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 2007  ottobre 11 Giovedì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

WASHINGTON – Furono i Clinton nel 1999-2000 a sabotare di fatto la corsa di Al Gore alla Casa Bianca, conclusasi con la sua sconfitta ad opera di George W. Bush? Fu la candidatura di Hillary Clinton al Senato, nelle stesse elezioni, a togliere spazio e risorse alla campagna presidenziale di Gore, votandola all’insuccesso? E’ la tesi, sostenuta da cento indizi e da gustose rivelazioni, di un nuovo libro, in uscita tra qualche giorno negli Stati Uniti. Un’altra carica, piazzata con incredibile tempismo sotto la battaglia per la nomination democratica, proprio nei giorni in cui il nome di Al Gore torna in ballo per una nuova discesa in campo, che se si avverasse cambierebbe radicalmente tutti i termini della contesa. Se stamane, a Oslo, il comitato del Nobel dovesse annunciare che il Nobel per la Pace è stato assegnato all’ex vicepresidente americano, campione mondiale della lotta per salvare il pianeta, le pressioni per spingerlo a candidarsi alla Casa Bianca diventerebbero irresistibili. «Se vince il premio, nessuno può escluderlo », ha detto a Newsweek la scorsa settimana un dirigente del Partito democratico. E ieri, un gruppo di suoi fan accaniti (e anche molto danarosi) ha comprato una pagina intera sul New York Times per lanciare l’iniziativa «draftgore.org», il cui scopo è convincerlo a tentare di nuovo la sfida alla presidenza.
Sarebbe l’andata in scena di un’antica rivalità, la versione più cruenta di un duello di potere cominciato 15 anni fa tra l’allora First Lady e l’allora vicepresidente, ma esploso veramente sul finire dell’amministrazione Clinton, quando Hillary decise di tentare l’avventura politica a New York e Gore cominciò l’assalto, poi fallito, allo Studio Ovale.
E’ il magazine Vanity Fair, nel suo numero di novembre, ad anticipare i passaggi più piccanti di «For love of politics Bill and Hillary Clinton: The White House Years», scritto da Sally Bedel Smith e pubblicato da Random House.
La candidatura di Hillary fu per Gore una catastrofe. Tanto più, scrive la Smith, che per i Clinton era una scelta di vita: aiutando la moglie a vincere, Bill cercava di salvare la sua cattiva coscienza dopo lo scandalo Lewinski. Per lei, era il riscatto dopo l’umiliazione pubblica e anni di vera sofferenza. Per entrambi, un modo di salvare il matrimonio. «La campagna di Hillary veniva prima di tutto», dice un ex collaboratore di Gore, citato dall’autrice.
In concreto, per esempio, questo significò che i migliori fund-raiser democratici, quelli capaci di far aprire le borse dei ricchi finanziatori, furono assunti da Hillary, a cominciare da Terry McAuliffe, una forza della natura, che ancora oggi guida la sua campagna presidenziale. Per Gore, solo gente di seconda fila e soprattutto il danno di dover dividere i denari per la campagna.
Smith cita le piccole frasi assassine su Gore di Bill Clinton, che considera il suo vice un ingrato. Clinton non sopporta la sua scelta di prendere le distanze da lui, invece di sfruttare la sua popolarità. Così, invita un famoso banchiere alla Casa Bianca ed esprime i suoi dubbi sulla campagna di Gore. Poi, in un’intervista al
New York Times, il presidente si dice preoccupato, perché «Al è troppo rigido, sto cercando di farlo sciogliere un po’». Risultato, i sondaggi del candidato-democratico registrano immediatamente un forte calo.Il clou del sabotaggio, secondo Smith, fu quello consumatosi alla Convention democratica di Los Angeles, nell’agosto 2000. Doveva essere il trionfo di Gore, ma i Clinton gli rubarono in gran parte lo show. Nel fine settimana che precedette l’avvenimento, Bill e Hillary batterono la California, partecipando a decine di party per il fund-raising e concedendo interviste a tutto spiano ai principali giornali e network televisivi. La domenica, vigilia della Convention, nessuno si interessò a Gore perché tutti i riflettori erano puntati sulla casa di Barbra Streisand, che aveva organizzato un lunch per i Clinton, una colletta milionaria per la biblioteca presidenziale di Bill. Gore e la sua squadra erano furiosi. In un paio di occasioni, durante la Convention, Hillary si presentò addirittura a dei gala per Gore, chiedendo finanziamenti per la sua campagna. Il resto è già storia. Al Gore ha sempre in cuor suo considerato i Clinton in parte responsabili della sua sconfitta. Loro hanno cordialmente ricambiato, dandogli la colpa di aver voluto smarcarsi troppo da Bill. Ora, i duellanti, Hillary e Al, potrebbero ritrovarsi di fronte, per quello che sarebbe veramente lo scontro finale. Il circo della politica americana sta già sognando.

L’OSCAR
«Una verità scomoda», prodotto da Al Gore, ha vinto l’Oscar per il miglior documentario nel 2007