Alberto Pinna, Corriere della Sera 11/10/2007, 11 ottobre 2007
PEZZI VARI (TUTTI CDS, TUTTI DEL 12/10) SUL CASO DEL CAMERIERE VIOLENTATORE CHE HA OTTENUTO UNO SCONTO DI PENA PERCHE’ SARDO. IN FONDO IL TESTO DELLA SENTENZA
DAL NOSTRO INVIATO
ALBERTO PINNA
CAGLIARI – Convinto che lo tradisse, e impazzito di gelosia, un cameriere sardo in Germania ha brutalizzato per tre settimane la fidanzata: l’ha violentata, picchiata, ha inciso le ferite con un coltello e le ha cosparse di aceto. Le ha imposto: «Devi andare con i miei amici». E l’ha costretta. Un giudice tedesco gli ha concesso un’attenuante e uno sconto di pena con una sconcertante motivazione: « sardo». E perciò si deve «tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato».
Il barone Bürries von Hammerstein, presidente del tribunale di Buckeburg (Alta Sassonia), ha firmato la sentenza più di un anno fa, ma solo da qualche giorno è disponibile la traduzione in italiano delle motivazioni: Maurizio Pusceddu, 29 anni, cagliaritano, detenuto in Germania, ha chiesto di scontare i 6 anni in Italia e il 23 ottobre a Cagliari si svolgerà la prima udienza. Testuale, la parte finale del giudizio: «Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante ». Dalla Sardegna, ma non solo, un coro di proteste. Dal governatore Renato Soru («Gli imbecilli esistono ancora») allo scrittore Salvatore Niffoi, dagli indipendentisti al vice segretario nazionale dell’Udeur Antonio Satta: « come sostenere che l’omicidio commesso oggi da un tedesco può suscitare comprensione perché 50 anni fa il suo Paese si è reso responsabile del massacro di milioni di persone. Assurdo». indignata Annamaria Busia, avvocato di Pusceddu: «Razzismo inaccettabile. Quel giudice non conosce la Sardegna: altro che sottomissione della donna, qui da sempre vige il matriarcato». Un ragazzo normale, una famiglia perbene. I Pusceddu hanno un ristorante a Cagliari, ma Maurizio voleva fare da solo: non ha finito le superiori ed è emigrato in Germania. Era un bravo gelataio, ha lavorato «13 ore al giorno al ristorante "La Piazzetta" di Stadthagen – è scritto nella sentenza – guadagnando anche 3.500 euro al mese ». Incensurato, ma inquieto: «Da 16 anni hashish, dal 2003 cocaina nei weekend, poi eroina ». Anna Sereikaite, lituana, era cameriera in un ristorante greco. Incontro casuale, amore a prima vista. A Natale 2004 lui le propone: «Vieni a vivere da me». Poche settimane di grande intesa, un viaggio in Sardegna: Maurizio voleva presentarla ai genitori. Poi litigi sempre più violenti. Pusceddu era gelosissimo, accusava: «Mi tradisci ». Sospettava un amico, gelataio come lui. Pugni, cellulare della ragazza frantumato con un martello, la chiudeva in casa per evitare che vedesse qualcuno; al ritorno dal lavoro frugava negli armadi alla ricerca di amanti. E botte, la picchiava ogni giorno con più ferocia. Voleva che confessasse di essere l’amante dell’amico.
Nella sentenza sono descritti 10 episodi, un calvario: ammanettata al letto, presa a cinghiate, nuda sul pavimento, testa sbattuta a terra, sigarette accese sulle parti intime, aceto sulle ustioni, violenze carnali, rasatura dei capelli per punizione. Finché la ragazza, sperando di calmarlo, ha ammesso: «Ti ho tradito con Antonio» (il gelataio). Ma Pusceddu si è infuriato: più botte, violenze di ogni tipo, costretta a «provare» l’eroina e anche a un rapporto a tre, Maurizio e un amico italiano. Lei, innamorata, ha sopportato. Annotava in un diario: «Quello che ha fatto a me e al mio corpo è terribile... Aiutami Dio, aiuta la nostra relazione, io lo amo e potrei perdonargli tutto».
In udienza Pusceddu ha ammesso, cercando però di minimizzare: «Erano giochi sessuali, lei consenziente; mi rinfacciava che a letto Antonio era meglio di me». Testimoni e periti lo hanno smentito, il tribunale ha riconosciuto: «Ha agito in modo straordinariamente spietato». Ma era sardo, ha «avuto un efflusso di esagerata gelosia», e «meritava» uno sconto di pena.
L’AVVOCATO
Annamaria Busia, il legale che difende Maurizio Pusceddu, ha presentato istanza alla Corte d’Appello di Cagliari per ottenere che il suo assistito possa scontare la pena in Italia (Ansa)
DANILO TAINO
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BERLINO – Il giudice che ha fatto un po’ di confusione sui sardi, barone Bürries von Hammerstein, più che per razzismo forse andrebbe criticato per eccesso di spirito politicamente corretto. Ora è in pensione. Ma quando, il 26 gennaio 2006, emise la sentenza contro Maurizio Pusceddu, prese in considerazione una serie lunghissima di elementi, un po’ sfavorevoli, un po’ favorevoli all’imputato. Tra questi ultimi, in omaggio alle differenze multiculturali, infilò la sventurata frase sulle «impronte culturali ed etniche».
Però, «prendere questa frase, che fa parte di una lunga motivazione, e pubblicarla da sola, crea un effetto falso e distorto», dice Birgit Brüninghaus, la presidente dei giudici del tribunale di prima istanza di Buckeburg, non lontano da Hannover, dove Pusceddu fu processato.
La signora Brüninghaus spiega che, per i reati commessi, la pena di base da comminare avrebbe dovuto essere tra i due e i quindici anni. Dal momento che, però, su Pusceddu fu eseguita una perizia medica (la presidente non dice di quale tipo) che risultò positiva, la pena avrebbe potuto essere ridotta nella forchetta sei mesi- undici anni e mezzo. «Ne abbiamo insomma comminato più della metà», dice: cioè sei. Perizia a parte, la logica che è stata seguita, normale nei tribunali tedeschi, indica che si devono prendere in considerazione e scrivere in una sentenza «tutte le cose che possono risultare favorevoli all’imputato », spiega Brüninghaus.
Nel caso specifico, elenca, c’erano alcuni elementi: Pusceddu non aveva precedenti penali in Germania; era particolarmente sensibile alla detenzione in quanto viveva in un Paese straniero, senza famiglia e senza amici; aveva confessato parte dei reati; era molto geloso e... veniva da un ambiente culturale e etnico in cui i rapporti tra uomo e donna sono regolati in modo discutibile. La signora Brüninghaus sostiene che in questi casi non si fanno differenze di provenienza. «Che si tratti dell’Italia o della Baviera, è lo stesso: ci sono enclave in tutti i Paesi dove i rapporti sono fondati sulla gelosia. E dove la donna si ritiene debba restare chiusa in casa». Ma, aggiunge, nella sentenza è scritto chiaro che «non può certo valere come scusante». Va tenuto presente come elemento caratteristico della persona nel complesso delle attenuanti.
Non è dato sapere se il barone von Hammerstein abbia fatto un’inchiesta sulle radici culturali e sulla provenienza etnica di Pusceddu, oppure se si sia regolato su letteratura piuttosto imprecisa riguardo alla Sardegna. Se cioè abbia studiato il caso personale o si sia mosso così come fanno alcuni giudici in giro per l’Europa quando concedono le attenuanti a un marito che picchia la moglie in quanto i due sono musulmani. Fatto sta che al tribunale di Buckeburg ritengono che il giudice avesse il dovere di portare a favore di Pusceddu tutti gli elementi che potessero essere a lui favorevoli. Garantismo multiculturale.
La signora Brüninghaus dice che all’elenco degli elementi a favore dell’italiano si contrapponeva un altrettanto nutrito elenco di aggravanti: aveva progettato tutto in precedenza; durante il sequestro si era comportato senza alcun rispetto della vittima; era stato sadico; aveva cancellato la dignità della sua convivente; aveva scattato fotografie. Risultato di tutto – considerando reati, aggravanti, attenuanti e perizia medica – la condanna a sei anni di reclusione. Che, in fondo, per uno con «un’impronta culturale » del genere non sono nemmeno pochi.
ALESSANDRA ARACHI
ROMA – Lui non esita, come al solito: «Mi sembra una sentenza giusta quella del giudice tedesco». Francesco Cossiga rimane serio. Come sempre. Più di sempre. L’ex presidente della Repubblica, oggi senatore a vita, rilancia: «Si sa, l’uomo sardo ha un diritto di supremazia sulla donna ed è inconcepibile che la donna gli opponga un rifiuto. Bisogna rispettare le tradizioni». Non sta scherzando Francesco Cossiga, sardo di sangue. Sardo di nascita (sassarese). Semplicemente procede per iperboli, il presidente emerito.
Il presupposto. Il suo presupposto: «Siamo in un Paese progressista e democratico? Vogliamo l’integrazione? Vogliamo negare la superiorità della nostra cultura? ». E dunque? «Dobbiamo adeguarci. E quindi io sto per presentare in Parlamento un disegno di legge che fornisce attenuanti per gli zingari che rubano. Si sa: da sempre il popolo zingaro è un popolo di ladri. Bisogna rispettare le tradizioni».
Sembra che non aspettasse altro il senatore a vita. Sfogarsi.
E infatti, preso il via, Francesco Cossiga è un fiume in piena: «Dobbiamo legittimare la poligamia per rispetto delle tradizioni islamiche.
Ma anche lapidare le adultere. Tagliare le mani a chi ruba. E non solo....». Che altro presidente? Presto detto. «Vogliamo cambiare nome ai pedofili? Perché lasciare questa definizione così costringente: i nuovi pedofili non sono altro che i nuovi socratici. Giusto?». Giusto? Per fortuna l’ex presidente della Repubblica riesce a smettere di recitare: «Sto dicendo un mucchio di fregnacce. ovvio». Ma è soltanto un attimo.
Ha il dente avvelenato Cossiga. E adesso ce l’ha con Vittorio Capocelli, prefetto di Treviso, che ha detto sì alle donne in giro con il burqa. «E se un uomo di legge come lui ammette una cosa simile, perché dobbiamo prendercela con un giudice tedesco che difende le tradizioni sarde? Sono tante le tradizioni sarde». E Cossiga non esita ad elencarle.
«In Sardegna esiste proprio un’identità nazionale. E succede che se in Sardegna uno fa un torto si reagisce. Mettiamo: uno ti ruba una pecora? Quello che ha subito il furto lo fa a pezzi, anche pezzi piccoli piccoli, e tranquillamente dà da mangiare quei pezzi ai suoi maiali». Ci sono molte altre varietà di reazioni a un torto nell’identità nazionale sarda, secondo il presidente emerito Cossiga.
«Ma non soltanto secondo me», precisa il senatore a vita. E spiega: «In Sardegna si è tutto tranne che occidentalisti, ancora oggi. Si rispettano le tradizioni, appunto. E chi vuole farsi una cultura basta che legga le opere del mio amico filosofo Antonio Pigliaru. In particolare consiglio: il codice della vendetta barbaricina». un testo del 1959 quello citato da Francesco Cossiga. Eppure è un testo che si stampa e fa ancora discutere.
«Certo che si discutono le opere di Pigliaru, sono attuali », aggiunge ancora il presidente. E giù, di nuovo, con le sue iperboli: «Del resto potremmo arrivare a giustificare quel padre e quello zio che hanno ucciso la ragazza che aveva avuto la grande colpa di vestirsi all’occidentale. Perché giustificarli? Perché quando hanno sepolto il suo corpo lo hanno posizionato in direzione della Mecca».
un fiume che straripa Cossiga. E vorrebbe andare avanti, deciso ad annunciare di essere pronto a riempire il Parlamento di proposte di legge che lui definisce «di tolleranza » e di «rispetto delle tradizioni». Ma quando la chiacchierata sta finendo prende fiato. Ripete: «Ho detto un mucchio di fregnacce ». E noi deduciamo che quella sentenza del giudice tedesco gli è andata proprio di traverso.
PRESIDENTE EMERITO
Francesco Cossiga, capo dello Stato fra il 1985 e il ’92, oggi senatore a vita, è nato a Sassari il 26 luglio 1928. Laureato in Giurisprudenza, ha insegnato diritto costituzionale regionale all’Università di Sassari. Iscritto alla Democrazia Cristiana nel 1945, è stato eletto deputato al Parlamento per la prima volta nel 1958 e senatore della Repubblica nell’83. Tra le molte cariche ricoperte, quelle di ministro dell’Interno e presidente del Consiglio
VIRGINIA PICCOLILLO
ROMA – «Aberrante», «ridicola» e per giunta basata su un «errore»: «la Sardegna ha una cultura matriarcale. La donna non è sottomessa, ma conta e decide». Bianca Berlinguer, nata a Roma, si considera «sarda a metà»: sua mamma è romana, suo padre Enrico era di Sassari. E la sentenza del tribunale tedesco, che ha concesso le attenuanti a un violentatore perché sardo, l’ha fatta rabbrividire. E l’ha spinta a dedicarle l’apertura del programma da lei condotto, Primo Piano.
Che cosa ha pensato?
« una sentenza pazzesca, che sarebbe ancor peggio se fosse mossa da intenzioni virtuose».
Virtuose?
«Beh, diciamo dalla volontà di comprendere e giustificare. Se fosse stata emessa per questo sarebbe ancora più grave».
Perché?
«Perché finisce per presentare i sardi come una comunità primitiva fondata su valori tribali e discriminatori».
Un pregiudizio nato dall’immagine molto tradizionale della Sardegna che si ha all’esterno dell’isola?
«Ma qui è l’errore dei giudici. Ed è un errore proprio culturale. Perché se si parla di valori tradizionali quelli della Sardegna ruotano ancora a attorno a una famiglia di tipo matriarcale che mai comporterebbero la violenza o lo stupro. Le donne in Sardegna sono tenute in grande considerazione, ascoltate e rispettate».
Pensa che pregiudizi simili esistano anche in Italia?
« un problema che riguardava un po’ più il passato. Quand’ero bambina me li ricordo.
Ma era il periodo in cui c’erano i sequestri di persona».
Veramente qualche eco di pregiudizi antichi si è avvertito anche di recente, nelle parole intercettate di Vittorio Emanuele di Savoia.
«Beh, non voglio commentare».
I giudici parlano anche di «impronte etniche» dell’imputato sardo.
«Ma è ridicolo, perché i sardi non sono un’etnia».
Se dovesse individuare un tratto tipico del carattere sardo a quale penserebbe?
«Non so. Ad esempio si dice sempre che i sardi sono introversi e silenziosi. Ma non è vero. Ce ne sono, però io ne conosco anche di chiacchieroni e per niente introversi».
Lei quale tratto di sardità pensa di avere ereditato?
«Sono testarda. Ma non credo che sia un difetto. Tutt’altro».
www.repubblica.it
E’ la traduzione autentica fornita dalla stessa magistratura di Buckeburg
La sentenza tedesca sull’immigrato sardo
(Tribunale di Buckeburg 14.3.2007)
E’ colpevole di violenza carnale ma è sardo e quindi in un certo senso è meno colpevole. Questa la motivazione con cui il Tribunale di Buckeburg ha condannato a una pena minore del previsto un immigrato italiano di origine sarda con l’attenuante, appunto, "delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato". Secondo il giudice tedesco "il quadro dell’uomo e della donna esistente nella sua patria non può certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante". Il bello è, come ha osservato il presidente del Consiglio regionale della Sardegna, "che non c’è alcuna cultura sarda di segregazione e violenza sulle donne". Anzi, si sa che la tradizione sarda ha forti caratteristiche matriarcali e quindi di un atavico rispetto della donna, ben superiore ad altri pur nobilissimi Paesi europei.
La sentenza risale al 14 marzo del 2006. Se ne parla solo ora perché l’avvocato Anna Maria Busia, la legale del giovane sardo - un cameriere di 29 anni -, sta tentando in questi giorni di fare scontare al suo assistito la pena in Italia. L’udienza per il trasferimento si terrà il 23 ottobre in Corte d’appello a Cagliari.(11 ottobre 2007)
Tribunale di Buckeburg -Kls 205 Js 4268/05 (107/05). Alla cancelleria Il 14.03.2006
Tribunale di Buckeburg
-Kls 205 Js 4268/05 (107/05). Alla cancelleria
Il 14.03.2006
SENTENZE
IN NOME DEL POPOLO!
Nella causa penale
Contro Maurizio Pusceddu
Nato il 19.07.1978 a Cagliari, Italia
da ultimo residente Am Markt 8, 31655 Stadthagen
Attualmente nel penitenziario giustiziario Sehnde,
cittadinanza: italiana
per: violenza carnale e a.
la I grande sezione penale del Tribunale di Buckeburg nelle sedute del 23.11.2005, 01.12.2005, 22.12.2005, 12.01.2006, 13.01.2006, 20.01.2006 e 25.01.2006, alle quali hanno preso parte
il giudice presidente del Tribunale barone V. Hammerstein, come presidente
il giudice del tribunale Bugard,
come giudice a latere
Eugen Meier
Maik Schommerloh,
come giudici popolari,
procuratore di stato Hirt
come funzionario della Procura di Stato,
impiegata Brakhage
come cancelliere della cancelleria
ha riconosciuto di diritto il 25 gennaio 2006:
C.P. che prescrive una pena non inferiore a 2 anni fino a 15 anni di reclusione per la violenza carnale. La sezione ha fatto uso della possibilità della attenuazione della pena a norma dei § § 21, 49 c.p. perché secondo gli accertamenti del perito Pallenberg non poteva essere esclusa nell’imputato una notevole diminuzione della facoltà di controllo. Il limite della pena slitta perciò a una pena da 6 mesi a 11 anni e 3 mesi di reclusione.
Per la misura della pena si è tenuto conto a favore dell’imputato che finora non si è fatto penalmente notare. E’ stato inoltre tenuto conto a suo favore che come cittadino italiano che deve vivere separato dalla sua famiglia e dalla sua cerchia di amici in patria, è particolarmente sensibile alla reclusione. Si doveva ancora tenere conto che i reati sono stati un efflusso di un esagerato pensiero di gelosia dell’imputato. In questo contesto si dovevano ancora tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. E’ un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante. Era infine da tenere in considerazione come attenuante che l’imputato ha fatto una confessione ad ogni modo in parti.
D’altra parte doveva essere tenuto conto in modo aggravante che l’imputato ad ogni modo per quanto riguarda il reato II 8 ha pianificato e agito in modo straordinariamente spietato. La parte lesa ha subito un trauma durevole a causa dei maltrattamenti a lei inflitti.
L’imputato ha vissuto fino in fondo le sue tendenze sadiche ed ha tormentato la parte lesa, che gli era devota e fisicamente di gran lunga piu’ debole, per un periodo di tempo di tre settimane., oltre alle lesioni personali e alle violenze carnali l’ha privata della sua dignità orinando su di lei, strofinando sul viso un assorbente pieno di sangue e poi deridendola anche verbalmente dopo il reato II 6 "che aspetto ributtante hai tesoro". Non esitò neppure a fotografare il risultato dei suoi maltrattamenti.
VII
La decisione sulle spese segue il § 465 C.P.P.
Il giudice presidente del tribunale von Hammerstein per assenza dal luogo e per ferie è impedito a firmare.
CORRIERE DELLA SERA, 13/10/2007
ALBERTO PINNA
DAL NOSTRO INVIATO
CAGLIARI – «Mi hanno bastonato. Gli altri detenuti sono stati crudeli, mi sono saltati addosso. Erano scatenati. Mi hanno ridotto male e poi sono stato messo in una cella da solo». L’emigrato in Germania che ha brutalizzato per tre settimane la fidanzata lituana e ha avuto uno sconto di pena (6 anni invece di 15) perché «sardo», ha parlato ieri con la madre. Una lunga telefonata: Maurizio Pusceddu spera di essere trasferito da Hannover in un carcere italiano. « scoppiato in lacrime, mi ha detto: "Mamma qui è un inferno, non ce la faccio più. Ho visto il Tg2 ma non mi riconosco nelle cose scritte nella sentenza. Io l’ho sorpresa con un altro, siamo stati a letto in tre e l’ho soltanto picchiata". Gli credo, non è un cattivo ragazzo. Ma non doveva picchiarla; doveva mandarla via. Mi ha chiesto: "Che cosa pensano di me al paese?". Gli ho risposto che non lo so, non sono uscita di casa». Luigia Pusceddu è una donna sulla cinquantina, capelli castani, occhiali piccoli e tondi, faccia rubiconda, gestisce col marito un ristorante-pizzeria a Maracalagonis, pochi chilometri da Cagliari. Parla nello studio dell’avvocato Annamaria Busia. Quattro figli (la più piccola 13 anni), Maurizio il secondo; comprensibile che cerchi di difenderlo. Il presidente del tribunale tedesco che ha concesso le attenuanti «per le particolari impronte culturali ed etniche», no: «Quel giudice proprio non lo capisco. Fossi stata in lui non avrei assolutamente concesso le attenuanti. Se mio figlio ha davvero fatto quelle cose, sardo o non sardo… non meritava sconti di pena…». Ma è pur sempre una mamma: «Io però non credo a tutte quelle atrocità; l’ho educato al massimo rispetto per il padre, i fratelli, le donne. vero, si drogava già quando era qui, ma non era violento».
Un viaggio ad Hannover, una visita in carcere? Forse: «Non lo vedo da tre anni. Prima stava con una polacca, da lei ha avuto anche una bambina. Lei è tornata in Polonia e Maurizio non l’ha più incontrata. Con la ragazza lituana sono venuti a trovarci a Pasqua. Sembrava tranquillo, insieme anche a messa. Due mesi dopo lo hanno arrestato». Le botte in cella: « accaduto tempo fa, mi ha mandato una fotografia con le ferite alle mani. Ha passato momenti terribili… In cella ha pensato al suicidio. Mi ha detto: "Non ha più senso, voglio farla finita". Ma poi in carcere c’è un bravo prete che lo va a trovare. Gli ha portato conforto e lo ha convinto a non farlo».
CORRIERE DELLA SERA, 13/10/2007
ELENA LOEWENTHAL (lettera)
Due pesi, due misure e poca memoria
Si grida allo scandalo per la mite condanna inflitta in Germania a un colpevole, sì, di efferatezze private, ma sardo e dunque imbevuto di una cultura primitiva (Corriere, 12 ottobre). Qui da noi si è conclamato il razzismo di questa sentenza. Tutto legittimo, se non fosse per la memoria corta. Quando nell’agosto di quest’anno la nostrana corte di Cassazione ha assolto (assolto!) i genitori di Fatima, una ragazza musulmana residente in Italia, per aver picchiato e immobilizzato la poveretta, rea di uno stile di vita troppo occidentale, perché gli imputati obbedivano a una certa logica di «altra civiltà», ebbene quasi nessuno se n’è accorto. Nessuno ha invocato né il razzismo di questa sentenza né una pena qualsiasi. Tutto è passato invece in quella sordina del politicamente corretto che, in nome di un teorico multiculturalismo, non esita a additare con moralismi ipocriti e buona dose di sufficienza l’erba del vicino, come se la propria fosse poi tanto verde. Ps: e comunque, in un caso e nell’altro, ci van sempre di mezzo le donne.
Elena Loewenthal
loewe@teleion.it