Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  ottobre 10 Mercoledì calendario

Il Sole-24 Ore, mercoledì 10 ottobre Napoli. Sedici mesi, un cambio di ministro e una relazione che non ha ancora visibilità: sono gli ingredienti di un caso che mette ancora una volta a nudo le infiltrazioni camorristiche nella sanità campana

Il Sole-24 Ore, mercoledì 10 ottobre Napoli. Sedici mesi, un cambio di ministro e una relazione che non ha ancora visibilità: sono gli ingredienti di un caso che mette ancora una volta a nudo le infiltrazioni camorristiche nella sanità campana. Dopo l’Asl Napoli 4, commissariata per la prima volta in Italia nel 2004 perché pesantemente condizionata dai clan, questa volta a far luce è la relazione della commissione prefettizia di Napoli che a novembre 2005 si è presentata negli uffici dell’Asl 5 a seguito delle denunce di Marcello Taglialatela, onorevole di Alleanza nazionale, componente della Commissione parlamentare antimafia. Sei mesi di lavoro e a maggio 2006 il documento interno è pronto: 119 pagine che svelano gli intrecci tra clan e sistema sanitario nel quinquennio 2001/2005. Un mese dopo le elezioni politiche: il ministro Giuliano Amato prende il posto di Beppe Pisanu. E la relazione? «Il Sole-24 Ore» ne è in possesso. Come ammette l’attuale direttore generale dell’Asl, Gennaro D’Auria, totalmente estraneo ai fatti perché nominato poco prima dell’accesso agli atti amministrativi, nessuno nell’Azienda sanitaria la ha mai letta. Il Viminale, chiamato a commentare, fa sapere che l’Asl è ancora sotto i riflettori della Prefettura di Napoli e molto presto verrà presa una decisione: un nuovo accesso o l’archiviazione. «Il silenzio – si sfoga D’Auria – non può continuare. Qualcuno dovrà dirmi: ridammi le carte o fammi vedere quello che stai facendo. Da parte mia sono tranquillo perché sto combattendo il vecchio costume. Non ho nulla da nascondere. Rendicontiamo la nostra attività di continuo e abbiamo fatto anche una serie di esposti e denunce alla Procura di Napoli». L’onorevole Taglialatela, l’ipotesi dell’archiviazione non vuol neppure sentirla nominare. Tanto che la settimana scorsa ha di nuovo sollevato la vicenda nella trasferta napoletana della Commissione Antimafia. «La realtà – spiega – è che si sono proprio dimenticati della vicenda. La risposta del Viminale è squallidamente burocratica mentre i clan continuano a fare i propri affari e poco o nulla è cambiato da novembre 2005 a oggi in quella Asl. E poco cambierà se è vero che molti rappresentanti sindacali sono parenti, congiunti o comunque legati ai clan della camorra. Ma come si può parlare di archiviazione?». La prefettura di Napoli per prima cosa ha tracciato la mappa dei clan: D’Alessandro, Omobono, Somma-Maresca, Imparato, Mirano, Afeltra, Di Martino, Fontanella, Canfora, Cuomo, Gionta, Abate e Vollaro. La commissione non lo dice ma il filo logico è chiaro: con una pressione esterna come questa, poteva l’Asl sfuggire al controllo ferreo della camorra? Per rispondere basta leggere cosa scrivono i commissari a pagina 17 dell’ex direttore generale, Roberto Aponte. «Dall’attività ispettiva – si legge – sono emersi elementi che lasciano ipotizzare forme di condizionamento sulla sua libera determinazione». La commissione stessa ricorda che – contro il parere dell’allora dirigente dell’Asl Angelo Di Martino – Aponte aveva anche affidato una serie di consulenze legali all’avvocato Enrico Antonio Ormanni, figlio dell’allora Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata. Sul filo delle leggi e delle norme (violate) si snoda la relazione. A partire dall’assenza di un atto aziendale che dovrebbe disciplinare i rapporti con i centri privati accreditati, le strutture e con i sindacati. I componenti della commissione mettono in luce anche certificati antimafia mai chiesti o ignorati, protocolli di legalità disattesi, carte sparite, imprese improvvisamente ritirate dalla competizione o gare mai bandite, sostituzione di vincitori, affidamenti in concessione diretta anomali e tante, tante proroghe di contratti scaduti. Non c’è dunque da stupirsi se, a fine 2005, l’Asl aveva un debito di 831 milioni. Quasi due anni sono passati ma molti problemi restano. «Non abbiamo ancora l’atto aziendale – spiega D’Auria - ma ci stiamo lavorando. Del resto quando mi sono insediato facevo addirittura fatica a capire chi fossero i sindacalisti e con molti avevo un rapporto conflittuale. Alcune persone credevano di essere loro il direttore generale. Paradossale no?». Paradossale? Del resto basta andare a leggere i nomi e i cognomi dei dipendenti legati per vincoli di parentela, affinità o contiguità ai clan: la commissione ne ha contati 11 inseriti nei gangli vitali dell’Asl (oltre alle centinaia che hanno rapporti di collaborazione indiretta magari attraverso le imprese fornitrici). Alcuni hanno alle spalle associazione per delinquere, corruzione, falsità aggravata. Compare anche un dodicesimo uomo, morto di recente: Luigi Pappalardo, già dirigente del servizio informatico. «Ma io l’avevo spostato a occuparsi di altro» dice D’Auria. Il dirigente, senza laurea, era legato alla casa di riposo per anziani "Il Gelsomino", 325mila euro di fatturato a fine 2006 e perdite di esercizio per 3mila euro. Una srl in cui tutta la famiglia Pappalardo era coinvolta, compresa la sorella Virginia, sposata con un pregiudicato dipendente dell’Asl 5 e madre di una figlia sposata con un uomo del clan D’Alessandro e di un’altra figlia all’epoca convivente con un pluripregiudicato legato anch’esso al clan D’Alessandro. «Gelsomino non risulta tra i nostri convenzionati» dice D’Auria ma basta una telefonata alla direzione della casa di riposo per sapere «che le carte sono in regola. Attendiamo solo la conferma e agiremo in regime di convenzione con l’Asl 5». Nel labirinto dei fornitori si era persa anche la Commissione che per il solo servizio "opere edile e manutenzione" aveva monitorato 74 imprese. Ebbene molte hanno titolari che frequentano pregiudicati o non sono neppure iscritte alla Camera di Commercio. Nebulosa anche la posizione dell’impresa di pulizia riconducibile a Luigi Giampaglia, cognato di Luigi Vollaro soprannominato "il califfo", capo indiscusso – scrivono gli uomini della prefettura – dell’omonimo clan camorristico predominante a Portici e comuni limitrofi (e che recentemente avrebbe anche acquisito una commessa presso l’ospedale Riccobono Pausillipon attraverso un’altra società prestanome). Risposte arrivano invece sugli istituti di vigilanza che, sempre fino a 16 mesi fa, si erano aggiudicati l’appalto, alcuni dei quali indirettamente riconducibili ai clan o comunque pregiudicati. esplicativa la premessa che la commissione fa quando tratta degli appalti di vigilanza, richiamando le parole del pentito Pasquale Galasso che il 25 luglio 1995 dichiarò che «in generale in tutta la Campania vi sono stretti legami tra la camorra e gli Istituti di vigilanza, nel senso che ciascuna organizzazione si preoccupa di trovare un modo di convivere senza problemi con le funzioni di vigilanza svolte dai vari istituti». D’Auria assicura che è stata espletata una nuova gara e che il servizio di vigilanza è stato aggiudicato a una nuova Associazione temporanea d’imprese (Ati) proprio per i problemi riscontrati nel passato. Non resta che attendere le mosse annunciate dal Viminale. Roberto Galullo