legge delle Guarentigie, che la Santa Sede aveva rifiutato di accettare nei decenni precedenti. Ottenne il pubblico statuto dei beni ecclesiastici e del clero, il riconoscimento di alcune festività religiose, gli effetti civili del matrimonio religioso, l’istituzione dell’Ordinariato militare per l’assistenza spirituale delle forze armate e la promessa che lo Stato non avrebbe impiegato nel servizio pubblico «sacerdoti apostati o irretiti da censura». La Conciliazione fu difesa da Mussolini alla Camera il 5 maggio 1929 con un discorso che durò più di due ore. Ma la seduta più interessante fu quella del Senato dove Benedetto Croce dette voto contrario insieme a Luigi Albertini, Alberto Bergamini, Emanuele Paternò, Francesco Ruffini, Tito Sinibaldi. Irritato, Mussolini replicò collocando Croce fra gli «imboscati della storia», uomini incapaci di fare la storia e gelosi degli altrui successi. Ma a queste critiche Croce aveva già risposto dicendo in Senato che accanto agli uomini per cui Parigi vale bene una messa, vi sono quelli «pei quali l’ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi perché è affare di coscienza